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La polizia può seguirmi?

12 Dicembre 2020
La polizia può seguirmi?

Ho notato che spesso nei posti dove vado ci sono macchine dei carabinieri e vigili urbani, la mia impressione è che loro vadano a chiedere di me nei locali da cui esco. Come faccio a sapere se è stata emessa un’ordinanza di sorveglianza nei miei confronti? Come posso farla togliere?

Le misure che più si avvicinano alla situazione descritta sono quelle della libertà vigilata e della sorveglianza speciale. La libertà vigilata è una misura di sicurezza comminata dal giudice nei riguardi delle persone ritenute socialmente pericolose.

L’art. 229 del codice penale afferma che, oltre quanto è prescritto da speciali disposizioni di legge (piuttosto rare, invero), la libertà vigilata può essere ordinata:

  • nel caso di condanna alla reclusione per un tempo superiore a un anno;
  • nei casi in cui la legge autorizza una misura di sicurezza per un fatto non preveduto dalla legge come reato (e cioè, solo quando ci si è messi d’accordo con altri per commettere un reato poi non realizzato oppure quando si è tentato di commettere un reato con mezzi assolutamente inidonei allo scopo come, ad esempio, chi tenti di scassinare una cassaforte con una forchetta; cosiddetto reato impossibile).

L’art. 229 c.p. prosegue affermando che la libertà vigilata deve necessariamente essere ordinata:

  • se è inflitta la pena della reclusione per non meno di dieci anni: in tal caso, la libertà vigilata non può avere durata inferiore a tre anni;
  • quando il condannato è ammesso alla liberazione condizionale;
  • se il contravventore abituale o professionale, non essendo più sottoposto a misure di sicurezza, commette un nuovo reato, il quale sia nuova manifestazione di abitualità o professionalità;
  • negli altri casi determinati dalla legge.

Ad ogni buon conto, trattandosi di misura di sicurezza, la libertà vigilata deve essere disposta dal giudice con apposito provvedimento. Pertanto, se una persona fosse sottoposta a detta misura, ne avrebbe avuto di certo notizia.

Basti pensare al fatto che alla persona raggiunta da provvedimento di libertà vigilata viene consegnata una carta precettiva contenente tutte le prescrizioni, con obbligo di conservarla e di presentarla ad ogni richiesta dell’autorità (art. 190 disp. att. c.p.p.). Il vigilato non può, ad esempio, senza autorizzazione del magistrato di sorveglianza, trasferire la propria residenza o dimora in un comune diverso e deve informare gli organi ai quali è stata affidata la vigilanza di ogni mutamento di abitazione nell’ambito del comune.

La sorveglianza speciale di pubblica sicurezza è invece una misura di prevenzione e, come tale, può essere comminata anche in assenza di uno specifico reato in precedenza commesso (decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159).

Per la legge, le misure di prevenzione si applicano solamente a:

  • coloro che debbano ritenersi, sulla base di elementi di fatto, abitualmente dediti a traffici delittuosi;
  • coloro che per la condotta ed il tenore di vita debba ritenersi, sulla base di elementi di fatto, che vivono abitualmente, anche in parte, con i proventi di attività delittuose;
  • coloro che per il loro comportamento debba ritenersi, sulla base di elementi di fatto, che sono dediti alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo l’integrità fisica o morale dei minorenni, la sanità, la sicurezza o la tranquillità pubblica.

La sorveglianza speciale è applicata ai soggetti già colpiti da avviso orale del Questore i quali però non hanno accolto l’invito a cambiare la propria condotta e il proprio stile di vita. Trascorsi almeno sessanta giorni e comunque non più di tre anni durante i quali la persona avvisata non ha cambiato condotta, il Questore può chiedere al Presidente del Tribunale competente (quello ove ha la residenza l’avvisato) l’applicazione della sorveglianza speciale. La competenza a fare richiesta di sorveglianza speciale è attribuita anche al procuratore nazionale antimafia, al procuratore della Repubblica presso il tribunale del capoluogo di distretto ove dimora la persona e al direttore della Direzione investigativa antimafia.

A seguito della richiesta, viene fissata apposita udienza in camera di consiglio ove si svolge in contraddittorio tra le parti (difesa della persona oggetto della richiesta e Pubblico Ministero) nel corso della quale l’interessato può essere citato per essere sentito (fatta salva, ovviamente, la facoltà dello stesso di partecipare spontaneamente).

Secondo la legge (art. 7 del succitato decreto legislativo), il tribunale provvede, con decreto motivato, entro trenta giorni dalla proposta. Se il tribunale accoglie la richiesta di applicazione della misura, stabilisce anche la durata della stessa che non potrà essere inferiore all’anno o superiore a cinque (art. 8).

Contro il decreto di condanna è possibile fare ricorso alla Corte d’Appello. Il ricorso non ha effetto sospensivo e deve essere proposto entro dieci giorni dalla comunicazione del provvedimento. La corte d’appello provvede, con decreto motivato, entro trenta giorni dalla proposizione del ricorso. L’udienza si svolge senza la presenza del pubblico. Il presidente dispone che il procedimento si svolga in pubblica udienza quando l’interessato ne faccia richiesta.

Avverso il decreto della corte d’appello è ammesso ricorso in cassazione per violazione di legge, da parte del pubblico ministero e dell’interessato, entro dieci giorni. La Corte di Cassazione provvede, in camera di consiglio, entro trenta giorni dal ricorso. Il ricorso non ha effetto sospensivo.

La sorveglianza speciale prevede prescrizioni relative (anche) agli orari, ai luoghi ed alle frequentazioni che il sorvegliato deve rispettare. Al sorvegliato è consegnato un “libretto” nel quale sono annotate tutte le prescrizioni che il soggetto deve sempre esibire a richiesta dell’autorità di pubblica sicurezza e sul quale saranno annotati i relativi controlli.

Colui che contravviene le prescrizioni e gli obblighi della sorveglianza speciale commette un reato punito con l’arresto da tre mesi ad un anno.

Orbene, sia nell’ipotesi di libertà vigilata che in quella della sorveglianza speciale, occorre un provvedimento del giudice per ordinare la restrizione della libertà. Nel caso esposto all’interno del quesito, invece, pare non ricorra nessuna della condizioni sopra viste.

Alla luce di quanto narrato, è possibile che ci siano delle indagini in corso da parte delle autorità. Per verificare se si è sottoposti a indagine, occorre rivolgere una richiesta presso la Procura della Repubblica territorialmente competente con la quale si chiede di conoscere se il proprio nominativo è iscritto all’interno del registro contenente le notizie di reato (cosiddetto registro degli indagati).

Ai sensi dell’art. 335, terzo comma, c.p.p., le iscrizioni sono comunicate alla persona alla quale il reato è attribuito, alla persona offesa e ai rispettivi difensori, ove ne facciano richiesta.

Per sapere se si è oggetto di formali indagini preliminari, occorre depositare presso la cancelleria della Procura della Repubblica (molti uffici accettano la richiesta a mezzo pec) un’istanza ai sensi dell’art. 335, comma terzo, c.p.p. con cui si chiede se si è sottoposti a indagine. Il responsabile provvederà a rilasciare gratuitamente un certificato ove vi sono le iscrizioni a carico del richiedente. Se non risulta nulla, si risponde con la formula: «Non risultano iscrizioni suscettibili di comunicazione».

Va precisato che, in caso di indagini importanti per reati gravi, è facoltà del pubblico ministero, se sussistono specifiche esigenze attinenti all’attività di indagine, disporre, con decreto motivato, il segreto sulle iscrizioni per un periodo non superiore a tre mesi e non rinnovabile.

Nel caso in cui si sia stati sottoposti in passato a procedimento penale con intervenuta condanna definitiva e non si ha memoria se, in quella sede, fu disposta anche una misura di sicurezza come la libertà vigilata, allora si potrà chiedere al proprio difensore di trasmettere copia della sentenza. Se ciò non è possibile, il consiglio è di recarsi presso l’ufficio del casellario giudiziale in Procura e chiedere il rilascio del proprio certificato penale, cioè del documento in cui sono indicate tutte le sentenze definitive di condanna a proprio carico.

Il rilascio del certificato del casellario giudiziale ha un costo complessivo pari a 19,87 euro (16 euro + 3,87 euro, entrambe in marche da bollo), maggiorato di altri 3,87 euro in caso di rilascio con urgenza. Se dal certificato emergono condanne, ci si potrà poi recare in tribunale presso la cancelleria del giudice che ha emesso la sentenza e chiedere al cancelliere di farsene rilasciare copia, in modo da verificare se il giudice, comminando la condanna, ha anche disposto una misura di sicurezza.

Per quanto riguarda la sorveglianza speciale, invece, essa è comminata solamente se si è già stati destinatari di un avviso orale da parte del questore. In assenza di questo avvertimento, è da escludersi che possa trattarsi di sorveglianza speciale.

Peraltro, è appena il caso di ricordare che l’art. 24 del Testo unico sul casellario giudiziale esclude che la sorveglianza speciale, anche se definitiva, rientri tra le iscrizioni visibili su richiesta dell’interessato. In altre parole, la sorveglianza speciale è iscritta all’interno del certificato del casellario giudiziale, ma nell’estratto richiesto dal privato (ivi compreso dal diretto interessato) tale iscrizione non comparirà.

Pertanto, per avere la certezza che sussista o meno un decreto del giudice con cui è stata disposta la sorveglianza speciale occorrerà reperire il provvedimento del magistrato. Se lo si è smarrito o non è mai stato notificato, occorrerà recarci in cancelleria e tentare una ricerca mediante semplice nominativo.

È tuttavia difficile che non si sappia di essere sottoposti a sorveglianza speciale, atteso che questa viene spesso accompagnata da ulteriori provvedimenti restrittivi, come ad esempio il divieto di soggiorno in uno o più comuni, diversi da quelli di residenza o di dimora abituale o in una o più province.

Inoltre, secondo la legge (art. 8, d. lgs. 159/2011) qualora la misura applicata sia quella della sorveglianza speciale e si tratti di persona indiziata di vivere con il provento di reati, il tribunale prescrive di darsi, entro un congruo termine, alla ricerca di un lavoro, di fissare la propria dimora, di farla conoscere nel termine stesso all’autorità di pubblica sicurezza e di non allontanarsene senza preventivo avviso all’autorità medesima.

In ogni caso, il giudice che commina la sorveglianza speciale prescrive di vivere onestamente, di rispettare le leggi e di non allontanarsi dalla dimora senza preventivo avviso all’autorità locale di pubblica sicurezza; prescrive, altresì, di non associarsi abitualmente alle persone che hanno subito condanne e sono sottoposte a misure di prevenzione o di sicurezza, di non rincasare la sera più tardi e di non uscire la mattina più presto di una data ora e senza comprovata necessità e, comunque, senza averne data tempestiva notizia all’autorità locale di pubblica sicurezza, di non detenere e non portare armi, di non partecipare a pubbliche riunioni.

Insomma, è davvero difficile non sapere di essere sottoposti a sorveglianza speciale. Peraltro, chi viola la sorveglianza speciale commette reato (art. 75); pertanto, è necessario che il sorvegliato abbia consapevolezza della sua condizione.

Tirando le somme, a parere dello scrivente, se le forze dell’ordine stanno raccogliendo informazioni su una persona (tanto più se incensurata o, comunque, con precedenti di scarso rilievo), è da scartare sia l’ipotesi della sorveglianza speciale che quella della libertà vigilata; è invece possibile che ci siano delle indagini in corso. Per accertare ciò, occorre fare richiesta ai sensi dell’art. 335, terzo comma, c.p.p. presso la Procura della Repubblica territorialmente competente, in modo da avere riscontro in merito all’iscrizione del proprio nominativo all’interno del registro degli indagati.

Per quanto riguarda la misura di sicurezza della libertà vigilata, sarà possibile rinvenirne traccia all’interno del casellario giudiziale, quantomeno abbinata a sentenza di condanna per un reato commesso. Per avere contezza del provvedimento, bisognerà recarsi nella cancelleria del tribunale competente e chiedere di avere copia della sentenza di condanna. Tuttavia, la persona soggetta a libertà vigilata è consapevole di ciò, in quanto deve rispettare precise prescrizioni del giudice. È da escludere che una persona sia ignara del fatto di essere sottoposta a libertà vigilata.

Per quanto riguarda la sorveglianza speciale, atteso che essa non risulta dal certificato penale richiesto dall’interessato, si potrà tentare una ricerca nominativa in tribunale al fine di rinvenire il provvedimento: si potrà pertanto andare in tribunale e chiedere in cancelleria se, inserendo il proprio nome nella banca dati interna dell’ufficio, risulti qualcosa a proprio carico.

Si ripete però che è davvero difficile non avere contezza di una misura di sicurezza o della sorveglianza speciale, in quanto il provvedimento restrittivo del giudice si inserisce in un procedimento penale, con conseguente necessità di partecipazione dell’avvocato, di contraddittorio e di notifica del provvedimento.

Infine, se la misura di sorveglianza è divenuta definitiva perché non impugnata nei termini sopra esposti, non si potrà fare nulla se non attendere che la stessa si esaurisca per il decorso del tempo stabilito nel decreto.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Mariano Acquaviva



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