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Ricovero ospedaliero: ultime sentenze

8 Dicembre 2020
Ricovero ospedaliero: ultime sentenze

Inesatto adempimento del medico; gravità delle lesioni; nesso causale tra condotta colposa ed evento lesivo; risarcibilità del danno.

Il ricovero ospedaliero

Con il contratto di ricovero ospedaliero della gestante l’ente ospedaliero si obbliga non soltanto a prestare alla stessa le cure e le attività necessarie al fine di consentirle il parto, ma altresì ad effettuare, con la dovuta diligenza, tutte quelle altre prestazioni necessarie al feto (ed al neonato), sì da garantirne la nascita evitandogli – nei limiti consentiti dalla scienza – qualsiasi possibile danno.

Detto contratto, intercorso tra la partoriente e l’ente ospedaliero, si atteggia come contratto con effetti protettivi a favore di terzo nei confronti del nato, alla cui tutela tende quell’obbligazione accessoria, ancorché le prestazioni debbano essere assolte, in parte, anteriormente alla nascita; ne consegue che il soggetto che, con la nascita, acquista la capacità giuridica, può agire per far valere la responsabilità contrattuale per l’inadempimento delle obbligazioni accessorie, cui il contraente sia tenuto in forza del contratto stipulato col genitore o con terzi, a garanzia di un suo specifico interesse.

Tribunale Frosinone, 24/05/2016

L’urgenza del secondo ricovero

L’intervento chirurgico al quale fu sottoposto l’attore presso il secondo ospedale fu eseguito lo stesso giorno dell’intervento ambulatoriale di embolizzazione eseguito dal convenuto, in evidenti condizioni di urgenza con diagnosi di entrata di mal posizionamento della spirale; qualora non vi fosse stata urgenza, non si comprende per quale motivo il paziente sia stato ricoverato e sottoposto ad intervento chirurgico lo stesso giorno. Vi sono quindi gli elementi per presumere che l’intervento del primo medico non fu correttamente eseguito, e che la sua erronea esecuzione espose il paziente a pericolo per la sua incolumità.

Venendo alla quantificazione del danno, qualora l’intervento ambulatoriale fosse stato correttamente eseguito l’attore non avrebbe subito il ricovero ospedaliero e quindi non avrebbe riportato la cicatrice chirurgica. Inoltre, non avrebbe subito la invalidità temporanea dovuta al protratto ricovero. Il c.t.u. ha escluso qualunque sintomatologia dolorosa.

Corte appello Bari sez. II, 08/03/2018, n.404

Rifiuto del ricovero ospedaliero di un malato

Integra il reato di cui all’art. 328, comma 1, c.p., il rifiuto di procedere al ricovero ospedaliero di un malato, opposto dal medico responsabile del reparto, se l’ospedalizzazione deve ritenersi indifferibile per la sussistenza di un effettivo pericolo di conseguenze dannose alla salute della persona, obiettivamente apprezzabile anche in considerazione del tenore e della provenienza delle richieste formulate al soggetto attivo.

(Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto corretta la decisione impugnata, la quale aveva affermato la colpevolezza del medico ospedaliero, di turno presso il reparto di chirurgia d’urgenza, il quale si era rifiutato di visitare e redigere la consulenza richiesta dai colleghi del servizio “118”, propedeutica al ricovero, adducendo la provenienza del paziente da altro ospedale esclusivamente per eseguire una TAC cerebrale).

Cassazione penale sez. VI, 30/09/2014, n.45844

Danno non patrimoniale: la prova presuntiva

Una volta che la parte abbia dedotto e provato i fatti che ne possono costituire il fondamento, il giudice deve ricercare, anche d’ufficio, la prova presuntiva, la quale, senza essere svilita a mera massima di esperienza, consiste nel ragionamento logico-deduttivo che, sulla base di fatti noti, permette di risalire a fatti ignorati. Così agendo il giudice potrà trarre dal materiale utilizzabile ai fini del decidere la prova che cercava oppure concludere che i fatti noti dei quali dispone sono sprovvisti dei requisiti di gravità, precisione e concordanza e non permettono di risalire al fatto ignoto.

Nella fattispecie, il padre-attore aveva allegato e provato gli elementi costitutivi del diritto risarcitorio, vale a dire la gravità delle lesioni risentite dal minore, comportanti un lungo periodo di ricovero ospedaliero, l’intensità del rapporto di parentela e la coabitazione; da tali fatti il giudice desume, secondo l’id quod plerumque accidit, la circostanza che il padre della vittima primaria si mise in allarme per la salute del figlio.

Cassazione civile sez. III, 11/07/2017, n.17058

Permesso retribuito e ricovero ospedaliero

In tema di trattamento economico del dipendente per i periodi di ricovero ospedaliero e per quello successivo di convalescenza post-ricovero, il “ricovero ospedaliero” ricomprende anche quelle peculiari forme di ricovero, diverse dall’ordinario, costituite dal Day Hospital e dal Day Surgery.

Corte appello Milano, 30/10/2020, n.736

Responsabilità medica e infezioni sopraggiunte durante il ricovero

In tema di responsabilità professionale del medico, in relazione al nesso causale tra la condotta colposa del medico e l’evento lesivo è da escludere che possano avere una efficacia interruttiva le infezioni sopraggiunte durante il ricovero ospedaliero.

Non è infatti configurabile il sopravvenire di un rischio nuovo e incommensurabile, del tutto incongruo rispetto alla condotta originaria, cui possa annettersi valore interruttivo del rapporto di causalità: ciò perché l'”infezione nosocomiale” è uno dei rischi tipici e prevedibili da tener in conto nei casi di non breve permanenza nei raparti di terapia intensiva, ove lo sviluppo dei processi infettivi è tutt’altro che infrequente in ragione delle condizioni di grave defedazione fisica dei pazienti.

Cassazione penale sez. IV, 06/06/2017, n.33770

Struttura sanitaria e attività di ricovero ospedaliero

In costanza di sospensione degli effetti della convenzione stipulata ex art. 8 quinques, d.lg. 502 del 1992, i posti letto già oggetto dell’accreditamento possono essere utilizzati dalla struttura sanitaria per la sua attività privatistica; pertanto, legittimamente viene dichiarata la decadenza dall’autorizzazione all’esercizio dell’attività sanitaria e di chiusura della struttura relativamente alle attività di ricovero ospedaliero, qualora la struttura stessa si astenga dall’operare, nell’assunto dell’indisponibilità di quei posti letto che il vincolo pubblicistico dell’accreditamento ad essi asseritamente imprimerebbe nell’interesse della continuità della rete sanitaria.

Consiglio di Stato sez. III, 21/10/2020, n.6372

Rifiuto della terapia, referto e registrazione diagnostica

In caso di rifiuto del ricovero ospedaliero, non si può trarre da una registrazione diagnostica la prova di una scorretta o inadeguata informazione al paziente, e della conseguente responsabilità del sanitario per insufficienza o incompletezza delle informazioni, posto che in detto documento possono essere riportati solo i dati diagnostici sicuramente accertati e le terapie conseguentemente ritenute opportune; non possono, per contro, esservi contenuti ed elencati tutti i teorici, possibili, sviluppi diagnostici ancora da acclarare, i quali dovrebbero essere verificati con appositi e maggiormente approfonditi accertamenti, conseguenti anche ad un periodo di osservazione ospedaliera, la cui prospettazione da parte del medico consente a questi di assolvere correttamente il suo dovere di adeguata e completa informazione.

Cassazione penale sez. IV, 08/10/2013, n.4957

Ricovero ospedaliero e prelievi ematici

Sono utilizzabili i risultati dei prelievi ematici effettuati durante il ricovero ospedaliero per la prova della guida in stato di ebbrezza, effettuati durante il ricovero a seguito di incidente stradale in una struttura pubblica, anche se raccolti senza il consenso dell’imputato, trattandosi di documentazione medica da considerarsi elemento di prova sul quale il giudice può legittimamente fondare il proprio convincimento.

Cassazione penale sez. IV, 21/12/2011, n.8041

Rifiuto del ricovero di paziente che intende interrompere il trattamento sanitario

È illegittimo il rifiuto di ricovero ospedaliero, dovuto in linea di principio da parte del Servizio Sanitario Nazionale a chiunque sia affetto da patologie mediche, di un malato in stato vegetativo permanente alimentato artificialmente per il solo fatto che questi abbia preannunciato la propria intenzione di avvalersi del suo diritto all’interruzione del trattamento sanitario, atteso che il rifiuto significa di fatto limitare indebitamente tale diritto; l’accettazione presso la struttura sanitaria pubblica non può, pertanto, essere condizionata alla rinuncia del malato ad esercitare un suo diritto fondamentale.

Consiglio di Stato sez. III, 02/09/2014, n.4460



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4 Commenti

  1. Una mia amica qualche tempo fa è stata ricoverata presso una struttura ospedaliera in cui ha subito un intervento chirurgico. La mia amica ha inoltrato la certificazione in formato cartaceo alla sede INPS di competenza mediante posta raccomandata. L’Inps non le riconosce l’indennità di malattia per il periodo prima e dopo il ricovero, sostenendo che il certificato cartaceo non è valido poiché è stato rilasciato da una struttura ospedaliera e non dal suo medico curante. C’è un modo per risolvere questa situazione?

    1. Se il paziente è ricoverato in ospedale e, quindi, non può mettersi in contatto con il proprio medico curante, sarà l’ospedale stesso a inviare all’Inps i certificati di inizio ricovero e dimissioni, nonchè i certificati di malattia, nel caso in cui non vi sia pernottamento presso la struttura ospedaliera. Tuttavia, se la struttura non è ancora abilitata alla trasmissione telematica, il lavoratore deve farsi rilasciare il certificato cartaceo e trasmetterlo all’Inps con le modalità previste dal Messaggio Inps n. 9197 del 20.04.2011, inviando anche una copia priva di diagnosi al proprio datore di lavoro. In tal caso, specifica l’Inps con messaggio n. 1074 del 09.03.2018, la struttura ospedaliera dovrà avere cura di sostituire nella certificazione la dicitura “prognosi clinica” con quella prevista di “prognosi riferita all’incapacità lavorativa”. Questo perché la prognosi utile ai fini del riconoscimento dell’indennizzabilità della malattia non è la mera prognosi clinica, ma quella riferita all’incapacità lavorativa del malato e che dovrà essere espressa in tali termini. Con riguardo invece ai periodi post- ricovero, la Circolare n. 136 del 25.07.2003 stabilisce che: “in presenza di certificazioni rilasciate dalle strutture ospedaliere in cui siano formulate prognosi successive al ricovero o alla prestazione di pronto soccorso, la copertura dei relativi periodi, agli effetti erogativi di interesse, è riconoscibile soltanto quando il giudizio prognostico suddetto faccia riferimento esplicito ad uno stato di incapacità lavorativa e non alla mera prognosi clinica salvo complicazioni”. In tal caso, la certificazione ospedaliera potrà essere sostituita da certificazione più dettagliata rilasciata dal medico di Medicina Generale curante. Sarebbe dunque opportuno, nel caso di specie, capire quale giudizio prognostico sia stato indicato dalla struttura ospedaliera nel certificato rilasciato alla paziente e se tale dicitura fosse sufficiente a giustificare lo stato di incapacità lavorativa ai fini dell’indennizzabilità della relativa assenza dal lavoro. Qualora la certificazione rilasciata alla paziente fosse stata adeguatamente motivata e, nonostante ciò, l’Inps non abbia concesso la conseguente prestazione economica, è possibile, a fronte del provvedimento di rigetto da parte dell’Inps proporre ricorso amministrativo avverso il provvedimento stesso, evidenziando che la struttura ospedaliera ha correttamente rilasciato il certificato, corredandolo di adeguata motivazione, ai sensi delle Circolari Inps sopra citate. Il ricorso può essere proposto direttamente dall’interessata, senza che sia necessaria l’assistenza di un avvocato, mediante apposita procedura on-line, attivabile sul sito istituzionale dell’Inps, mediante utilizzo del proprio codice Pin. Qualora anche il ricorso venisse respinto o non ricevesse riscontro, sarà possibile proporre un’azione giudiziaria nei confronti dell’Inps, ad avviso dello scrivente però sicuramente antieconomica, rispetto all’ammontare dell’indennità non corrisposta. 

  2. Il paziente X viene ricoverato in ospedale e viene sottoposto a terapie e cure finalizzate ad affrontare e gestire la patologia. Risolta la fase acuta, i medici procedono alle dimissioni del paziente. Ma lui necessita di ulteriori cure che non possono essere effettuate a casa. Come si può procedere in caso di dimissioni forzate?

    1. In tal caso, dimetterlo sarebbe una scelta impropria che espone i medici al rischio di essere chiamati a rispondere penalmente. Per evitare che ciò accada, occorre: esigere il foglio di dimissioni. Si tratta di una lettera informativa per il medico di fiducia che contiene tutte le informazioni sulla degenza e sulla malattia: diagnosi, esami eseguiti, risultati, cure effettuate e quelle consigliate. Il paziente può anche richiedere una copia della cartella clinica che ritirerà in un secondo momento (leggi Come avere la cartella clinica). Se il paziente ha dubbi su quanto contenuto nel foglio di dimissioni è opportuno che non lo firmi né lo faccia firmare dai suoi parenti; prendere contatto con il primario del reparto e con i medici che hanno in cura il paziente; chiedere al medico di base di recarsi presso la struttura ospedaliera nel tentativo di risolvere la situazione; richiedere alla direzione sanitaria l’individuazione di una soluzione adeguata, ad esempio il ricovero presso una residenza sanitaria assistenziale, strutture di ospitalità a tempo indeterminato o temporaneo. Se non si riesce ad ottenere alcun risultato, è possibile opporsi alle dimissioni con un ricorso in via amministrativa, indirizzato al Comitato di Gestione della Asl (o all’Azienda Ospedaliera) e spedito a mezzo raccomandata a.r., entro 15 giorni dal momento in cui si è avuta conoscenza dell’atto al quale ci si oppone: al direttore generale della Asl (o del’Azienda Ospedaliera); al direttore sanitario dell’ospedale; al primario del reparto e, per conoscenza: all’Assessore Regionale alla Sanità; al difensore civico della Regione. In pratica, con il ricorso il paziente chiede di non essere dimesso o, in subordine, di essere trasferito in altro reparto del medesimo ospedale o in altra struttura idonea, dal momento che: a causa della sua patologia ha necessità di prestazioni mediche, infermieristiche e socio-sanitarie non praticabili a domicilio; le condizioni di salute o di lavoro non gli consentono di essere totalmente autosufficiente; i propri familiari non sono nelle condizioni di prestargli la dovuta assistenza continuativa; per le condizioni in cui versa non può essere lasciato a casa da solo; non è in grado di sopportare eventuali spese di ricovero presso strutture private o strutture pubbliche a pagamento. Il Comitato di gestione decide entro 15 giorni.

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