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Errore del chirurgo: quando è omicidio?

10 Dicembre 2020 | Autore:
Errore del chirurgo: quando è omicidio?

Responsabilità colposa per morte o lesioni personali in ambito sanitario: quando l’intervento chirurgico è omicidio preterintenzionale?

La responsabilità medica è sempre un tema di scottante attualità. Ciò perché si tratta di un campo in cui si incontrano a metà strada la salute dei pazienti e la grande responsabilità di cui devono farsi carico tutti gli operatori sanitari allorquando devono prestare le necessarie cure. Proprio per via della delicatezza della materia, la legge ha escluso profili di responsabilità penale allorquando, nell’esercizio della professione sanitaria, si siano causate lesioni o perfino la morte al paziente ma, al contempo, siano state rispettate le linee guida e le prassi mediche. Esistono tuttavia casi in cui il medico risponde penalmente della propria condotta. Con questo articolo vedremo nello specifico quando l’errore del chirurgo è omicidio.

Sul punto, si è espressa recentemente la Corte di Cassazione, la quale ha stabilito che scatta l’omicidio preterintenzionale in caso di morte del paziente a carico del medico che l’ha sottoposto a un intervento inutile. In altre parole, quando l’intervento chirurgico non è indispensabile ma, anzi, è fatto solamente nell’interesse del medico (ad esempio, per aumentare il suo prestigio e la sua reputazione), le conseguenze nefaste dello stesso si ripercuotono penalmente sul professionista, il quale giunge perfino a rispondere per il reato di omicidio. Se l’argomento ti interessa e vuoi saperne di più, prosegui nella lettura: ti basteranno cinque minuti per trovare le risposte che cerchi.

Responsabilità medica: quando c’è reato?

Prima di vedere quando l’errore del chirurgo è omicidio, occorre spiegare brevemente quanto già accennato in premessa, e cioè come funziona la responsabilità penale del medico e, per estensione, quella di tutto il personale sanitario.

Secondo la legge [1], il professionista sanitario (medico, infermiere, ecc.) risponde penalmente per la morte o per le lesioni colpose cagionate al paziente. Questo è ovvio.

La legge però specifica che, qualora l’evento si è verificato a causa di imperizia, la punibilità è esclusa se il medico ha rispettato le linee guida ovvero, in mancanza di queste, le buone pratiche clinico-assistenziali.

In pratica, secondo la legge, chi esercita una professione sanitaria risponde penalmente dei danni arrecati; tuttavia, quando il danno è derivato dall’impreparazione o dall’incompetenza del professionista, la responsabilità penale scatta soltanto quando non sono state rispettate le linee guida o le buone pratiche mediche.

È evidente che tutto ruota intorno ai concetti di buone pratiche e di linee guida, in quanto se il professionista sanitario si è adeguato ad esse, egli non potrà rispondere penalmente dell’evento dannoso.

Linee guida in ambito medico: cosa sono?

Le linee guida in ambito medico sono raccomandazioni di comportamento clinico, elaborate al fine di aiutare medici e pazienti a decidere le modalità assistenziali più appropriate in specifiche situazioni.

Le linee guida sono frutto dell’elaborazione dell’intera comunità scientifica e, pertanto, se il medico si attiene ad esse non potrà rispondere penalmente nel caso di lesioni o morte del paziente, a meno che non scelga delle linee guida del tutto inappropriate al caso concreto. Facciamo un esempio.

Agisce secondo le linee guida il medico che, di fronte a un paziente che lamenta forti dolori al petto e al braccio, prescrive immediatamente un elettrocardiogramma e le analisi del sangue che servono ad identificare la presenza di un infarto in atto.

Buone pratiche: cosa sono?

Le buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica, invece, sono identificabili in interventi, strategie e approcci finalizzati a prevenire o moderare le conseguenze inattese delle prestazioni sanitarie o a migliorare il livello di sicurezza delle stesse. Secondo la legge, le buone pratiche rilevano solamente in assenza di linee guida specifiche.

A differenza delle linee guida, che sono indicazioni provenienti dalla comunità medico/scientifica nazionale e internazionale, le buone pratiche si rifanno maggiormente ad un concetto di buona prassi, cioè di condotte che normalmente i medici assumono in presenza di determinate circostanze.

Errore del medico: quando è omicidio?

Alla luce di quanto detto sino a questo momento, possiamo affermare che l’errore del medico diventa un omicidio penalmente rilevante quando il decesso del paziente sia causa diretta dell’impreparazione del dottore, il quale non si è attenuto alle linee guida fornite dalla comunità scientifica ovvero alle buone pratiche clinico-assistenziali. Facciamo un esempio.

Tizio si presenta al pronto soccorso con un forte dolore al petto e con violenti conati di vomito. Il medico di turno, pensando a un’intossicazione alimentare, gli applica una lavanda gastrica e gli somministra farmaci per fermare il vomito, ignorando le linee guida che consigliano di effettuare un elettrocardiogramma per scongiurare l’ipotesi di un infarto. Tizio decede proprio perché aveva in corso un attacco cardiaco.

In caso di esito infausto, risponde quindi di omicidio colposo il medico che sottopone il paziente a un trattamento non consentito e in violazione delle regole della professione.

Errore del chirurgo: è omicidio se l’intervento è inutile?

All’ipotesi appena vista nel paragrafo precedente si aggiunge quella in cui il decesso segue a un intervento inutile.

Secondo la Corte di Cassazione [2], risponde di omicidio preterintenzionale il chirurgo che sottopone il paziente a un intervento non necessario, magari soltanto per accrescere la propria reputazione professionale.

È il caso del chirurgo che pone in essere una molteplicità di operazioni non necessarie su pazienti anziani per aumentare i ricoveri nella clinica privata e ottenere posizioni di primo piano nella sanità pubblica per sé e per la struttura sanitaria di riferimento.

Secondo la Suprema Corte, è preterintenzionale l’omicidio compiuto dal chirurgo che ha messo su con i colleghi un vero e proprio sistema di malasanità nella clinica in cui opera. Il tutto per incrementare i rimborsi a carico del Sistema sanitario nazionale in favore della clinica privata e i propri profitti personali.

L’omicidio preterintenzionale si configura perché l’intervento risulta estraneo a ogni ipotizzabile scelta terapeutica: viene dunque a mancare la stessa natura dell’atto medico, che cessa di essere tale se non c’è la finalità di guarire il paziente.

L’omicidio volontario risulta invece escluso perché i medici che avevano realizzato il sistema non agivano con lo scopo di uccidere; e ciò perché, a lungo andare, avrebbe vanificato l’obiettivo di vanagloria perseguito dai medici in termini di carriera e profitti crescenti.


note

[1] Art. 590-sexies cod. pen.

[2] Cass., sent. n. 34983 del 9 dicembre 2020.

Autore immagine: canva.com/


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