Cronaca | News

Covid: perché la pandemia sarebbe partita dall’Italia

9 Dicembre 2020
Covid: perché la pandemia sarebbe partita dall’Italia

La versione cinese e i tentativi del gigante asiatico di spostare l’origine del virus fuori dai propri confini.

Il «virus cinese», lo chiamava Donald Trump, con tutto il disprezzo possibile, come per gettare sulla Cina la croce di un morbo mondiale. La Repubblica popolare, quella croce, non ha mai voluto portarla. Tuttora, non vuole.

Sarà forse per questo motivo che, nelle settimane scorse, come riporta l’Agi, un articolo uscito sul Quotidiano del Popolo ha sottolineato un dato fornito già un mese fa dall’Istituto tumori di Milano: «Un nuovo rapporto divulgato da un’istituzione italiana (l’Istituto tumori di Milano, appunto, ndr) mostra che la prima ondata del nuovo Coronavirus non è partita dalla Cina. Il virus è apparso nella regione italiana all’inizio di settembre 2019».

Che lo studio dell’Istituto tumori di Milano, in collaborazione con l’Università di Siena, possa essere sufficiente per dichiarare che il virus non è partito dalla Cina appare improbabile. I risultati sono stati divulgati il 15 novembre e, già allora, furono molti i dubbi espressi su una circolazione del Covid in Italia a settembre.

È vero, infatti, che dalla ricerca è emerso che, su un campione di 959 persone, alcune avevano gli anticorpi contro il Covid già a settembre 2019, ma è anche vero che i test sierologici, metodo attraverso il quale sono stati trovati questi anticorpi, spesso danno dei falsi positivi.

In più, aspetto non di poco conto, un’altra ricerca ha svelato come si possono sviluppare anticorpi contro il Covid dopo aver avuto un semplice raffreddore, determinato non dal Sars-CoV2 ma da un altro coronavirus.

L’annuncio del Quotidiano del Popolo, dunque, rientra a occhio in una strategia che si sta delineando precisamente. La Cina sta cercando di fare in modo che la narrazione sulla pandemia cambi. Rifiuta di essere presentata come l’epicentro del contagio e così si giustificano articoli del genere.

Pechino sta concentrando molti dei suoi sforzi sul controllo della merce d’importazione, specie surgelata. L’ultima notizia di un nuovo piccolo focolaio nel Paese è stata attribuita a un lotto di carne straniera, destinata a un mercato (per approfondire leggi qui: Covid: scoperto in Cina il virus in un altro tipo di carne).

In estate, la colpa di alcuni contagi nella Capitale era stata affibbiata al salmone norvegese, con tanto di stop alle importazioni (per approfondire leggi Coronavirus, cosa c’entra adesso il salmone).

Repubblica, oggi, ha scritto un articolo proprio su questo tema, riportando anche un altro episodio: quello delle dichiarazioni di uno scienziato tedesco, Alexander Kekulé, «alterate» a uso e consumo degli interessi cinesi, per esempio quando «dice in tv che la maggior parte dei ceppi virali attualmente in circolazione derivano da quello italiano: i media in mandarino eliminano quella parola, “attualmente”, e la usano a sostegno della causa. Tagliano la parte in cui, pochi secondi dopo, diceva che il ceppo originario era quello cinese».

Il tentativo, insomma, è quello di cambiare registro, anche a costo di ritoccare le affermazioni di qualche scienziato o dare con una certa enfasi la notizia di certe ricerche.



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