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Cambio assegno altrui: cosa si rischia

20 Dicembre 2020 | Autore:
Cambio assegno altrui: cosa si rischia

Tutti i pericoli dell’incasso come prestanome: i limiti ai pagamenti in contanti e al trasferimento  di denaro; la normativa antiriciclaggio; l’evasione fiscale.

Bisogna stare molto attenti quando qualcuno ci chiede la “cortesia” di cambiargli un assegno, cioè di incassarlo al posto suo e poi riversargli la somma, magari in contanti. Dietro questa semplice ed apparentemente innocua operazione si nascondono, infatti, parecchie insidie che possono costare caro, come una multa salata, un’incriminazione per riciclaggio o la contestazione di un’evasione fiscale.

Vediamo meglio cosa si rischia e perché nel cambio di un assegno altrui in maniera che tu possa pensarci due volte prima di acconsentire oppure di essere tu stesso a formulare questo tipo di richiesta ad un tuo amico o conoscente.

Devi sapere innanzitutto che l’incasso, o il versamento del titolo, viene registrato a tuo nome dalla banca, perché sei tu che ti sei presentato allo sportello per svolgere quell’operazione, mentre tutto ciò che è avvenuto prima e accadrà dopo nei rapporti con la persona che ti ha chiesto farlo per suo conto è affidato alle vostre rispettive parole e a ciò che riuscirete a dimostrare.

In caso di accertamento tributario o antiriciclaggio, la prova da fornire è rigorosa e dovrà esserci una causale valida che giustifichi questa operazione. In assenza di ciò, gli organi di controllo presumono che vi sia stata una violazione delle norme antiriciclaggio e anche di quelle tributarie, specialmente se una delle parti coinvolte è un imprenditore, commerciante o professionista.

Queste presunzioni sono legittime e possono fondare un atto di contestazione o un avviso di accertamento; ma ancora più grave è il pericolo di finire coinvolti in un’inchiesta antiriciclaggio.

Come incassare un assegno

L’assegno bancario è un titolo di credito che consente a chi lo possiede di portarlo all’istituto emittente richiedendo il pagamento del suo controvalore.

In passato, non c’erano limitazioni ed erano consentiti gli assegni “al portatore”; attualmente, invece, gli assegni sono diventati nominativi e non è più possibile farli circolare trasferendoli mediante la “girata”, salvi i ristretti limiti che esamineremo tra poco.

Così oggi solo il creditore della somma, cioè la persona fisica o giuridica il cui nome e cognome, o denominazione sociale, sono riportati sul titolo potrà incassare quel denaro o versarlo sul suo conto, non altri.

Limiti pagamento con assegni

Su tutti gli assegni compare la clausola prestampata “non trasferibile”. Se possiedi qualche vecchio carnet che non reca questa dicitura devi apporla manualmente, altrimenti l’assegno non sarà utilizzabile per importi pari o superiori a 1.000 euro.

Questo è infatti l’attuale limite di pagamento per gli assegni di qualsiasi tipo (bancari, circolari e postali): è vietato emettere titoli di importi superiori se non compare la clausola di non trasferibilità [1]. È ancora possibile ottenere dal proprio istituto di credito assegni privi di questa indicazione, ma solo facendo richiesta scritta di moduli in forma libera e solo a condizione di utilizzarli per trasferimenti inferiori a mille euro.

Le sanzioni per chi trasgredisce sono molto pesanti: per chi emette o negozia assegni privi della clausola di non trasferibilità o dell’indicazione del beneficiario è prevista la pena pecuniaria da 3.000 a 50.000 euro, a prescindere dall’importo del titolo: Nei casi «di minore gravità» e per importi inferiori a 30mila euro, la sanzione minima è pari al 10% delle somme trasferite in violazione [2].

Il divieto di assegno in bianco

La legge è molto rigorosa nel vietare l’utilizzo di assegni non trasferibili o senza l’indicazione del beneficiario perché essi, in sostanza, sarebbero assimilabili a un titolo al portatore, pagabile a vista a chi lo presenta all’incasso, e ciò li assimila al denaro contante.

Invece, l’apposizione del nome del beneficiario e la clausola di non trasferibilità sono accorgimenti che assicurano la tracciabilità della transazione e, dunque, limitano le possibilità di riciclaggio o di evasione fiscale. Perciò, è vietato anche emettere assegni senza l’indicazione del beneficiario, cioè “in bianco”.

Se chi riceve quell’assegno lo riempie indicando il nome di un terzo soggetto, sarà come se lo avesse fatto l’emittente, al quale magari quel nominativo è del tutto sconosciuto. E le conseguenze sarebbero pesanti: l’assegno senza l’indicazione del beneficiario elude la sua funzione naturale ed è assimilato ad un’evasione fiscale, perché svolge praticamente la funzione di una cambiale, che è assoggettata al pagamento dell’imposta di bollo, in quanto, a differenza dell’assegno, non è uno strumento di pagamento ma di erogazione del credito.

Così l’Agenzia delle Entrate calcolerà e recupererà questa imposta evasa applicando anche sanzioni che vanno dal 100% al 500% dell’ammontare. Questo senza considerare le ulteriori possibilità di contestazione di un’evasione fiscale ulteriore, nel caso in cui risulti che l’operazione maschera un pagamento fatto e ricevuto in nero.

Cambio assegno in contanti: quando non si può

Devi anche sapere che ad oggi e fino al 31 dicembre 2021 la legge vieta i pagamenti in contanti di importo pari o superiore a 2.000 euro (in seguito il limite si abbasserà a 1.000 euro) ma più in generale impedisce di trasferire somme e valori quando l’ammontare supera questa cifra.

In questo vincolo, rientrano anche le operazioni eseguite a mezzo di assegni, proprio perché, come abbiamo visto, se non sono muniti dell’indicazione del beneficiario e della non trasferibilità realizzerebbero comunque una circolazione monetaria simile a quella che avviene per contanti, mentre il legislatore vuole reprimere tutti gli effetti illeciti o elusivi di tali trasferimenti di denaro.

Non è neppure possibile aggirare la clausola di non trasferibilità versando un assegno in banca e subito dopo incassarne il controvalore in contanti, per poi riversarlo in tale maniera all’emittente dell’assegno stesso: in questo modo, sarebbero comunque violate le rigorose disposizioni che abbiamo esaminato.

Tieni presente che se sei tu il beneficiario di un assegno, lo sportello bancario o postale dove lo presenti all’incasso potrà anche accreditarti e consegnarti l’intera somma in contanti, ma tu non potrai utilizzarla per pagamenti o altri tipi di trasferimento superiori ai limiti sopra indicati.

Diversamente, è sempre possibile (ed è consigliato) versare l’assegno sul proprio conto corrente vedendosi così accreditata la somma, di cui si potrà successivamente disporre con operazioni tracciate e dunque documentate, che non sono soggette ai limiti dei pagamenti per contanti.

Incasso assegno altrui: conseguenze

Avrai già capito che fare da “prestanome” per incassare un assegno altrui è difficile, a causa dei vari ostacoli e vincoli alla realizzazione dell’operazione. Ma farlo è anche rischioso: al di là delle rigide sanzioni pecuniarie che ti abbiamo esposto, rimane il fatto che chi incassa l’assegno di cui in realtà è beneficiaria un’altra persona potrebbe essere chiamato dall’Amministrazione finanziaria a rendere conto dell’operazione, e allora sarà costretto a spiegare a quale titolo ha ricevuto delle somme e per quali ragioni non le ha riportate nella propria dichiarazione dei redditi.

Se poi attraverso il cambio assegno sono stati elusi i vincoli imposti dalla normativa antiriciclaggio scatteranno le severe sanzioni, anche di natura penale, previste in questi casi, se non è possibile giustificare validamente la provenienza e la destinazione delle somme.

Considera che nel momento in cui porti all’incasso un assegno che ti è stato rilasciato da un certo soggetto, potresti non conoscere le sue vicende e quelle che lo legano all’emittente del titolo stesso, di cui comunque saresti chiamato a rispondere di fronte all’Autorità giudiziaria.

Riciclaggio ed evasione fiscale

Qui, prima delle tue possibili spiegazioni della vicenda, parlano i fatti, oggettivi e incontestabili, dell’avvenuto incasso o versamento delle somme eseguito da parte tua, ma tali proventi potrebbero derivare da reato (anche se tu non ne sei a conoscenza e ne sei estraneo) ed allora saresti chiamato a rispondere del delitto di riciclaggio [3] (punito con la reclusione da 4 a 12 anni) per aver trasferito denaro proveniente da delitto e per aver compiuto operazioni idonee ad ostacolare l’identificazione di questa natura illecita.

Talvolta, i profili del riciclaggio si intrecciano con quelli dell’evasione fiscale: è quanto avvenuto in un interessante caso di cui si è occupata recentemente la Cassazione [5], relativo ad un professionista che aveva affermato di aver cambiato, per pura cortesia, alcuni assegni ad un suo conoscente, ma sempre restituendogli le somme incassate.

Messo alle strette, quel conoscente – che in realtà era un cliente – ha poi confessato alla Guardia di Finanza, che stava svolgendo un’inchiesta antiriciclaggio, la verità, e cioè di aver effettuato dei pagamenti in nero, che non erano mai stati dichiarati nella contabilità del professionista.

Da qui, la Suprema Corte ha potuto inchiodare l’evasore, proprio sulla base delle dichiarazioni confessorie rese dal soggetto dal quale aveva ricevuto quegli assegni: in base a tali affermazioni (che rappresentano indizi gravi, precisi e concordanti) si trattava di un corrispettivo per prestazioni professionali e, perciò, è scattata la ripresa a tassazione dei maggiori ricavi non dichiarati, per oltre 100mila euro.

E tutto ciò, si noti, è emerso non nel corso di una consueta verifica fiscale o di un normale accertamento svolto dagli Uffici finanziari, bensì nell’ambito di un’indagine antiriciclaggio: gli Ermellini hanno ritenuto valide anche ai fini delle contestazioni tributarie le risultanze di un verbale che era stato redatto per altre finalità, ma che erano pur sempre nate da un approfondimento sulle consistenti somme trasferite con quegli assegni. Per altri particolari, leggi anche l’articolo “Posso incassare un assegno per conto di un’altra persona?“.


note

[1] Art. 49 D.Lgs. n. 231/2007, come modificato dall’art. 18 del D.L. n.124/2019.

[2] Art. 63 D.Lgs. n. 231/2007, come modificato dall’art. 9 bis del D.L. n.119/2018.

[3] Art. 648 bis Cod. pen.

[4] Cass. ord. n. 28944/20 del 17 dicembre 2020.


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