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Parte la class action contro Facebook

4 Gennaio 2014
Parte la class action contro Facebook

Il social network accusato di violare la privacy e intercettare i messaggi privati a scopi pubblicitari: tramite la lettura del testo, la società americana riesce a individuare le parole chiave e a indirizzare messaggi di pubblicità mirati. 

100 dollari per ogni utente che aderirà alla class action contro Facebook: è questa la richiesta di risarcimento partita, nei confronti del gigante informatico, da uno studio legale americano (Lieff Cabraser Heimann & Bernstein di San Francisco).

Al centro della battaglia legale l’accusa, nei confronti del social network di Zuckerberg, di riuscire a leggere i messaggi privati delle chat, in modo da meglio individuare i gusti degli utenti e selezionare i banner pubblicitari più idonei a filtrare le offerte commerciali. Insomma, lo scontro per la vendita della pubblicità tra Google e Facebook è arrivato ormai alle armi più sleali. Lo stesso Google, qualche mese fa, era stato accusato di violare la privacy dei netizen, infiltrandosi nelle email e analizzandone il testo, a scopo pubblicitario.

Lo studio condotto nei confronti del social network blu è riuscito a dimostrare che, in base alle parole chiave contenute nel testo delle chat, un algoritmo riesce ad elaborare i gusti, le tendenze, le passioni, le ossessioni, le perversioni, le personalità degli utenti. Questo influisce poi sulla natura dei messaggi pubblicitari che compaiono nel lato destro dello schermo quando si è connessi a Facebook.

Tutto era partito, qualche mese fa, da uno scoop del Sunday Times: la testata giornalistica aveva scoperto che, nelle condizioni contrattuali sottoscritte dall’utente, Facebook si riserva il diritto di leggerne gli sms scambiati su cellulare. Facebook ha risposto che non intende, per ora, avvalersi di questa possibilità e che informerà gli utenti se cambierà idea. A dicembre 2013, uno studio su 5 milioni di persone (di un ricercatore dell’Università Carnegie Mellon e di un ex stagista di Facebook) ha rivelato che il sito in qualche modo monitora anche gli status non pubblicati dagli utenti.

La guerra della privacy procede comunque, in diverse sedi legali, istituzionali, americane ed europee, perché di fondo non si è ancora definito il confine della materia: i rapporti tra i diversi diritti, il valore dei dati personali, la territorialità delle leggi sul web.



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