Allarme lavoro del Governo: i posti che salteranno nel 2021

7 Dicembre 2020 | Autore:
Allarme lavoro del Governo: i posti che salteranno nel 2021

I numeri che spaventano il ministero: alla scadenza del divieto di licenziamento ci potrebbero essere un milione di esuberi. Cosa si pensa di fare per evitarlo?

Un bagno di sangue. È quello che prevede il Governo per il 2021 sul fronte del lavoro. Specialmente dal 31 marzo in poi, quando scadrà il divieto di licenziamento e le aziende potranno «alleggerire» i propri organici. Secondo le stime, già prima dell’estate potrebbero saltare 250mila posti. Altri 750mila circa spariranno entro la fine del prossimo anno. Totale, un milione di nuovi disoccupati. A cui bisogna aggiungere gli oltre 400mila precari i cui contratti non sono stati rinnovati.

In realtà, si tratta di un problema posticipato: secondo la Banca d’Italia, già nel corso del 2020, la cassa integrazione ha salvato 600mila posti di lavoro. Se non fosse stato esteso l’ammortizzatore sociale per via dell’emergenza Covid, gli esuberi sarebbero stati 100mila in più.

Davanti all’evidenza, il ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo, cerca di mettere un «tappo» per evitare che la fuoriuscita di lavoratori svuoti il mercato più del dovuto e crei un allarme sociale. Catalfo ha in mente un piano straordinario che coinvolge le Regioni e l’Anpal, l’Agenzia nazionale per le politiche attive sul lavoro. Ma per ora resta un’idea non priva di ostacoli.

C’è, infatti, da consolidare gli strumenti con cui gestire il mercato occupazionale. In primis, la stessa Anpal, che attende i 500 milioni di euro stanziati dalla legge di Bilancio e la stabilizzazione veloce di oltre 500 milioni di precari. Nella maggioranza di Governo, il Pd spinge in questa direzione, mentre il Movimento 5 Stelle punta (ancora) sui navigator e chiede di rinnovare i 2.700 contratti in scadenza ad aprile 2021 fino alla fine del 2022.

Poi, ci sono le Regioni. C’è da concludere il percorso di assunzione di 11.600 nuovi addetti ai Centri per l’impiego, oltre ad incassare il miliardo di euro previsto per la riforma di queste strutture. Tutto è bloccato dalla burocrazia.

Il tempo è tiranno e la data del 31 marzo si avvicina senza un piano concreto. La situazione si sta facendo talmente seria che perfino Luigi Di Maio propone di rivedere il «suo» Reddito di cittadinanza, lasciandolo come sussidio di sostegno alla povertà, scorporando la parte di incentivo al lavoro.

Accanto a questa possibile soluzione, si tenterà di collegare Naspi e cassa integrazione alla riqualificazione professionale per tentare di ridurre la durata della disoccupazione (e, conseguentemente, il numero dei trattamenti Inps).

Infine, Catalfo pensa di mettere mano ai prepensionamenti. Magari valutando la proposta dei rappresentanti di lavoratori e imprese, che chiedono di allargare il contratto di espansione alle aziende di medie dimensioni con almeno 250 dipendenti, attivandolo a 7 anni dalla pensione e non più a 5. In questo modo, verrebbe favorito l’esodo dei dipendenti con maggiore anzianità e l’ingresso di chi deve ancora affacciarsi al mondo del lavoro.



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