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Indennizzo alle vittime di reati violenti: come funziona

15 Marzo 2021 | Autore:
Indennizzo alle vittime di reati violenti: come funziona

La procedura per ottenere il ristoro dallo Stato, che ha creato un fondo in base a una direttiva europea: condizioni e requisiti per presentare la domanda.

Hai subito una rapina: due malviventi ti hanno aggredito a mano armata, ti hanno strattonato e picchiato e ti hanno sottratto il portafoglio, l’orologio e una catenina d’oro. Erano a volto coperto e tu non sei stato in grado di fornire elementi utili a identificarli, ma in seguito le forze dell’ordine li hanno individuati. Il bottino, però, non è mai stato recuperato.

Si è svolto il processo e tu ti sei costituito parte civile, per chiedere la loro punizione e il risarcimento dei danni. La sentenza di condanna è arrivata: ha dichiarato entrambi colpevoli per i reati di rapina e di lesioni aggravate commessi in tuo danno e ora stanno scontando la pena.

Ma tu non hai mai ottenuto il risarcimento che il giudice aveva stabilito, perché gli autori del reato sono nullatenenti. È un fenomeno che purtroppo si verifica spesso e lascia a bocca amara chi in tutto ciò vede una giustizia a metà, che lascia le persone offese prive di ristoro economico per i danni patiti, che in molti casi lasciano conseguenze permanenti a livello sia fisico sia psicologico; senza contare i casi più gravi, dove la vittima muore e la perdita è irreparabile.

Molti però non sanno che esiste un apposito indennizzo alle vittime di reati violenti. Come funziona? C’è un fondo dello Stato, e una normativa che stabilisce chi può presentare domanda, per quali reati ed anche il preciso ammontare risarcibile per ciascuno di essi e le somme da riconoscere agli eredi nei casi in cui la vittima è morta in conseguenza del delitto. Fino a poco tempo fa, le somme riconosciute erano irrisorie; di recente, sono state notevolmente incrementate, ad esempio in caso di omicidio è prevista la somma di 50mila euro per ciascuno degli eredi.

Reati violenti: quali sono

I reati per i quali è previsto l’indennizzo in favore delle vittime sono elencati in una legge [1] nazionale che ha dato riconoscimento (come vedremo solo parziale e tardivo) a una direttiva dell’Unione europea [2]: si tratta dei reati dolosi commessi con violenza alla persona (ai quali si aggiunge il delitto di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro [3], meglio conosciuto come “caporalato”), ad eccezione dei reati di percosse e di lesioni, salvo il caso in cui siano aggravate [4].

Sono esclusi, quindi, i reati contro il patrimonio o violenza sulle sole cose ed anche quelli contro la persona ma esercitati senza violenza, come alcuni casi di maltrattamenti o di stalking.

Luisa è stata per anni maltrattata dal marito Bruno, che l’ha offesa, umiliata e svilita ripetutamente in vari modi, però senza mai picchiarla. Nonostante sia vittima del reato di maltrattamenti in famiglia e Bruno, da lei denunciato, sia stato condannato, non riceverà alcun indennizzo: nel suo caso, il reato è stato commesso senza violenza alla persona.

Indennizzo: cosa comprende e a quanto ammonta

Un recente Decreto [5] ha elevato le somme da riconoscere a titolo di indennizzo alle vittime di reati violenti, che in precedenza erano molto bassi, al punto che si era parlato di “elemosina di Stato“. Ecco gli attuali importi stabiliti:

  • 50 mila euro per il delitto di omicidio (che andranno in favore degli eredi della vittima);
  • 60 mila euro per i figli delle vittime di omicidio commesso dal coniuge (anche separato o divorziato), o «da persona legata da relazione affettiva» con la vittima, come il convivente di fatto;
  • 25 mila euro per il delitto di violenza sessuale, tranne che nei casi riconosciuti «di minore gravità» in applicazione della specifica circostanza prevista dal Codice penale [6];
  • 25 mila euro per le lesioni personali gravissime [7];
  • 25 mila euro per la deformazione dell’aspetto mediante lesioni permanenti al viso [8].
  • 15 mila euro per gli altri reati commessi con violenza alla persona, diversi da quelli sopra indicati.

Questi importi possono essere incrementati, fino ad un massimo di 10 mila euro, per le spese mediche e assistenziali sostenute, purché documentate. Ma per i delitti risarcibili con l’indennizzo di 15mila euro la somma erogata sarà parametrata alle sole spese effettivamente sostenute e, quindi, potrà risultare inferiore a questo massimale, mentre nei precedenti casi il ristoro delle spese si aggiunge all’indennizzo prestabilito.

Quindi, le vittime di omicidio, violenza sessuale o degli specifici casi di lesioni sopra indicate otterranno un ristoro maggiore rispetto a chi ha subito altri reati sia pur commessi intenzionalmente e con violenza alla persona. Dovrà trattarsi sempre di delitti dolosi e non colposi, anche se hanno provocato gravi conseguenze lesive.

I genitori di Marco sono deceduti in un incidente stradale. La responsabilità è tutta del conducente che li ha investiti mentre attraversavano sulle strisce pedonali: era ubriaco e guidava a elevata velocità. Costui viene processato e condannato per omicidio stradale plurimo. Marco, come erede, chiede l’indennizzo ma la sua domanda viene respinta: non è un reato intenzionale, ma colposo e, in tali casi, il risarcimento statale non gli spetta, fermo restando che potrà agire nei confronti del responsabile in base ai capi civili della sentenza di condanna.

Enzo è stato picchiato da un suo compagno di scuola e ha riportato lesioni personali giudicate guaribili in 20 giorni. Ha sporto querela e l’aggressore è stato condannato in via definitiva. Ad Enzo non spetta l’indennizzo perché si tratta di lesioni lievi e senza conseguenze permanenti.

Le condizioni per ottenere l’indennizzo

Per avere diritto all’indennizzo occorrono requisiti ulteriori rispetto al fatto di essere stati vittime di un reato violento. Precisamente, è necessario:

  • aver già esperito l’azione esecutiva nei confronti dell’autore del reato, con esito infruttuoso perché egli sarà risultato insolvente con il suo patrimonio (sia mobiliare sia immobiliare); tranne nei casi in cui il responsabile sia rimasto ignoto o sia stato ammesso al gratuito patrocinio oppure nei casi di omicidio commesso in ambito domestico;
  • non aver concorso, neppure colposamente, nella commissione del reato che ha cagionato il danno;
  • non essere mai stato condannato con sentenza definitiva e non essere sottoposto a procedimento penale per reati particolarmente gravi [9] come l’omicidio, l’associazione a delinquere di stampo mafioso, la rapina, l’estorsione, le armi, gli stupefacenti o l’evasione fiscale;
  • non aver già percepito, come risarcimento per lo stesso fatto-reato, da soggetti pubblici o privati, somme superiori a quelle sopra indicate; se sono state percepite somme inferiori bisogna dichiararne l’importo e l’indennizzo sarà decurtato nella misura corrispondente.

Alcuni esempi pratici ti aiuteranno a capire l’importanza di queste condizioni, indispensabili per poter ottenere l’indennizzo.

Lo zio di Paolo e di Stefania è stato ucciso da un vicino di casa durante una lite. L’assassino ha subito confessato e si è consegnato ai Carabinieri. La sentenza lo condanna ad una pena mite. Paolo e Stefania, in qualità di unici eredi (lo zio era scapolo), provano ad escutere patrimonialmente l’autore del reato, che però è titolare di pensione sociale e non supera il minimo vitale: le somme sono impignorabili. Inoltre, l’uomo non ha conti o depositi bancari e nessun bene immobile di proprietà. Così, una volta constatata l’insolvenza, fanno domanda di indennizzo: ne hanno diritto per l’importo pieno.

Anna è stata vittima di violenza sessuale di gruppo. Gli autori del reato sono stati tutti condannati con sentenza definitiva, che ha riconosciuto alla persona offesa il diritto al risarcimento dei danni. Anna, non appena la sentenza passa in giudicato, presenta domanda di indennizzo, ma viene rigettata perché non aveva esperito l’azione esecutiva nei confronti delle persone riconosciute responsabili del reato.

Giulia ha subito una violenza sessuale simile a quella di Anna, con la differenza che gli autori sono rimasti ignoti. Dunque, non c’è una sentenza, ma solo un provvedimento di archiviazione del reato. L’indennizzo statale le viene concesso, perché nel suo caso non era possibile chiedere il risarcimento ai responsabili.

La domanda di indennizzo

La domanda di accesso al Fondo statale e di riconoscimento dell’indennizzo deve essere presentata, mediante lettera raccomandata con avviso di ricevimento o Pec (posta elettronica certificata) al Prefetto della provincia in cui ha sede l’Autorità giudiziaria che ha emesso la sentenza o dove risiede il richiedente entro il termine di 60 giorni che decorrono rispettivamente:

  • dalla data di passaggio in giudicato della sentenza penale di condanna, nel caso in cui l’imputato era stato ammesso al gratuito patrocinio e dunque non era necessario espletare l’azione esecutiva;
  • dall’ultimo atto dell’azione esecutiva infruttuosamente esperita nei confronti dell’autore del reato;
  • dalla decisione che ha definito il giudizio per essere ignoto l’autore del reato (ad esempio, il decreto di archiviazione emesso dal Gip su richiesta del Pm).

Per compilare la domanda di accesso al Fondo è consigliabile compilare l’apposito modulo di istanza disponibile sul sito del ministero dell’Interno e che puoi scaricare qui.

Cosa fare per i reati più vecchi

Chi è stato vittima di un un reato intenzionale violento commesso successivamente al 30 giugno 2005 e prima del 23 luglio 2016 (data di entrata in vigore della legge attuale) può presentare la domanda entro il 31 dicembre 2020.

Se alla data del 31 ottobre 2020 non erano ancora sussistenti tutti i requisiti e le condizioni di legge che abbiamo indicato (ad esempio, perché il processo nei confronti dell’autore del reato non si è ancora concluso, oppure la procedura esecutiva instaurata nei suoi confronti non è stata ancora ultimata), varrà il termine generale di 60 giorni decorrente dall’ultimo atto esecutivo o dal passaggio in giudicato della sentenza.

Entro la medesima data del 31 dicembre 2020 possono presentare domanda di rideterminazione in integrazione degli importi anche coloro i quali avevano ottenuto un indennizzo in base alle regole antevigenti, che riconoscevano somme notevolmente inferiori rispetto a quelle attuali.

I rimedi contro il mancato riconoscimento dell’indennizzo

Una nuova sentenza del tribunale di Roma [10] ha stabilito che lo Stato deve indennizzare i parenti delle vittime di reati violenti (nel caso deciso, era un omicidio) se gli autori del delitto non hanno adempiuto il loro obbligo risarcitorio.

Si trattava della moglie e dei figli di un uomo assassinato nel 1982; solo molti anni dopo, precisamente nel 2004, era entrata in vigore la normativa comunitaria che ha introdotto il diritto all’indennizzo per le vittime di reati violenti, ma l’Italia le ha dato attuazione con molto ritardo, a partire dal 2016.

Così i parenti hanno citato in giudizio la presidenza del Consiglio dei ministri ed il ministero della Giustizia per il risarcimento dei danni derivanti dall’inadempimento dello Stato italiano.

Il tribunale ha accolto la richiesta e ha commisurato l’ammontare del risarcimento all’importo di 50mila euro in favore di ciascuno dei richiedenti, dunque applicando le cifre attuali. Ed ha anche riconosciuto gli interessi legali, in quanto il risarcimento del danno è un debito di valore, con rivalutazione monetaria a far data dal 1° luglio 2005, che rappresenta la data in cui l’Italia è divenuta inadempiente alla direttiva europea.

Nell’occasione, i giudici romani hanno infatti sottolineato la protratta inadempienza dello Stato italiano all’obbligo comunitario di dotarsi di un sistema di indennizzo delle vittime di tutti i reati intenzionali violenti commessi nel suo territorio. Anche la Corte di Cassazione si è recentemente occupata della questione, riguardo ad un caso di violenza sulle donne.

Per ulteriori particolari sulle modalità di riconoscimento dell’indennizzo e su altre interessanti sentenze analoghe a quelle qui citate, leggi anche gli articoli:


note

[1] Art. 11 Legge 7 luglio 2016, n.122.

[2] Art. 12 Direttiva 2004/80/CE.

[3] Art. 603 bis Cod. pen.

[4] Art. 583 Cod. pen.

[5] Decreto interministeriale 22 novembre 2019, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 23 gennaio 2020.

[6] Art. 609 bis, comma 3, Cod. pen.

[7] Art. 583, comma 2, Cod. pen.

[8] Art. 583 quinquies Cod. pen.

[9] Quelli indicati all’art. 407, comma 2, lett. a) Cod. proc. pen.

[10] Tribunale di Roma, sent. n. 5321/20 del 20 marzo 2020.

[1] Art. 11 Legge 7 luglio 2016, n. 122.


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