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Ai bambini il solo cognome della madre: la Corte Europea condanna l’Italia


Ai bambini il solo cognome della madre: la Corte Europea condanna l’Italia

> Diritto e Fisco Pubblicato il 7 gennaio 2014



L’impossibilità di derogare alla regola del patronimico è contraria alla convenzione dei diritti dell’uomo perché discrimina le donne.

I genitori devono essere liberi di dare ai propri figli, se lo vogliono, il solo cognome della madre e non, come invece è oggi, solo se accompagnato da quello del padre.

A dirlo è la Corte europea dei diritti dell’Uomo, che – con una sentenza uscita proprio oggi [1] e che diventerà definitiva tra tre mesi- ha condannato l’Italia, colpevole di non aver attuato le norme della convenzione europea dei diritti dell’uomo e, quindi, di non aver realizzato una piena parità tra i genitori.

Discriminazione ai danni delle donne

Il nostro Stato dovrà allora adeguarsi alle norme europee, cambiando al più presto la legge interna.

Se è vero – dice la Corte – che l’obbligo di dare ai figli legittimi il cognome del padre può rivelarsi necessario nella pratica, l’inesistenza di una deroga a questa regola nel momento dell’iscrizione all’anagrafe di un nuovo nato è eccessivamente rigida e discriminatoria verso le donne.

In Italia oggi è possibile cambiare il proprio cognome o aggiungerne un altro al proprio se vi è l’autorizzazione governativa tramite apposita istanza da inoltrare al Prefetto della provincia in cui il richiedente ha la sua residenza. Il Prefetto assume le informazioni sulla domanda curandone l’istruttoria.

La pratica per ottenere l’aggiunta del cognome materno a quello paterno viene solitamente accolta e la pratica si conclude mediamente in un anno.

La richiesta può essere fatta da maggiorenni o dai genitori di figli minori di anni 18 e si può giustificare semplicemente la stessa con motivazioni di carattere affettivo.

La Cedu ricorda che anche la Consulta ha riconosciuto che il sistema in vigore non è più compatibile con i principi di uguaglianza. La Corte dei diritti dell’uomo chiede una riforma per porre rimedio alla «défaillance» della legislazione interna. L’Italia ha tre mesi di tempo per fare ricorso alla Grande chambre, trascorsi i quali la sentenza sarà definitiva e la parola passerà al Parlamento. Ma con tutta probabilità non ci sarà opposizione: il premier Enrico Letta ha affidato a twitter la sua opinione «la Corte di Strasburgo ha ragione – scrive – adeguare in Italia le norme sul cognome dei nuovi nati è un obbligo». La coppia non ha chiesto risarcimenti né per il pregiudizio né per le spese legali: le bastava che fosse verificata la violazione. E la vittoria c’è stata.

note

[1] C.E.D.U. sent. n. 77/14 del 07.01.2014.

Autore immagine: 123rf.com

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