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Imu coniugi con residenze diverse in Comuni diversi

16 Dicembre 2020
Imu coniugi con residenze diverse in Comuni diversi

Non basta spostare la residenza nella seconda casa per godere dell’esenzione Imu: l’agevolazione fiscale richiede anche il requisito dell’abitazione principale. 

Li chiamano “i furbetti dell’Imu”: sono le coppie di coniugi che, titolari di un immobile a testa, stabiliscono la propria residenza in una diversa abitazione in modo da ottenere due volte, e per ciascuno dei suddetti immobili, l’esenzione Imu. Così, ad esempio, il marito risulta residente nella casa in città, la moglie in quella al mare ed entrambi dichiarano che in essa vi è la rispettiva abitazione principale in modo da fruire del beneficio fiscale. Ma si può fare? Cosa prevede la legge sull’Imu per i coniugi con residenze diverse in Comuni diversi?

La questione è stata analizzata più volte dalla Cassazione. 

Più di recente, la Suprema Corte ha detto [1] che l’esenzione Imu sussiste solo nel caso in cui marito e moglie siano residenti e abitino la stessa casa. Un deciso stop alle case al mare travestite da prime. Cerchiamo di capire meglio cosa dice la nostra attuale normativa fiscale.

Esenzione Imu prima casa

La legge prevede l’esenzione dal versamento dell’Imu per la cosiddetta abitazione principale (e non, come comunemente si dice, per la “prima casa”). Ma cosa si intende per «abitazione principale»?

L’abitazione principale è il luogo ove il proprietario:

  • è residente;
  • ha fissato la propria dimora abituale, ossia vi abita per gran parte dell’anno.

Per ottenere quindi l’esenzione Imu non basta spostare la propria residenza anagrafica al Comune nell’immobile in questione, ma bisogna anche abitarci materialmente. 

Il doppio requisito è stato previsto proprio per contrastare le pratiche dei “furbetti Imu” ed evitare che la residenza fosse spostata a proprio piacimento solo per godere delle esenzioni fiscali.

In realtà, sarebbe già illegittimo, di per sé e al di là della questione fiscale, il comportamento di chi dichiari una residenza che non è quella effettiva. La legge infatti impone di indicare, come propria residenza, la dimora abituale, ossia il luogo ove il cittadino vive per gran parte dell’anno. Una dichiarazione non veritiera all’anagrafe costituisce reato, quello di «falso in atto pubblico».

Se però il primo requisito (la residenza) può essere oggetto di verifica tramite un semplice accesso all’anagrafe comunale, il secondo (la dimora abituale) richiede un accertamento più penetrante. È infatti necessario un accesso all’abitazione per verificare se la stessa sia abitata o meno. Per evitare complicazioni di questo tipo, i Comuni hanno iniziato a farsi consegnare, dalle società fornitrici delle utenze, le ultime bollette con i consumi. In tal modo, è possibile verificare se un immobile viene effettivamente vissuto o meno. Si pensi, ad esempio, a una casa al mare ove, nei mesi invernali, nessuno vi entra, non registrando consumi di riscaldamento e di luce.

Esenzione Imu prima casa coppia sposata

Nel caso in cui il proprietario della casa sia sposato, per ottenere l’esenzione Imu prevista per l’abitazione principale non basta che questi abbia trasferito la propria residenza nel Comune in cui l’immobile è situato ma occorre che, in tale immobile, si realizzi la coabitazione dei coniugi. Insomma, ciò che assume rilevanza, per beneficiare di dette agevolazioni, non è la residenza dei singoli coniugi bensì quella della famiglia. 

Questo significa che, ai fini della esenzione Imu prevista per le abitazioni principali, occorre che il contribuente provi che l’abitazione costituisce dimora abituale non solo propria, ma anche dei suoi familiari. Non può sorgere il diritto alla detrazione ove tale requisito sia riscontrabile solo per il proprietario dell’immobile. 

Questo significa anche che se i coniugi hanno residenze in Comuni diversi ma vivono nello stesso immobile non possono godere dello sconto Imu su nessuna delle due abitazioni.

La Cassazione ha più volte confermato tale principio, stabilendo che l’esenzione prevista per la casa principale richiede non solo che il possessore e il suo nucleo familiare dimorino stabilmente in tale immobile, ma anche che vi risiedano anagraficamente.  

Coniugi residenti in Comuni diversi: la diversa opinione del ministero dell’Economia

Come anticipato, la normativa considera come abitazione principale l’immobile nel quale il possessore e il suo nucleo familiare dimorano abitualmente e risiedono anagraficamente. La norma specifica anche che nel caso in cui i componenti del nucleo familiare abbiano stabilito la dimora abituale e la residenza anagrafica in immobili diversi situati nello stesso Comune, le agevolazioni per l’abitazione principale e per le relative pertinenze in relazione al nucleo familiare si applicano per un solo immobile.

Volendo fornire un’interpretazione che superi la contraddittorietà della disposizione normativa si dovrebbe ritenere che, in realtà, il legislatore ha voluto regolare il caso, invero molto frequente, in cui il contribuente utilizzi contemporaneamente due abitazioni, le quali benché autonomamente accatastate, rappresentino di fatto un’unica abitazione [2]. In quest’ipotesi, nell’Imu solo un immobile potrà considerarsi come abitazione principale.

Diversa, però, è l’opinione del ministero dell’Economia [3] secondo cui, se i componenti dello stesso nucleo hanno invece stabilito la residenza e la dimora abituale in due abitazioni che si trovano in due Comuni diversi è possibile considerale entrambe come abitazioni principali. Questo «poiché in tale ipotesi il rischio di elusione della norma è bilanciato da effettive necessità di dover trasferire la residenza anagrafica e la dimora abituale in un altro Comune, ad esempio, per esigenze lavorative».

Seguendo l’interpretazione ministeriale, quindi, ognuno dei due coniugi è tenuto a corrispondere l’Imu e la Tasi solo limitatamente alla quota di possesso del 50% dell’abitazione diversa da quella in cui si ha la propria residenza.

Come visto, però, tale interpretazione è contrastata dalla giurisprudenza. È difatti evidente che tale interpretazione mal si adatta al tenore letterale della norma che richiede che nell’abitazione abbiano la residenza e la dimora abituale tutti i componenti del nucleo familiare, oltre che ai principi di diritto espressi più volte in tema di Ici, ma perfettamente applicabili anche all’Imu.

Approfondimenti

Per maggiori approfondimenti, leggi:


note

[1] Cass. ord. n. 28534 del 15.12.2020

[2] Cass. sent. nn. 25902/2008, 25731/2009 e 12269/2010.

[3] Min. Economia circolare 18 maggio 2012, n. 3/DF

Autore immagine: depositphotos.com


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