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Chi può ricorrere in appello?

18 Dicembre 2020
Chi può ricorrere in appello?

Legittimazione attiva in appello: chi può impugnare la sentenza di primo grado? 

Il nostro ordinamento processuale prevede due gradi di giudizio, più la possibilità di un ricorso in Cassazione (quest’ultima però solo per vizi di procedura o per gli errori di interpretazione della legge). 

Il secondo grado – o appello – serve a rivedere interamente la decisione di primo grado, a rivalutare il giudizio fatto dal precedente giudice e a sottoporlo a critica. Per questo, l’appello viene chiamato «mezzo di impugnazione» della sentenza di primo grado. 

Volendo dare una definizione generica dell’appello potremmo definirlo come quello strumento che consente, a chi non è rimasto soddisfatto della sentenza di primo grado, di ottenere un riesame integrale della controversia.  

Come si vedrà a breve, però, a proporre appello non è solo chi subisce la sconfitta ma anche chi è risultato vincitore seppure in misura non integrale rispetto alle richieste formulate al giudice ad inizio causa.

Vediamo, più nel dettaglio, chi può ricorrere in appello. Lo faremo senza addentrarci nelle norme tecniche della procedura ma tenendo conto dei risvolti più pratici che questo problema può comportare. 

Termini per proporre appello

Prima di stabilire chi può ricorrere in appello, vediamo entro quanto tempo è necessario prendere una decisione se avviarsi al secondo grado di giudizio o meno.

Esistono dei termini perentori per proporre appello, decorsi i quali – non importa se per colpa dell’avvocato o per inesperienza della parte – non è più possibile chiedere la revisione della sentenza. Sentenza che, pertanto, diventa definitiva e – come si dice in gergo tecnico – “passa in giudicato”. 

In particolare, chi propone appello contro la sentenza di primo grado deve farlo entro:

  • 30 giorni dalla notifica della sentenza, effettuata all’avvocato della parte soccombente, ad opera dell’avvocato della parte vincitrice;
  • in mancanza di notificazione, entro il termine lungo di 6 mesi decorrente dalla pubblicazione della sentenza (ossia da quando la stessa è stata depositata in cancelleria).

La notifica della sentenza effettuata tramite Pec da parte della cancelleria alle parti non è suscettibile di far decorrere il termine breve. 

Cosa si può appellare

In generale, si può proporre appello contro tutte le sentenze emesse in primo grado, siano esse definitive o non definitive. Le sentenze «non definitive» – in realtà, piuttosto rare – sono quelle che, senza chiudere il grado di giudizio, definiscono una volta per tutte un determinato aspetto della causa. È ciò che avviene, ad esempio, in caso di

  • condanna generica a una prestazione o al pagamento di una provvisionale;
  • decisione su una o più questioni e definizione parziale del giudizio;
  • decisione su una questione di giurisdizione o competenza o su questioni pregiudiziali o preliminari.

Chi può ricorrere in appello?

Vediamo ora chi può fare appello. È ciò che tecnicamente viene chiamata legittimazione attiva. In tale ambito, le regole dell’appello sono le stesse per tutti gli altri mezzi di impugnazione (e quindi anche per il ricorso in Cassazione).

Può ricorrere in appello solo chi può trarre vantaggio dalla modifica – totale o parziale – della sentenza. Tale vantaggio deve essere effettivo e concreto. Non è sufficiente un mero interesse astratto a una più corretta soluzione giuridica, senza riflessi pratici [1]. 

Detto in termini più semplici, può fare appello chi, in primo grado, sia risultato – anche solo in parte – soccombente ossia abbia visto rifiutare dal giudice tutte o alcune delle proprie richieste.

Sicuramente, l’esempio più banale per comprendere chi può fare appello è quello di chi abbia perso la causa e sia stato condannato dal giudice. Ma potrebbe fare appello anche chi l’abbia sostanzialmente vinta ma le sue iniziali richieste erano più ampie di quelle poi accolte con la sentenza. Si pensi, ad esempio, a chi chieda un risarcimento di 100mila euro e invece ne ottenga uno di 80mila euro. 

Può impugnare anche chi abbia vinto integralmente la causa ma non abbia ottenuto la condanna alle spese processuali della controparte. In tal caso, l’appello si limiterà a impugnare solo la decisione del giudice sulla ripartizione delle spese.

Non può mai proporre appello chi ha vinto integralmente la causa e non ha alcun interesse pratico alla revisione della sentenza. 

Il diritto a impugnare si collega dunque alla soccombenza, anche parziale, nel precedente giudizio ossia al fatto che la decisione del giudice non corrisponde, anche solo parzialmente, a ciò che la parte aveva chiesto al giudice. 

Non è possibile impugnare in appello solo per ottenere una modifica della motivazione della sentenza (salvo il caso che da quest’ultima possa dedursi un’implicita statuizione contraria all’interesse della parte medesima).

Ricorso in appello del contumace

Può impugnare in appello anche chi è rimasto contumace, ossia ha deciso di non costituirsi in primo grado e, all’esito del giudizio, è rimasto soccombente. 

Non può invece appellare la sentenza chi non è stato mai citato o non ha avviato l’azione e, quindi, non è stato parte processuale. 

Appello degli eredi

Se nel corso del processo muore una parte, la sua legittimazione processuale attiva e passiva si trasmette agli eredi. Pertanto, gli eredi possono decidere di impugnare la sentenza di primo grado di cui non siano soddisfatti. 


note

[1] Cass. 3 maggio 2017 n. 10726, Cass. 14 maggio 2013 n. 11540, Cass. 10 marzo 2011 n. 5700, Cass. 5 ottobre 2009 n. 21257, Cass. 13 febbraio 2009 n. 3646

Autore immagine: depositphotos.com


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