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Minaccia di morte: quando non è reato

16 Dicembre 2020
Minaccia di morte: quando non è reato

Il reato di minaccia deve essere valutato alla luce del contesto. Le parole possono avere un peso diverso a seconda delle circostanze.

Non è raro pronunciare delle parole particolarmente forti, spinti dalla rabbia del momento, senza però l’intenzione di dare ad esse l’effettivo significato attribuitogli dal vocabolario. Anche da ciò può dipendere la configurazione di alcuni reati, come ad esempio quello di minaccia. 

Quante volte le madri – specie quelle di altri tempi – dicono al figlio «Ti spacco la testa» volendo però riferirsi solo a una punizione esemplare piuttosto che all’effettivo gesto violento? Ed allora proferire una minaccia di morte a un’altra persona è sempre reato? La risposta è no. Tutto dipende dal contesto e dalla situazione in cui la frase viene pronunciata. 

A spiegare quando la minaccia di morte non è reato è una recente sentenza della Cassazione [1]. La Corte si è soffermata a giudicare il caso di un lavoratore che si era spinto in alcune invettive contro il proprio datore di lavoro, sino a minacciarlo di morte. Pronta la reazione dell’azienda che lo aveva immediatamente licenziato. Di qui, il ricorso del dipendente. La difesa è stata rivolta a spiegare al giudice che le parole proferite dall’uomo non nascondevano un’effettiva intenzione violenta ma erano state dettate dalla concitazione del momento (un’assemblea sindacale) e da un acceso diverbio verbale. 

La Corte ha accolto il ricorso del lavoratore reintegrandolo sul posto. Caduta infatti la contestazione del reato, non sussisteva più neanche la giusta causa di licenziamento. Piuttosto è stata applicata una sanzione meno grave della risoluzione del rapporto di lavoro, giustificata dal linguaggio inurbano.

Di qui, il principio enunciato dalla Cassazione: la minaccia di morte pronunciata contro un’altra persona, se non è seria, non può integrare in astratto il reato. A rilevare, ai fini dell’integrazione del reato, pesa il contesto di tensione in cui l’alterco risulta avvenuto.

Nel caso di specie, il protagonista, un operaio romeno, è stato paradossalmente salvato proprio dai suoi stessi modi rudi: secondo i giudici, la minaccia va inquadrata nell’abitudine di questi ad assumere atteggiamenti bruschi e un linguaggio volgare più che a una vera e propria intenzione di nuocere ad altri. Insomma: la minaccia di morte riflette una delle intemperanze verbali cui è abituato l’operaio e non vero e proprio proposito.

Come chiarito da altra giurisprudenza [2], ai fini della configurabilità del reato di minaccia grave rileva l’entità del turbamento psichico provocato dall’atto intimidatorio sulla vittima, che va accertata avendo riguardo non soltanto al tenore delle espressioni verbali proferite ma anche al contesto nel quale esse si collocano. Nella fattispecie, benché l’imputato avesse minacciato di uccidere la persona offesa, non era emerso alcun elemento da cui potesse desumersi che le espressioni proferite avessero effettivamente cagionato nella destinataria quel turbamento psichico idoneo a connotare la minaccia di quella gravità foriera dell’applicazione dell’aggravante in questione.

Ed ancora, secondo un’altra sentenza [3], la gravità della minaccia va accertata avendo riguardo, in particolare, al tenore delle eventuali espressioni verbali e al contesto nel quale esse si collocano, al fine di verificare se, e in quale grado, la condotta minatoria abbia ingenerato timore o turbamento nella persona offesa. Relativamente a una minaccia di morte, non è necessaria che questa sia circostanziata, cioè non devono essere specificate le modalità e i termini in cui si intende attuare la minaccia. Essa infatti ben può, anche se pronunciata in modo generico, produrre un grave turbamento psichico, avuto riguardo alle personalità dei soggetti, attivo e passivo, del reato. Nel caso di specie, il tribunale ha ritenuto integrato il reato nei confronti dell’imputato che aveva usato espressioni minatorie e minacce di morte nei confronti del suo anziano vicino di casa.

In questo senso, anche l’espressione «comunque non finisce qui» può essere ritenuta una minaccia, intendendosi come progettazione di un’ulteriore attività aggressiva illegittima. 


note

[1] Cass. sent. n. 28630/20 del 15.12.2020.

[2] Trib. Salerno, sent. n. 1182/2020.

[3] Trib. Ascoli Piceno, sent. n. 9/2020.

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 6 ottobre – 15 dicembre 2020, n. 28630

Presidente Raimondi – Relatore De Marinis

Fatti di causa

Con sentenza del 15 febbraio 2018, la Corte d’Appello di Trento, in riforma della decisione resa dal Tribunale di Rovereto, accoglieva la domanda proposta da Va. Di. nei confronti della Meccanica Cainelli S.r.l., avente ad oggetto la declaratoria di illegittimità del licenziamento intimato al Di. dalla Società datrice, ai sensi dell’art. 10, lett. B, del CCNL per le imprese metalmeccaniche del 15.10.2009, per aver proferito frasi minacciose all’indirizzo di un componente della RSU aziendale nel corso di una assemblea.

La decisione della Corte territoriale discende dall’aver questa ritenuto di dover dare rilievo al contesto in cui si era verificato l’accaduto ed in particolare alla circostanza che, nel corso dell’assemblea sindacale, era in discussione una problematica, sollevata dallo stesso Di., sulla quale il componente della RSU era in aperto dissenso, tanto che i due già avevano avuto una discussione all’esito della quale il Di. aveva chiesto la sostituzione del rappresentante sindacale, non riconducibile, in relazione a ciò, la condotta del Di. alla ipotesi contemplata dal codice disciplinare in base alla quale era stata mossa la contestazione, non ravvisandosi né il grave nocumento morale o materiale subito dall’azienda per effetto della condotta né gli estremi del reato nel comportamento del Di., atteso che le sue intemperanze verbali, per essere egli aduso alle stesse, non potevano riflettere un serio proposito, ma semmai tale da risultare ricompresa nella fattispecie di cui all’art. 9 del CCNL applicabile, suscettibile tuttavia di una sanzione meramente conservativa.

Per la cassazione di tale decisione ricorre la Società, affidando l’impugnazione a quattro motivi, cui resiste, con controricorso, il Di..

Ragioni della decisione

Con il primo motivo, la Società ricorrente, nel denunciare la violazione e falsa applicazione degli artt.18, comma 4, L. n. 300/1970, come novellato dalla L. n. 92/2012 e 10, lett. B), CCNL per le imprese metal meccaniche del 15.10.2009, lamenta la non conformità a diritto della pronunzia resa dalla Corte territoriale per aver applicato il regime sanzionatorio della tutela reale del posto di lavoro pur a fronte della ricorrenza del fatto nella sua materialità.

Con il secondo motivo, posto sotto la medesima rubrica, la Società ricorrente lamenta l’incongruità dell’iter logico-argomentativo dalla Corte territoriale posto a base della pronunzia resa, inficiato dall’omessa considerazione della rilevanza agli effetti dell’ipotesi di cui al codice disciplinare posta a base della contestazione di qualsiasi condotta che sia in “connessione” con il rapporto di lavoro.

Nel terzo motivo la violazione e falsa applicazione dell’art. 2119 c.c. e delle norme di legge e di contratto di cui ai precedenti motivi è prospettata in relazione all’asserita erroneità del convincimento in base al quale la Corte territoriale esclude la ravvisabilità nella specie di un nocumento morale o materiale in danno della Società ricorrente.

Con il quarto motivo, rubricato in termini identici al primo ed al secondo motivo, la Società ricorrente censura il convincimento espresso dalla Corte territoriale circa la riconducibilità della condotta all’ipotesi qualificata come disciplinarmente rilevante dall’art. 9 del CCNL applicabile ma suscettibile di una sanzione meramente conservativa.

I quattro motivi, che, in quanto strettamente connessi, possono essere qui trattati congiuntamente, si rivelano infondati, dovendosi ritenere, contrariamente a quanto prospettato dalla Società ricorrente nella propria impugnazione, la piena coerenza con l’accertamento istruttorio eseguito della ricostruzione in fatto accolta dalla Corte territoriale, incentrata sulla non serietà della minaccia di morte proferita dal lavoratore nei confronti del rappresentante sindacale, da inquadrare piuttosto nell’abitudine del lavoratore medesimo ad atteggiamenti inurbani e ad un linguaggio scurrile, la conseguente plausibilità logica e giuridica del giudizio inteso ad escludere, stante l’inidoneità del comportamento ad integrare gli estremi del reato e così ad arrecare nocumento morale e materiale alla Società datrice, la riconducibilità del fatto medesimo alla fattispecie astratta contemplata dal codice disciplinare di cui al CCNL applicato ed invocata dalla Società, la sussumibilità del fatto medesimo in altra fattispecie, peraltro non fatta oggetto di contestazione disciplinare da parte della Società, intesa a punire comportamenti contrari alla correttezza delle relazioni personali in ambito aziendale, per la quale il medesimo CCNL prevede l’irrogazione di una sanzione conservativa, la conformità a diritto della valutazione, resa dalla Corte territoriale ed incidente sul regime sanzionatorio applicabile alla Società in ragione dell’illegittimità del recesso intimato, in termini di “insussistenza del fatto materiale”, da intendersi, in coerenza con l’orientamento invalso nella giurisprudenza di questa Corte, come fatto disciplinarmente rilevante e così da risolversi nel comportamento astrattamente inadempiente corrispondente a quello considerato nella disposizione del codice disciplinare su cui si fonda la contestazione disciplinare elevata;

Il ricorso va, dunque, rigettato.

Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità che liquida in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 5.250,00 per compensi, oltre spese generali al 15% ed altri accessori di legge.

Ai sensi dell’art. 13, co. 1 quater del D.P.R. n. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13, se dovuto.

 


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