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Dovere di diligenza avvocato: ultime sentenze

12 Dicembre 2020
Dovere di diligenza avvocato: ultime sentenze

Responsabilità professionale del legale; prova del nesso causale tra la condotta negligente ed il danno; valutazione prognostica positiva sul probabile esito favorevole del risultato dell’attività del difensore.

Responsabilità dell’avvocato

L’avvocato deve considerarsi responsabile nei confronti del proprio cliente, ai sensi degli artt. 2236 e 1176 c.c., in caso di incuria o di ignoranza di disposizioni di legge ed, in genere, nei casi in cui, per negligenza o imperizia, compromette il buon esito del giudizio, mentre nelle ipotesi di interpretazione di leggi o di risoluzione di questioni opinabili, deve ritenersi esclusa la sua responsabilità, a meno che non risulti che abbia agito con dolo o colpa grave.

Pertanto, l’inadempimento del suddetto professionista non può essere desunto dal mancato raggiungimento del risultato utile cui mira il cliente, ma soltanto dalla violazione del dovere di diligenza adeguato alla natura dell’attività esercitata, ragion per cui l’affermazione della sua responsabilità implica l’indagine -positivamente svolta sulla scorta degli elementi di prova che il cliente ha l’onere di fornire- circa il sicuro e chiaro fondamento dell’azione che avrebbe dovuto essere proposta e diligentemente coltivata e, in definitiva, la certezza morale che gli effetti di una diversa sua attività sarebbero stati più vantaggiosi per il cliente medesimo.

Corte appello Milano sez. II, 08/07/2020, n.1729

La violazione del dovere di diligenza

La responsabilità professionale dell’avvocato presuppone la violazione del dovere di diligenza richiesto dalla natura dell’attività esercitata (art. 1176, comma 2, c.c.), sicché la conoscenza della normativa che impone la rinnovazione dell’ipoteca ai sensi degli artt. 2847 e 2878, n. 2, c.c., trattandosi di questione prettamente giuridica, fa parte dell’obbligo di prestazione professionale e rientra nella diligenza media esigibile dal difensore e non invece dal cliente (nella specie, una società), che non è tenuto a conoscere il periodo di scadenza della garanzia ipotecaria.

(In applicazione del principio, la S.C. ha cassato la sentenza impugnata che, pur riconoscendo la responsabilità del professionista per aver lasciato scadere la garanzia ipotecaria, aveva attribuito una parte di responsabilità alla società assistita, sostenendo che questa avrebbe dovuto essere a conoscenza della scadenza della garanzia ipotecaria e che, quindi, con la sua negligente condotta aveva concorso nella causazione degli effetti pregiudizievoli).

Cassazione civile sez. III, 22/06/2020, n.12127

Diligenza professionale media esigibile

La responsabilità professionale dell’avvocato, la cui obbligazione è di mezzi e non di risultato, presuppone la violazione del dovere di diligenza, per il quale trova applicazione, in luogo del criterio generale della diligenza del buon padre di famiglia, quello della diligenza professionale media esigibile, ai sensi dell’art. 1176, secondo comma, c.c., da commisurare alla natura dell’attività esercitata, non potendo il professionista garantire l’esito comunque favorevole auspicato dal cliente.

Tribunale Rimini, 19/11/2019, n.928

Responsabilità dell’avvocato: natura, ambito e limiti

La responsabilità professionale dell’avvocato configura un’obbligazione di mezzi e non di risultato e presuppone la violazione del dovere di diligenza, per il quale trova applicazione, in luogo del criterio generale della diligenza del buon padre di famiglia, quello della diligenza professionale media esigibile, ai sensi dell’articolo 1176 co. 2 c.c., da commisurare alla natura dell’attività esercitata, salva l’applicazione dell’art. 2236 c.c. nel caso di prestazioni implicanti la risoluzione di problematiche tecniche di particolare difficoltà.

Il professionista assumendo l’incarico, si impegna a prestare la propria opera per raggiungere il risultato desiderato, ma non a conseguirlo; pertanto, ai fini del giudizio di responsabilità, rileva non già il conseguimento o meno del risultato utile per il cliente, ma le modalità concrete con le quali il professionista avvocato ha svolto la propria attività, avuto riguardo, da un lato, al dovere primario di tutelare le ragioni del cliente e, dall’altro, al rispetto del parametro di diligenza a cui questi è tenuto.

Tribunale Milano sez. I, 03/09/2019, n.7957

L’obbligazione professionale dell’avvocato

E’ noto che l’obbligazione professionale dell’avvocato è di mezzi e non di risultato. In particolare, l’avvocato deve considerarsi responsabile nei confronti del cliente in caso di incuria o di ignoranza di disposizioni di legge ed, in genere, nei casi in cui per negligenza o imperizia compromette il buon esito del giudizio, mentre nei casi di interpretazioni di leggi o di risoluzione di questioni opinabili, deve ritenersi esclusa la sua responsabilità a meno che non risulti che abbia agito con dolo o colpa grave.

Trattasi, dunque, di una responsabilità per colpa commisurata alla natura della prestazione dell’avvocato, che presuppone la violazione del dovere di diligenza, per il quale trova applicazione, in luogo del criterio generale della diligenza del buon padre di famiglia, quello della diligenza professionale media esigibile, ai sensi dell’art. 1176, secondo comma, cod. civ., da commisurare alla natura dell’attività esercitata e che risulta circoscritta ai casi di dolo o colpa grave unicamente quando la prestazione implichi la risoluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà (ex art. 2236 c.c.).

Ne deriva, ulteriormente, che l’accertamento di un comportamento negligente in capo al difensore non può comportare, in via automatica, un giudizio di responsabilità professionale dello stesso, dovendosi in ogni caso raggiungere la prova che l’operato svolto abbia prodotto un danno certo, attuale ed effettivo, che sia eziologicamente ricollegabile ad un comportamento colposo.

Tribunale Livorno, 21/09/2020, n.607

La responsabilità del professionista per inadempimento

L’inadempimento del professionista alla propria obbligazione non può essere desunto “ipso facto” dal mancato raggiungimento del risultato utile avuto di mira dal paziente, ma deve essere valutato alla stregua dei doveri inerenti lo svolgimento dell’attività professionale e, in particolare, del dovere di diligenza.

Il dovere di diligenza, poi, non è quello ordinario della “diligenza del buon padre di famiglia” (comunemente richiesto per l’ordinaria esecuzione di obbligazioni), bensì quello più gravoso ed impegnativo della diligenza professionale fissato dall’art. 1176 comma 2 c.c., il quale deve a sua volta essere commisurato alla natura dell’attività esercitata.

Tribunale Salerno, 27/08/2019, n.2679

Condizioni di opponibilità dell’eccezione d’inadempimento

La responsabilità professionale dell’avvocato configura un’obbligazione di mezzi e non di risultato e quindi presuppone l’osservanza del dovere di diligenza, per il quale trova applicazione, in luogo del criterio generale della diligenza del buon padre di famiglia, quello della diligenza professionale media esigibile, ai sensi dell’art. 1176, comma 2, c.c., da commisurare alla natura dell’attività esercitata.

Ne discende che l’eccezione d’inadempimento, ai sensi dell’art. 1460 c.c., può essere opposta dal cliente all’avvocato che abbia violato l’obbligo di diligenza professionale, purché la negligenza sia idonea a incidere sugli interessi del cliente ove non sia pregiudicata la “chance” di vittoria in giudizio.

Corte appello Venezia sez. IV, 02/03/2018, n.518

Criteri per la ravvisabilità di un danno risarcibile

La responsabilità professionale dell’avvocato la cui obbligazione è di mezzi e non di risultato, presuppone la violazione del dovere di diligenza, per il quale trova applicazione, in luogo del criterio generale della diligenza del buon padre di famiglia, quello della diligenza professionale media esigibile, ai sensi dell’articolo 1176, secondo comma, del Cc, da commisurare alla natura dell’attività esercitata.

Inoltre, non potendo il professionista garantire l’esito comunque favorevole auspicato dal cliente, il danno derivante da eventuali sue omissioni in tanto è ravvisabile, in quanto, sulla base di criteri necessariamente probabilistici, si accerti che, senza quell’omissione, il risultato sarebbe stato conseguito, secondo un’indagine istituzionalmente riservata al giudice di merito, non censurabile in sede di legittimità se adeguatamente motivata e immune da vizi logici e giuridici.

Cassazione civile sez. II, 22/03/2017, n.7309

Dovere di sollecitazione, dissuasione ed informazione del cliente

La prestazione professionale dell’avvocato si sostanzia in una obbligazione di mezzi e non di risultato, per cui la responsabilità professionale presuppone la violazione del dovere di diligenza, secondo i canoni della diligenza professionale media esigibile, ai sensi dell’art. 1176, 2° comma, c.c., da commisurare alla natura dell’attività esercitata; inoltre, non potendo il professionista garantire l’esito comunque favorevole auspicato dal cliente, il danno derivante da eventuali sue omissioni in tanto è ravvisabile, in quanto, sulla base di criteri necessariamente probabilistici, si accerti che, senza quell’omissione, il risultato sarebbe stato conseguito; l’obbligo di diligenza cui è tenuto il professionista, stante il combinato disposto di cui agli artt. 1176, 2° comma, e 2236 c.c., impone all’avvocato anche il dovere di sollecitazione, dissuasione ed informazione del cliente; il legale, infatti, è tenuto a rappresentare al proprio cliente tutte le questioni di fatto e di diritto, comunque insorgenti, ostative al raggiungimento del risultato, o comunque produttive del rischio di effetti dannosi, sconsigliandolo eventualmente dall’intraprendere o proseguire un giudizio dall’esito probabilmente sfavorevole; a tal fine incombe sul professionista l’onere di fornire la prova della condotta mantenuta.

Corte appello Roma sez. III, 27/05/2019, n.3536

Responsabilità professionale dell’avvocato: i criteri di valutazione

La prestazione professionale dell’avvocato si sostanzia in un’obbligazione di mezzi e non di risultato, per cui la responsabilità professionale presuppone la violazione del dovere di diligenza, secondo i canoni della diligenza professionale media esigibile, ai sensi dell’art. 1176, comma 2, c.c., da commisurarsi alla natura dell’attività esercitata e al modo con cui tale attività è stata svolta.

La diligenza esigibile dall’avvocato, infatti, non è quella ordinaria del buon padre di famiglia, ma la diligenza professionale di cui all’art. 1176, comma 2, c.c., sicché la diligenza che il professionista deve impiegare nello svolgimento della sua attività è quella media, cioè la diligenza posta nell’ esercizio della propria attività dal professionista di preparazione professionale e di attenzione medie. Ciò detto, la responsabilità professionale dell’avvocato può configurarsi anche per inadempimento al dovere di informazione e dissuasione del cliente dall’intraprendere un’azione giudiziaria avventata e senza prospettiva di esito favorevole.

Tribunale Milano sez. V, 08/02/2019, n.1307

Responsabilità dell’avvocato: l’esito favorevole del risultato della sua attività

Le obbligazioni assunte dall’avvocato con il contratto con cui gli viene conferito l’incarico di difesa, sono obbligazioni di mezzo e non di risultato, in quanto il professionista si impegna alla prestazione della propria opera per raggiungere il risultato desiderato, ma non al suo conseguimento.

Ne deriva che l’inadempimento del difensore alla propria obbligazione non può essere desunto, ipso facto, dal mancato raggiungimento del risultato utile avuto di mira dal cliente, ma deve essere valutato alla stregua dei doveri inerenti allo svolgimento dell’attività professionale e, in particolare, del dovere di diligenza professionale fissato dall’art. 1176, 2° co.c.c. – parametro da commisurarsi alla natura dell’attività esercitata – sicché, non potendo il professionista garantire l’esito comunque favorevole auspicato dal cliente, il danno derivante da eventuali sue omissioni intanto è ravvisabile, in quanto, sulla base di criteri probabilistici, si accerti che, senza quell’omissione, il risultato sarebbe stato conseguito.

Tribunale Grosseto, 10/09/2019, n.688

Le obbligazioni inerenti all’esercizio dell’attività professionale legale

Le obbligazioni inerenti all’esercizio di un’attività professionale sono, di regola, obbligazioni di mezzo e non di risultato, in quanto il professionista, assumendo l’incarico, si impegna alla prestazione della propria opera per raggiungere il risultato desiderato, ma non al suo conseguimento.

Ne deriva che l’inadempimento del professionista (nella specie: avvocato) alla propria obbligazione non può essere desunto, “ipso facto”, dal mancato raggiungimento del risultato utile avuto di mira dal cliente, ma deve essere valutato alla stregua dei doveri inerenti lo svolgimento dell’attività professionale e, in particolare, del dovere di diligenza, per il quale trova applicazione, in luogo del tradizionale criterio della diligenza del buon padre di famiglia, il parametro della diligenza professionale fissato dall’art. 1176, comma 2, c.c. – parametro da commisurarsi alla natura dell’attività esercitata -, sicché, non potendo il professionista garantire l’esito comunque favorevole auspicato dal cliente, il danno derivante da eventuali sue omissioni intanto è ravvisabile, in quanto, sulla base di criteri probabilistici, si accerti che, senza quella omissione, il risultato sarebbe stato conseguito.

Tribunale Roma sez. XIII, 12/02/2018, n.3159

Declinazioni dell’obbligo di diligenza qualificata dell’avvocato

Per gli avvocati, l’obbligo di diligenza qualificata – quale criterio determinativo, insieme al dovere di correttezza, del contenuto della prestazione – è stato declinato nel diritto vivente in un ampio spettro di attività esigibili dal professionista, sia all’atto del conferimento del mandato sia durante lo svolgimento del rapporto, che ricomprendono non soltanto il tempestivo e sollecito compimento degli atti processuali e stragiudiziali necessari, ma anche i doveri di sollecitazione, dissuasione ed informazione del cliente, poiché il patrocinatore è tenuto a rappresentare tutte le questioni di fatto e di diritto, in ogni caso insorgenti, ostative al raggiungimento del risultato, o comunque produttive del rischio di effetti dannosi; il dovere di richiedere al cliente gli elementi necessari o utili in suo possesso; a sconsigliarlo dall’intraprendere o proseguire un giudizio dall’esito probabilmente sfavorevole.

Tribunale Pisa, 24/03/2020, n.330



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