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All’impresa familiare non si applicano le regole sulle società

9 Novembre 2014
All’impresa familiare non si applicano le regole sulle società

Cassazione: le Sezioni unite dirimono finalmente la questione sulla compatibilità della disciplina – ritenuta incompatibile – di partecipazione agli utili.

 

L’impresa familiare è incompatibile con la disciplina di qualsiasi tipo di società.

Il chiarimento, dopo anni di contrasti interpretativi, è arrivato da una sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione di qualche giorno fa [1].

Non è previsto, infatti, dal codice civile [2] l’esercizio in forma societaria di un’impresa familiare. Viene così superata la tesi possibilista che prevedeva aperture soprattutto per le S.p.A. e le S.r.l.

Il dubbio era sorto perché la legge parla di “impresa” che è un termine, in sé, neutro, che lascia adito alla possibile inclusione anche dell’impresa collettiva, esercitata in forma societaria.

Tuttavia, l’elemento che maggiormente caratterizza l’impresa familiare e che la rende incompatibile con qualsiasi tipologia di società, è la partecipazione dei familiari agli utili e ai beni acquistati con questi e anche agli incrementi dell’azienda, con riferimento all’avviamento, in proporzione alla quantità e qualità del lavoro prestato anche al di fuori dell’impresa e non in proporzione alla quota di partecipazione.

Infatti, il codice civile stabilisce, a riguardo solo che il familiare, [3] che lavora in modo continuativo nella famiglia o nell’impresa familiare, ha diritto al mantenimento secondo la condizione patrimoniale della famiglia e partecipa agli utili dell’impresa familiare ed ai beni acquistati con essi nonché agli incrementi dell’azienda (anche in ordine all’avviamento) in proporzione alla quantità e alla qualità del lavoro prestato. Le decisioni sugli utili e sulla gestione straordinaria, agli indirizzi produttivi e alla cessazione dell’impresa sono adottate, a maggioranza, dai familiari che partecipano alla impresa stessa. I familiari partecipanti all’impresa che non hanno la piena capacità di agire sono rappresentati nel voto da chi esercita la potestà su di essi.

Il lavoro della donna è considerato equivalente a quello dell’uomo.

Insomma, le regole dell’impresa familiare si pongono in estremo contrasto con quelle delle società, dove la titolarità delle decisioni è riservata, di volta in volta, ai soci o agli amministratori, in forme e competenze previste di solito da norme inderogabili, ma concordi nell’escludere soggetti estranei alla compagine sociale.


note

[1] Cass. S.U. sent. n. 23676/14.

[2] Art. 230 bis cod. civ.

[3] Si intende come familiare il coniuge, i parenti entro il terzo grado, gli affini entro il secondo; per impresa familiare quella cui collaborano il coniuge, i parenti entro il terzo grado, gli affini entro il secondo.

Autore immagine: 123rf com


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