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Straordinario forfettizzato busta paga: può essere revocato?

7 Dicembre 2020
Straordinario forfettizzato busta paga: può essere revocato?

EDAPR:  diritto alla conservazione dell’elemento distinto della retribuzione. 

L’orario ordinario di lavoro è di 40 ore settimanali, con un limite massimo di 8 ore lavorative al giorno. È tuttavia possibile che al dipendente venga chiesto un lavoro straordinario, oltre cioè il suddetto tetto. In questo caso, si tratterà di attività retribuite a parte, secondo quanto definito dal contratto collettivo. È sempre il contratto collettivo a indicare il limite massimo di straordinario ammissibile per ogni singola categoria. In assenza di indicazioni, il limite previsto dalla legge è di 250 ore annue. 

Lo straordinario può essere pagato di volta in volta, in base alle singole ore di lavoro prestate, oppure à forfait. Quest’ultima soluzione è più conveniente quando lo straordinario viene reso in modo costante e ripetuto nel tempo.

Di recente, la Cassazione ha risposto a un interessante quesito: lo straordinario forfettizzato in busta paga può essere revocato? Il datore di lavoro potrebbe togliere tale maggiorazione dalla retribuzione mensile semplicemente per il fatto che il dipendente non svolge più le ore di lavoro in più?

Immaginiamo il caso di un’azienda che ceda un dipendente ad un’altra e che, in virtù del nuovo contratto, questi sia tenuto a svolgere orari di lavoro più ridotti. Il nuovo datore di lavoro, che ha ereditato tutti i vecchi contratti, può sospendere lo straordinario forfettizzato dalle buste paga? Ecco alcuni chiarimenti preliminari.

Cos’è lo straordinario forfettizzato 

Come abbiamo già spiegato nell’articolo Posso pagare lo straordinario a forfait, quando lo straordinario viene effettuato con costanza e continuità, e per un numero di ore sempre uguale nel tempo, il datore di lavoro – anche al fine di semplificare la propria contabilità e i conteggi mensili – potrebbe decidere di erogare al dipendente il cosiddetto straordinario forfettizzato. Si tratta di un’apposita maggiorazione volta a compensare le ore di straordinario abitualmente svolte dal lavoratore che si presume vengano sempre rese.

La misura dello straordinario forfettizzato viene determinata a priori in funzione di un accordo tra le parti ed è costante nel tempo.

Questa modalità di pagamento non può mai comportare per il lavoratore una perdita di retribuzione rispetto a quanto avrebbe percepito con la maggiorazione ordinaria per lavoro straordinario ed è legittima, a condizione che la maggiorazione sia evidenziata a parte rispetto alla retribuzione ordinaria.

È illecita la clausola che prevede la retribuzione in misura forfettaria indipendentemente dal numero delle ore di lavoro svolte: ciò implicherebbe la rinuncia preventiva al compenso per il lavoro eventualmente prestato oltre il limite massimo prestabilito.

Accordo per lo straordinario forfettizzato 

L’accordo con il quale le parti stabiliscono la forfettizzazione dello straordinario, per essere valido, deve indicare il limite massimo delle ore di lavoro che il dipendente è tenuto a prestare.

Si può revocare lo straordinario forfettizzato?

Secondo la Corte, il compenso forfettario della prestazione resa oltre l’orario normale di lavoro accordato al lavoratore per lungo tempo, ove non sia correlato all’entità presumibile della prestazione straordinaria, diventa un’attribuzione patrimoniale che, con il tempo, assume funzione diversa da quella originaria, tipica del compenso dello straordinario. Esso quindi diventa un superminimo che fa parte della retribuzione ordinaria. Pertanto, il compenso straordinario costituisce parte integrante della retribuzione e non è più riducibile unilateralmente dal datore di lavoro.

Sempre per tornare all’esempio di poc’anzi, ricordiamo che l’art. 2112 del Codice civile disciplina l’ipotesi del cosiddetto trasferimento d’azienda e cessione dei lavoratori alla nuova società (leggi il nostro approfondimento sul tema Trasferimento d’azienda e cessione dei lavoratori alla nuova società). La norma prevede «a favore dei dipendenti dell’imprenditore che trasferisce l’azienda o un suo ramo la garanzia della conservazione di tutti i diritti derivanti dal rapporto lavorativo con l’impresa cedente e mira alla tutela dei crediti già maturati dal lavoratore ed al rispetto dei trattamenti in vigore». Pertanto, la nuova azienda datrice di lavoro, essendo stato erogato per lungo tempo senza correlazione con l’entità presumibile della prestazione straordinaria resa, assume una funzione differente da quella tipica del compenso per lo straordinario, divenendo così «un superminimo che fa parte della retribuzione ordinaria». Quindi, il secondo datore di lavoro che ha ereditato il contratto non può revocare lo straordinario forfettizzato.

Lo stesso principio è stato enunciato più volte dalla giurisprudenza della Cassazione [2]. La Corte ha sottolineato ogni volta che, per rendere lo straordinario forfettizzato parte integrante della retribuzione base, è necessario che sia corrisposto per molto tempo. Non viene però quantificato tale margine temporale.


note

[1] Cass. Sez. Lav. 30 ottobre 2020, n. 24145 

[2] Cass. 5 gennaio 2015 n. 4; Cass. 12 gennaio 2011 n. 542.

Autore immagine: depositphotos.com

Corte di Cassazione, Sezione Lavoro civile

Ordinanza 30 ottobre 2020, n. 24145

Integrale

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Dipendente casa di cura – Cessione d’azienda – Fallimento – EDAPR attribuito dalla cedente – Conservazione diritto – Fondamento giuridico

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RAIMONDI Guido – Presidente

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere

Dott. GARRI Fabrizia – rel. Consigliere

Dott. BOGHETICH Elena – Consigliere

Dott. DE MARINIS Nicola – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 1213-2017 proposto da:

FALLIMENTO (OMISSIS) S.R.L., in persona dei curatori pro tempore, elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS);

– ricorrente –

contro

(OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato ANDREA ORDINE, rappresentato difeso dall’avvocato (OMISSIS);

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1435/2016 della CORTE D’APPELLO di CATANZARO, depositata il 13/10/2016 R.G.N. 1220/2015.

RILEVATO

CHE:

1. La Corte di appello di Catanzaro in accoglimento del ricorso proposto dal Dott. (OMISSIS), anestesista transitato alle dipendenze della (OMISSIS) s.r.l. per effetto della cessione dell’azienda da parte dell'(OMISSIS) s.r.l., ha dichiarato il suo diritto a conservare l’elemento distinto della retribuzione (EDAPR) attribuitogli dalla cedente e goduto per oltre un decennio (dal 4.1.2001 al 27.5.2011) condannando la cessionaria al pagamento delle somme dovute a tale titolo nel periodo dal 27 maggio 2011 al 31.1.2015 oltre agli interessi legali ed alla rivalutazione monetaria. Inoltre ha dichiarato il diritto del (OMISSIS) a conservare l’anzianita’ maturata alle dipendenze dell'(OMISSIS) s.r.l.

2. La Corte territoriale ha ritenuto che il diritto alla conservazione dell’EDAPR e dell’anzianita’ di servizio maturata scaturisse dalla corretta applicazione dell’articolo 2112 c.c. il quale, al comma 1, prevede che in caso di trasferimento di azienda il lavoratore dipendente della cedente conservi tutti i diritti che derivano dall’originario rapporto. Il giudice di appello ha poi escluso che il comma 4 del citato articolo 2112 potesse essere richiamato a fondamento di modifiche unilaterali del rapporto da parte della societa’ subentrante.

3. Per la cassazione della sentenza ha proposto tempestivo ricorso la (OMISSIS) s.r.l. affidato a tre motivi ai quali ha opposto difese con tempestivo controricorso il Dott. (OMISSIS). La ricorrente ha depositata memoria illustrativa ai sensi dell’articolo 380 bis.1. c.p.c.

CONSIDERATO

CHE:

4. Con il primo motivo di ricorso e’ denunciata la violazione dell’articolo 1362 e ss. per avere la Corte di merito erroneamente ritenuto che l’EDAPR riconosciuto al Dott. (OMISSIS) nella scrittura privata del 4 gennaio 2001 avesse funzione di compenso forfettario per prestazioni di lavoro straordinario eventuali trasformatosi poi in un superminimo costituente parte integrante della retribuzione.

4.1. Ad avviso della ricorrente il giudice di appello non avrebbe rispettato i canoni ermeneutici che avrebbero dovuto guidare prioritariamente l’interpretazione del contratto a partire da quello letterale che, ove sia sufficientemente chiaro, insieme a quello logico e’ criterio di interpretazione sufficiente che non consente di fare ricorso a criteri sussidiari, utilizzabili solo quando i primi non siano bastevoli. Conseguentemente, stante la connessione tra compenso aggiuntivo e prestazioni ulteriori richieste, ritiene la ricorrente che una volta che tali ulteriori prestazioni non siano piu’ richieste il compenso non deve piu’ essere erogato.

4.2. Inoltre avrebbe errato la Corte nell’attribuire natura di compenso per lavoro straordinario forfettizzato all’erogazione, trasformatasi in un superminimo, ed osserva che, anche ammessa la natura di superminimo dell’emolumento, comunque si tratterebbe di compenso suscettibile di assorbimento per effetto dell’incremento della retribuzione stante il tetto di sette milioni di lire indicato dalle parti nel contratto.

5. Con il secondo motivo di ricorso e’ dedotta la violazione e falsa applicazione dell’articolo 2112 c.c., in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

5.1. Sostiene la ricorrente che la Corte di merito avrebbe erroneamente ritenuto violato l’articolo 2112 c.c. per effetto della mancata erogazione dell’EDAPR. Il giudice di appello avrebbe trascurato di considerare che, successivamente all’affitto di azienda, la Casa di Cura non aveva avuto piu’ necessita’ di avvalersi dell’opera del Dott. (OMISSIS) per le particolari esigenze ulteriori rispetto all’orario di diciannove ore settimanali convenuto ed espletato.

5.2. Osserva percio’ che essendosi modificate le condizioni della prestazione il compenso non doveva essere piu’ erogato. Al lavoratore era consentito, semmai, ai sensi dell’articolo 2112 c.c., comma 4 di recedere dal contratto, ma certo questi non poteva pretendere l’erogazione di un compenso in relazione ad una prestazione non piu’ richiesta.

6. Con l’ultimo motivo di ricorso, infine, la societa’ denuncia la violazione e falsa applicazione dell’articolo 2103 c.c., in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3, e l’omesso esame di un fatto decisivo oggetto di discussione tra le parti, in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

6.1. Osserva la ricorrente che la Corte territoriale avrebbe ritenuto violato l’articolo 2103 c.c. trascurando di considerare che la disposizione riguarda gli elementi ordinari del trattamento retributivo e non anche le indennita’ corrisposte in ragione delle particolari modalita’ della prestazione.

7. Il ricorso non puo’ essere accolto.

7.1. Il primo motivo in quanto la ricorrente con la sua censura piu’ che denunciare una violazione delle regole dettate dal codice civile per l’interpretazione dei contratti propone piuttosto una lettura del contratto diversa rispetto a quella adottata dalla sentenza impugnata senza chiarire perche’ ed in che termini i canoni di interpretazione invocati sarebbero stati violati.

7.2. Nel riprodurre il testo del contratto e la motivazione della sentenza la ricorrente si limita ad affermare che sarebbe del tutto ovvio che il compenso preteso fosse correlato alla prestazione e che, non essendo questa piu’ stata resa, non sarebbe dovuto.

7.3. Si tratta all’evidenza della contrapposizione di una interpretazione ad un’altra entrambe plausibili e la censura e’ percio’ inammissibile in quanto la parte che, con il ricorso per cassazione, intenda denunciare un errore di diritto o un vizio di ragionamento nell’interpretazione di una clausola contrattuale, non puo’ limitarsi a richiamare le regole di cui agli articoli 1362 c.c. e ss., ma ha invece l’onere di specificare non solo i canoni che in concreto assuma violati ma, in particolare, il punto ed il modo in cui il giudice del merito si sia dagli stessi discostato. Le censure, infatti, non possono risolversi nella mera contrapposizione tra l’interpretazione del ricorrente e quella accolta nella sentenza impugnata. Quest’ultima non deve essere infatti l’unica astrattamente possibile ma solo una delle plausibili interpretazioni. Ne consegue che allorquando di una clausola contrattuale sono possibili due o piu’ interpretazioni, non e’ consentito, alla parte che aveva proposto l’interpretazione poi disattesa dal giudice di merito, dolersi in sede di legittimita’ del fatto che fosse stata privilegiata l’altra (cfr. Cass. 28/11/2017 n. 28319 e 27/06/2018 n. 16987).

8. Il secondo motivo di ricorso e’ infondato. L’articolo 2112 c.c. assicura a favore dei dipendenti dell’imprenditore che trasferisce l’azienda o un suo ramo la garanzia della conservazione di tutti i diritti derivanti dal rapporto lavorativo con l’impresa cedente e mira alla tutela dei crediti gia’ maturati dal lavoratore ed al rispetto dei trattamenti in vigore (cfr. Cass. 23.12.2003 n. 19681 e recentemente Cass. 12/11/2019 n. 29291) e dunque correttamente la Corte di merito ne ha accertata la violazione, evidenziando che il compenso (EDAPR) era stato riconosciuto al (OMISSIS) nel contratto individuale ed era stato erogato pacificamente per tutta la durata del rapporto e fino all’intervenuto affitto dell’azienda.

9. Del pari non puo’ essere accolto l’ultimo motivo di ricorso che denuncia la violazione e falsa applicazione dell’articolo 2103 c.c., in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3., e l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti, in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

9.1. Sotto il primo profilo va ricordato che il compenso e’ stato correttamente identificato come un elemento della retribuzione funzionale alla prestazione nel suo complesso ed il compenso forfettario della prestazione resa oltre l’orario normale di lavoro accordato al lavoratore per lungo tempo, ove non sia correlato all’entita’ presumibile della prestazione straordinaria resa, costituisce attribuzione patrimoniale che, con il tempo, assume funzione diversa da quella originaria, tipica del compenso dello straordinario, e diviene un superminimo che fa parte della retribuzione ordinaria e non e’ riducibile unilateralmente dal datore di lavoro (cfr. Cass.12/01/2011 n. 542 e 05/01/2015 n. 4).

9.2. Per quanto concerne poi l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio e’ appena il caso di osservare che nella censura non viene affatto chiarito quale sia il fatto decisivo trascurato dalla Corte di merito ne’ tanto meno ne viene argomentata la decisivita’.

10. In conclusione il ricorso va rigettato e le spese vanno poste a carico della soccombente nella misura indicata in dispositivo. Ai sensi del Decreto Legislativo n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 quater, va poi dato atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello spettante per il ricorso a norma del comma 1 bis dello stesso articolo 13, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimita’ che si liquidano in complessivi Euro 5.250,00 per compensi professionali, Euro 200,00 per esborsi, 15% per spese generali oltre accessori di legge.

Ai sensi del Decreto Legislativo n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 quater, da’ atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello spettante per il ricorso a norma del comma 1 bis dello stesso articolo 13, se dovuto.


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