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Dovere di diligenza avvocato: ultime sentenze

7 Settembre 2022
Dovere di diligenza avvocato: ultime sentenze

Responsabilità professionale del legale; prova del nesso causale tra la condotta negligente ed il danno; valutazione prognostica positiva sul probabile esito favorevole del risultato dell’attività del difensore.

Esercizio abusivo di una professione e patrocinio o consulenza infedele

Commette due distinti reati l’avvocato che, nel periodo in cui è sospeso, esercita (abusivamente) la professione, e conduce la difesa del cliente venendo meno al mandato e ai doveri professionale di correttezza e diligenza. La Cassazione ha respinto il ricorso dell’avvocato-imputato che sosteneva l’inconciliabilità tra il delitto di esercizio abusivo di una professione (articolo 348 del Cp) e quello di patrocinio o consulenza infedele (articolo 380 del Cp), volendo di fatto sostenere l’irrazionalità della doppia imputazione e argomentando che, se un avvocato viola il divieto di esercizio professionale durante il periodo di sospensione, non può contemporaneamente essere accusato di patrocinio infedele, data la volontà espressa di proseguire una causa a vantaggio della parte di cui prende fattivamente le difese. Argomento giudicato inconsistente dalla Cassazione poiché nulla esclude che la difesa, resa dall’avvocato sospeso contravvenendo al dovere di astensione, sia deprecabile per sciatteria o per aver mentito al cliente omettendo adempimenti cruciali per una conclusione vittoriosa della causa.

La volontà affermata dal ricorrente di non aver voluto abbandonare, durante la sospensione, la difesa del cliente, non scrimina dal patrocinio infedele se l’avvocato mente alla parte assistita facendole credere di aver depositato gli atti concordati e fondamentali per provare in giudizio la legittimità delle proprie istanze. O peggio, se le sue omissioni determinano la condanna per lite temeraria della parte assistita.

Cassazione penale sez. VI, 08/06/2022, n.24750

Obblighi del professionista

Vertendosi nell’ambito delle obbligazioni di mezzi, l’inadempimento del contratto di mandato professionale dell’avvocato non può essere desunto dal solo mancato raggiungimento del risultato utile avuto di mira dal cliente, ma deve essere valutato alla stregua dei doveri inerenti allo svolgimento dell’attività professionale ed in particolare al dovere di diligenza richiesto dalla natura dell’attività esercitata ex art. 1176 co. 2 c.c., a meno che la prestazione professionale da eseguire in concreto non riguardi la soluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà, nel qual caso la responsabilità del professionista è attenuata, configurandosi solo nel caso di dolo o colpa grave (art. 2236 c.c.).

Tribunale Mantova sez. I, 24/05/2022, n.430

Responsabilità professionale dell’avvocato

Posto che l’obbligazione incombente sull’avvocato nell’esercizio dell’attività professionale è un’obbligazione di mezzi e non di risultato e pertanto l’inadempimento del professionista non può essere desunto dal mancato raggiungimento del risultato favorevole cui mira il cliente, ma soltanto dalla violazione del dovere di diligenza adeguato alla natura dell’attività esercitata, tale responsabilità professionale presuppone la violazione del dovere di diligenza professionale media, da commisurare alla natura dell’attività esercitata, non potendo il professionista garantire l’esito favorevole auspicato dal cliente.

Inoltre l’avvocato deve considerarsi responsabile nei confronti del proprio cliente, ai sensi degli artt. 2236 e 1176 cod. civ., in caso di incuria o di ignoranza di disposizioni di legge ed, in genere, nei casi in cui, per negligenza o imperizia, compromette il buon esito del giudizio, mentre nelle ipotesi di interpretazione di leggi o di risoluzione di questioni opinabili, deve ritenersi esclusa la sua responsabilità, a meno che non risulti che abbia agito con dolo o colpa grave.

Tribunale Savona sez. I, 29/04/2021, n.335

Conseguenze della condotta negligente

In tema di responsabilità dell’esercente la professione forense, posto che le obbligazioni assunte dall’avvocato sono obbligazioni di mezzo e non di risultato, non potendo il professionista garantire l’esito favorevole auspicato dal cliente, il danno derivante da eventuali omissioni del professionista è ravvisabile qualora, sulla base di criteri probabilistici, si accerti che, senza quella omissione, il cliente avrebbe conseguito il risultato sperato. Per tale ragione occorre distinguere fra omissione di condotte che, se tenute, avrebbero evitato l’evento dannoso ed omissione di condotte che, viceversa, avrebbero prodotto un vantaggio.

Tale distinzione è pregnante nell’ipotesi di mancato deposito di impugnativa: in tal caso è infatti indubbio che tale omissione configura una palese violazione del dovere di diligenza professionale, posto che l’omesso deposito del ricorso comporta una negligenza procedurale. Tuttavia, ai fini dell’accertamento del danno, è imprescindibile un giudizio controfattuale volto ad accertare se, sostituendo alla condotta omessa la condotta doverosa, il gravame sarebbe stato, molto più probabilmente che non, accolto.

Tribunale Torino sez. IV, 14/04/2021, n.1888

Incuria o ignoranza delle disposizioni di legge

L’avvocato deve considerarsi responsabile nei confronti del proprio cliente, ai sensi degli articoli 2236 e 1176 del Cc, in caso di incuria o di ignoranza di disposizioni di legge e, in genere, nei casi in cui, per negligenza o imperizia, compromette il buon esito del giudizio, mentre nelle ipotesi di interpretazione di leggi o di risoluzione di questioni opinabili, deve ritenersi esclusa la sua responsabilità, a meno che non risulti che abbia agito con dolo o colpa grave.

Pertanto, l’inadempimento del suddetto professionista non può essere desunto dal mancato raggiungimento del risultato utile cui mira il cliente, ma soltanto dalla violazione del dovere di diligenza adeguato alla natura dell’attività esercitata, ragion per cui l’affermazione della sua responsabilità implica l’indagine – positivamente svolta sulla scorta degli elementi di prova che il cliente ha l’onere di fornire – circa il sicuro e chiaro fondamento dell’azione che avrebbe dovuto essere proposta e diligentemente coltivata e, in definitiva, la certezza morale che gli effetti di una diversa sua attività sarebbero stati più vantaggiosi per il cliente medesimo.

Cassazione civile sez. II, 26/02/2021, n.5429

Responsabilità dell’avvocato: quando si configura?

L’avvocato deve considerarsi responsabile nei confronti del proprio cliente, ai sensi degli artt. 2236 e 1176 c.c., in caso di incuria o di ignoranza di disposizioni di legge ed, in genere, nei casi in cui, per negligenza o imperizia, compromette il buon esito del giudizio, mentre nelle ipotesi di interpretazione di leggi o di risoluzione di questioni opinabili, deve ritenersi esclusa la sua responsabilità, a meno che non risulti che abbia agito con dolo o colpa grave.

Pertanto, l’inadempimento del suddetto professionista non può essere desunto dal mancato raggiungimento del risultato utile cui mira il cliente, ma soltanto dalla violazione del dovere di diligenza adeguato alla natura dell’attività esercitata, ragion per cui l’affermazione della sua responsabilità implica l’indagine -positivamente svolta sulla scorta degli elementi di prova che il cliente ha l’onere di fornire- circa il sicuro e chiaro fondamento dell’azione che avrebbe dovuto essere proposta e diligentemente coltivata e, in definitiva, la certezza morale che gli effetti di una diversa sua attività sarebbero stati più vantaggiosi per il cliente medesimo.

Corte appello Milano sez. II, 08/07/2020, n.1729

La violazione del dovere di diligenza

La responsabilità professionale dell’avvocato presuppone la violazione del dovere di diligenza richiesto dalla natura dell’attività esercitata (art. 1176, comma 2, c.c.), sicché la conoscenza della normativa che impone la rinnovazione dell’ipoteca ai sensi degli artt. 2847 e 2878, n. 2, c.c., trattandosi di questione prettamente giuridica, fa parte dell’obbligo di prestazione professionale e rientra nella diligenza media esigibile dal difensore e non invece dal cliente (nella specie, una società), che non è tenuto a conoscere il periodo di scadenza della garanzia ipotecaria.

(In applicazione del principio, la S.C. ha cassato la sentenza impugnata che, pur riconoscendo la responsabilità del professionista per aver lasciato scadere la garanzia ipotecaria, aveva attribuito una parte di responsabilità alla società assistita, sostenendo che questa avrebbe dovuto essere a conoscenza della scadenza della garanzia ipotecaria e che, quindi, con la sua negligente condotta aveva concorso nella causazione degli effetti pregiudizievoli).

Cassazione civile sez. III, 22/06/2020, n.12127

L’obbligazione professionale dell’avvocato

E’ noto che l’obbligazione professionale dell’avvocato è di mezzi e non di risultato. In particolare, l’avvocato deve considerarsi responsabile nei confronti del cliente in caso di incuria o di ignoranza di disposizioni di legge ed, in genere, nei casi in cui per negligenza o imperizia compromette il buon esito del giudizio, mentre nei casi di interpretazioni di leggi o di risoluzione di questioni opinabili, deve ritenersi esclusa la sua responsabilità a meno che non risulti che abbia agito con dolo o colpa grave.

Trattasi, dunque, di una responsabilità per colpa commisurata alla natura della prestazione dell’avvocato, che presuppone la violazione del dovere di diligenza, per il quale trova applicazione, in luogo del criterio generale della diligenza del buon padre di famiglia, quello della diligenza professionale media esigibile, ai sensi dell’art. 1176, secondo comma, cod. civ., da commisurare alla natura dell’attività esercitata e che risulta circoscritta ai casi di dolo o colpa grave unicamente quando la prestazione implichi la risoluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà (ex art. 2236 c.c.).

Ne deriva, ulteriormente, che l’accertamento di un comportamento negligente in capo al difensore non può comportare, in via automatica, un giudizio di responsabilità professionale dello stesso, dovendosi in ogni caso raggiungere la prova che l’operato svolto abbia prodotto un danno certo, attuale ed effettivo, che sia eziologicamente ricollegabile ad un comportamento colposo.

Tribunale Livorno, 21/09/2020, n.607

Declinazioni dell’obbligo di diligenza qualificata dell’avvocato

Per gli avvocati, l’obbligo di diligenza qualificata – quale criterio determinativo, insieme al dovere di correttezza, del contenuto della prestazione – è stato declinato nel diritto vivente in un ampio spettro di attività esigibili dal professionista, sia all’atto del conferimento del mandato sia durante lo svolgimento del rapporto, che ricomprendono non soltanto il tempestivo e sollecito compimento degli atti processuali e stragiudiziali necessari, ma anche i doveri di sollecitazione, dissuasione ed informazione del cliente, poiché il patrocinatore è tenuto a rappresentare tutte le questioni di fatto e di diritto, in ogni caso insorgenti, ostative al raggiungimento del risultato, o comunque produttive del rischio di effetti dannosi; il dovere di richiedere al cliente gli elementi necessari o utili in suo possesso; a sconsigliarlo dall’intraprendere o proseguire un giudizio dall’esito probabilmente sfavorevole.

Tribunale Pisa, 24/03/2020, n.330

Diligenza professionale media esigibile

La responsabilità professionale dell’avvocato, la cui obbligazione è di mezzi e non di risultato, presuppone la violazione del dovere di diligenza, per il quale trova applicazione, in luogo del criterio generale della diligenza del buon padre di famiglia, quello della diligenza professionale media esigibile, ai sensi dell’art. 1176, secondo comma, c.c., da commisurare alla natura dell’attività esercitata, non potendo il professionista garantire l’esito comunque favorevole auspicato dal cliente.

Tribunale Rimini, 19/11/2019, n.928

Responsabilità dell’avvocato: natura, ambito e limiti

La responsabilità professionale dell’avvocato configura un’obbligazione di mezzi e non di risultato e presuppone la violazione del dovere di diligenza, per il quale trova applicazione, in luogo del criterio generale della diligenza del buon padre di famiglia, quello della diligenza professionale media esigibile, ai sensi dell’articolo 1176 co. 2 c.c., da commisurare alla natura dell’attività esercitata, salva l’applicazione dell’art. 2236 c.c. nel caso di prestazioni implicanti la risoluzione di problematiche tecniche di particolare difficoltà.

Il professionista assumendo l’incarico, si impegna a prestare la propria opera per raggiungere il risultato desiderato, ma non a conseguirlo; pertanto, ai fini del giudizio di responsabilità, rileva non già il conseguimento o meno del risultato utile per il cliente, ma le modalità concrete con le quali il professionista avvocato ha svolto la propria attività, avuto riguardo, da un lato, al dovere primario di tutelare le ragioni del cliente e, dall’altro, al rispetto del parametro di diligenza a cui questi è tenuto.

Tribunale Milano sez. I, 03/09/2019, n.7957

La responsabilità del professionista per inadempimento

L’inadempimento del professionista alla propria obbligazione non può essere desunto “ipso facto” dal mancato raggiungimento del risultato utile avuto di mira dal paziente, ma deve essere valutato alla stregua dei doveri inerenti lo svolgimento dell’attività professionale e, in particolare, del dovere di diligenza.

Il dovere di diligenza, poi, non è quello ordinario della “diligenza del buon padre di famiglia” (comunemente richiesto per l’ordinaria esecuzione di obbligazioni), bensì quello più gravoso ed impegnativo della diligenza professionale fissato dall’art. 1176 comma 2 c.c., il quale deve a sua volta essere commisurato alla natura dell’attività esercitata.

Tribunale Salerno, 27/08/2019, n.2679

Dovere di sollecitazione, dissuasione ed informazione del cliente

La prestazione professionale dell’avvocato si sostanzia in una obbligazione di mezzi e non di risultato, per cui la responsabilità professionale presuppone la violazione del dovere di diligenza, secondo i canoni della diligenza professionale media esigibile, ai sensi dell’art. 1176, 2° comma, c.c., da commisurare alla natura dell’attività esercitata; inoltre, non potendo il professionista garantire l’esito comunque favorevole auspicato dal cliente, il danno derivante da eventuali sue omissioni in tanto è ravvisabile, in quanto, sulla base di criteri necessariamente probabilistici, si accerti che, senza quell’omissione, il risultato sarebbe stato conseguito; l’obbligo di diligenza cui è tenuto il professionista, stante il combinato disposto di cui agli artt. 1176, 2° comma, e 2236 c.c., impone all’avvocato anche il dovere di sollecitazione, dissuasione ed informazione del cliente; il legale, infatti, è tenuto a rappresentare al proprio cliente tutte le questioni di fatto e di diritto, comunque insorgenti, ostative al raggiungimento del risultato, o comunque produttive del rischio di effetti dannosi, sconsigliandolo eventualmente dall’intraprendere o proseguire un giudizio dall’esito probabilmente sfavorevole; a tal fine incombe sul professionista l’onere di fornire la prova della condotta mantenuta.

Corte appello Roma sez. III, 27/05/2019, n.3536

Responsabilità professionale dell’avvocato: i criteri di valutazione

La prestazione professionale dell’avvocato si sostanzia in un’obbligazione di mezzi e non di risultato, per cui la responsabilità professionale presuppone la violazione del dovere di diligenza, secondo i canoni della diligenza professionale media esigibile, ai sensi dell’art. 1176, comma 2, c.c., da commisurarsi alla natura dell’attività esercitata e al modo con cui tale attività è stata svolta.

La diligenza esigibile dall’avvocato, infatti, non è quella ordinaria del buon padre di famiglia, ma la diligenza professionale di cui all’art. 1176, comma 2, c.c., sicché la diligenza che il professionista deve impiegare nello svolgimento della sua attività è quella media, cioè la diligenza posta nell’ esercizio della propria attività dal professionista di preparazione professionale e di attenzione medie. Ciò detto, la responsabilità professionale dell’avvocato può configurarsi anche per inadempimento al dovere di informazione e dissuasione del cliente dall’intraprendere un’azione giudiziaria avventata e senza prospettiva di esito favorevole.

Tribunale Milano sez. V, 08/02/2019, n.1307

Responsabilità dell’avvocato: l’esito favorevole del risultato della sua attività

Le obbligazioni assunte dall’avvocato con il contratto con cui gli viene conferito l’incarico di difesa, sono obbligazioni di mezzo e non di risultato, in quanto il professionista si impegna alla prestazione della propria opera per raggiungere il risultato desiderato, ma non al suo conseguimento.

Ne deriva che l’inadempimento del difensore alla propria obbligazione non può essere desunto, ipso facto, dal mancato raggiungimento del risultato utile avuto di mira dal cliente, ma deve essere valutato alla stregua dei doveri inerenti allo svolgimento dell’attività professionale e, in particolare, del dovere di diligenza professionale fissato dall’art. 1176, 2° co.c.c. – parametro da commisurarsi alla natura dell’attività esercitata – sicché, non potendo il professionista garantire l’esito comunque favorevole auspicato dal cliente, il danno derivante da eventuali sue omissioni intanto è ravvisabile, in quanto, sulla base di criteri probabilistici, si accerti che, senza quell’omissione, il risultato sarebbe stato conseguito.

Tribunale Grosseto, 10/09/2019, n.688

Le obbligazioni inerenti all’esercizio dell’attività professionale legale

Le obbligazioni inerenti all’esercizio di un’attività professionale sono, di regola, obbligazioni di mezzo e non di risultato, in quanto il professionista, assumendo l’incarico, si impegna alla prestazione della propria opera per raggiungere il risultato desiderato, ma non al suo conseguimento.

Ne deriva che l’inadempimento del professionista (nella specie: avvocato) alla propria obbligazione non può essere desunto, “ipso facto”, dal mancato raggiungimento del risultato utile avuto di mira dal cliente, ma deve essere valutato alla stregua dei doveri inerenti lo svolgimento dell’attività professionale e, in particolare, del dovere di diligenza, per il quale trova applicazione, in luogo del tradizionale criterio della diligenza del buon padre di famiglia, il parametro della diligenza professionale fissato dall’art. 1176, comma 2, c.c. – parametro da commisurarsi alla natura dell’attività esercitata -, sicché, non potendo il professionista garantire l’esito comunque favorevole auspicato dal cliente, il danno derivante da eventuali sue omissioni intanto è ravvisabile, in quanto, sulla base di criteri probabilistici, si accerti che, senza quella omissione, il risultato sarebbe stato conseguito.

Tribunale Roma sez. XIII, 12/02/2018, n.3159

Condizioni di opponibilità dell’eccezione d’inadempimento

La responsabilità professionale dell’avvocato configura un’obbligazione di mezzi e non di risultato e quindi presuppone l’osservanza del dovere di diligenza, per il quale trova applicazione, in luogo del criterio generale della diligenza del buon padre di famiglia, quello della diligenza professionale media esigibile, ai sensi dell’art. 1176, comma 2, c.c., da commisurare alla natura dell’attività esercitata.

Ne discende che l’eccezione d’inadempimento, ai sensi dell’art. 1460 c.c., può essere opposta dal cliente all’avvocato che abbia violato l’obbligo di diligenza professionale, purché la negligenza sia idonea a incidere sugli interessi del cliente ove non sia pregiudicata la “chance” di vittoria in giudizio.

Corte appello Venezia sez. IV, 02/03/2018, n.518

Criteri per la ravvisabilità di un danno risarcibile

La responsabilità professionale dell’avvocato la cui obbligazione è di mezzi e non di risultato, presuppone la violazione del dovere di diligenza, per il quale trova applicazione, in luogo del criterio generale della diligenza del buon padre di famiglia, quello della diligenza professionale media esigibile, ai sensi dell’articolo 1176, secondo comma, del Cc, da commisurare alla natura dell’attività esercitata.

Inoltre, non potendo il professionista garantire l’esito comunque favorevole auspicato dal cliente, il danno derivante da eventuali sue omissioni in tanto è ravvisabile, in quanto, sulla base di criteri necessariamente probabilistici, si accerti che, senza quell’omissione, il risultato sarebbe stato conseguito, secondo un’indagine istituzionalmente riservata al giudice di merito, non censurabile in sede di legittimità se adeguatamente motivata e immune da vizi logici e giuridici.

Cassazione civile sez. II, 22/03/2017, n.7309



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