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Renzi si sgancia dal Governo sul Recovery, aria di crisi

8 Dicembre 2020 | Autore:
Renzi si sgancia dal Governo sul Recovery, aria di crisi

Il leader di Iv chiede di cambiare il sistema di governance e di coinvolgere tutte le anime dell’Esecutivo nella gestione dei soldi Ue e minaccia di andarsene.

Governo di nuovo appeso a un filo, questa volta sul Recovery plan, ovvero sulla gestione degli oltre 200 miliardi di euro tra prestiti e trasferimenti in arrivo dall’Europa. A tenere in bilico le sorti dell’Esecutivo, il solito Matteo Renzi, che minaccia di voltare le spalle a Giuseppe Conte e di fare prima o poi uno sgambetto letale per la legislatura. Anzi, più prima che poi, visto che domani c’è in Parlamento il temuto voto sulla riforma del Mes. Tant’è che dopo il movimentato Consiglio dei ministri di ieri, interrotto ben due volte per questioni di contenuto e per il caso di positività al Covid del capo del Viminale Luciana Lamorgese, Italia Viva non ha firmato il principio di accordo raggiunto sul Recovery. Brutto segnale per Conte.

Non piace a Renzi l’idea del presidente del Consiglio di affidare la gestione dei fondi europei a sei supermanager che avrebbero risposto non al Governo ma direttamente al presidente del Consiglio. Il leader di Italia Viva vorrebbe un coinvolgimento più diretto dell’Esecutivo, affiancando la «sua» ministra dell’Agricoltura Teresa Bellanova ai ministri dell’Economia e dello Sviluppo Economico, Roberto Gualtieri e Stefano Patuanelli. Insomma, una renziana con un Pd e un pentastellato. Ma per giustificare il suo «no» alla linea di Conte, dice anche che «il problema non è solo la governance ma tutto il piano». E minaccia: «Se pensano che io stia scherzando, mi conoscono poco. Se non cambia, io mi sgancio».

Il premier teme che Renzi non stia scherzando, e per questo ha riconvocato il Consiglio dei ministri per il pomeriggio di oggi, giorno di festa in mezzo mondo ma non a Palazzo Chigi. Conte pare orientato a ridimensionare i poteri dei supermanager in modo da non compromettere il voto di domani sul Salva Stati, i rapporti con l’alleato e l’intera legislatura. Anche se, dentro di sé, sa benissimo che dopo questo episodio ce ne potrà essere un altro, e poi un altro ancora. Aveva già avuto un’esperienza simile la scorsa primavera, quando a maggio Italia Viva minacciò l’uscita dal Governo se non fosse passata la proposta di Teresa Bellanova sulla regolarizzazione dei lavoratori clandestini. Ora, si cammina di nuovo sulla fune e si cerca l’equilibrio giusto per evitare una rovinosa caduta senza rete di Conte, che già deve fare i conti con i dissidenti del Movimento 5 Stelle e con il mancato consenso al fotofinish di Forza Italia.

Quanto al Recovery plan, prevede diverse macro aree che comprendono in totale 56 progetti. La maggior parte dei circa 200 miliardi a disposizione andrà alla cosiddetta «rivoluzione verde e transizione ecologica», che si traduce in efficienza energetica e riqualificazione degli edifici (dove potrebbe avere luce verde la proroga del superbonus 110%), in mobilità sostenibile, in impresa verde e in tutela e valorizzazione del territorio e delle risorse idriche.

Spazio anche alla digitalizzazione, l’innovazione, la competitività e la cultura, con progetti che mirano alla diffusione della banda larga e del 5G e all’innovazione nella Pubblica Amministrazione. E ancora: nel capitolo infrastrutture, il potenziamento dell’alta velocità e della manutenzione stradale, dell’istruzione e della ricerca. Soldi anche per la parità di genere e la coesione sociale e territoriale, i giovani e le politiche del lavoro.



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