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Demansionamento nelle telecomunicazioni: quando è illecito

17 Marzo 2021 | Autore:
Demansionamento nelle telecomunicazioni: quando è illecito

Il settore delle Tlc comprende vari tipi di servizi: alcuni più qualificati, altri manutentivi e meno complessi. È decisivo il livello di inquadramento del Ccnl.

Un ottimo esempio di cosa può succedere nel mondo del lavoro è rappresentato dal settore delle telecomunicazioni, dette in breve Tlc. Qui, gli operatori sono lavoratori dipendenti che vengono impiegati in varie fasce e, tra questi, ci sono coloro che forniscono, direttamente o indirettamente, assistenza alla clientela. La grossa suddivisione è tra chi è destinato ad occuparsi della fascia più elevata e facoltosa, quella degli utenti business, e chi invece deve servire i clienti privati.

Inoltre, spesso, non è facile definire un “confine” tra le mansioni impiegatizie e quelle tecniche, perché i profili dell’assistenza da fornire riguardano sia problematiche di carattere amministrativo (abbonamenti, offerte, fatture e pagamenti) sia una molteplicità di aspetti tipici delle Tlc (linea Adsl o fibra, collegamenti, funzionamento di apparecchiature e dispositivi, tipologia e qualità dei servizi, ecc).

Tutto questo, con la molteplicità di compiti da svolgere, da un lato rende più difficile capire, in questo specifico settore, quando il demansionamento nelle telecomunicazioni è illecito,  ma dall’altro lato semplifica le cose ai giudici, che grazie alle fasce di intervento assegnate, raffrontate con i livelli di inquadramento contrattuale raggiunto, possono apprezzare meglio i casi in cui è avvenuta una dequalificazione del lavoratore, adibito ingiustamente a mansioni inferiori.

È quanto avvenuto in un nuovo caso deciso dalla Corte di Cassazione [1], che ha reintegrato nello stipendio e nelle funzioni un dipendente che era stato “degradato” ad assistere la fascia di utenza comune, anziché la clientela business alla quale era prima adibito, perdendo anche la qualifica superiore di tecnico specializzato, con coordinamento di altro personale, per assumere quella di semplice manutentore di impianti.

Demansionamento: quando si verifica

Il demansionamento è l’attribuzione ad un lavoratore dipendente di mansioni inferiori rispetto a quelle pattuite. La legge [2] dispone che il datore di lavoro debba adibire il dipendente alle mansioni corrispondenti a quelle previste nel contratto di assunzione o a quelle superiori in seguito raggiunte, in base alle previsioni dei contratti di lavoro di categoria.

Perciò, di regola, l’assegnazione di mansioni inferiori è illegittima se viola questo criterio, salvo i casi particolari previsti dalla legge, come l’accordo di demansionamento tra datore e lavoratore oppure quando avviene una modifica degli assetti organizzativi dell’azienda; qui, c’è il limite di non scendere, con i nuovi compiti attribuiti ai lavoratori, al di sotto del livello di inquadramento immediatamente inferiore, fermo restando il trattamento retributivo legato al precedente livello.

Come riconoscere il demansionamento

Per riconoscere il demansionamento, i giudici adottano criteri sostanziali, che vanno al di là dell’equivalenza formale tra le precedenti e le nuove mansioni, per verificare se sia avvenuto un degradamento ed una dequalificazione della posizione professionale che spetterebbe al lavoratore in base al livello raggiunto.

Il procedimento per stabilire se ciò si è verificato consiste in un modello “trifasico” [3] che si articola nei seguenti essenziali passaggi:

  • accertare quali attività lavorative svolge in concreto il dipendente in base alle mansioni assegnate dal datore di lavoro;
  • individuare i livelli di inquadramento e le qualifiche previste dal Ccnl di categoria applicabili alla fattispecie;
  • operare il raffronto tra le mansioni svolte e le previsioni contrattuali, per verificare se vi siano divergenze. In caso positivo potrà dirsi che c’è stato un demansionamento illegittimo.

Conseguenze del demansionamento

Il risultato di queste operazioni, nel caso esaminato dalla Cassazione nella sentenza richiamata in apertura, è stato che il dipendente del settore delle Tlc «dapprima destinato a mansioni specialistiche rivolte all’utenza medio-alta, che presupponevano l’utilizzo di specifici strumenti di lavoro ed il coordinamento di persone addette a qualifiche inferiori, era stato successivamente assegnato, in termini di prevalenza qualitativa, quantitativa e temporale, a mansioni esecutive di mero intervento e successiva manutenzione su impianti di utenti privati».

Questo è un demansionamento illegittimo: la Suprema Corte riconosce che tali mansioni erano «prive di qualsivoglia complessità e normalmente espletate da personale operaio appartenente a qualifiche inferiori». Perciò la società datrice ha senza valido motivo demansionato il lavoratore, «di fatto dequalificandolo e mortificandone la professionalità».

Il Collegio rileva che l’azienda riguardo a questo suo dipendente «in sostanza ne ha confuso il profilo professionale, qualificandolo come tecnico addetto ad attività di intervento«, che però «è una figura operaia e non impiegatizia», in quanto nel Ccnl delle Telecomunicazioni è «coincidente con la figura dell’addetto ad interventi tecnici di cui al livello 3», dunque inferiore a quello di inquadramento del lavoratore ricorrente, che è il 4°.

Il risarcimento del danno da demansionamento

Oltre alla reintegra nella posizione precedente, al lavoratore demansionato spetta anche il risarcimento dei danni patiti in conseguenza di questo illecito.

Potrà trattarsi sia di danni patrimoniali, come quelli causati dal detrimento professionale, sia non patrimoniali, nel caso ad esempio in cui vi sia stata una compromissione psicofisica e, dunque, una lesione del diritto alla salute da cui consegue il diritto al risarcimento del danno biologico; ma la prova dei danni effettivamente subiti è sempre a carico del lavoratore.

Nel caso dell’operatore di telecomunicazioni, la Suprema Corte ha confermato la condanna della società datrice, che ora dovrà attribuire al lavoratore mansioni equivalenti a quelle espletate in precedenza, ed inoltre risarcire il danno, quantificato nell’importo pari ad un terzo delle retribuzioni percepite dalla data del demansionamento sino a quella di cessazione della condotta illegittima.


note

[1] Cass. ord. n. 29114/20 del 18 dicembre 2020.

[2] Art. 2103 Cod. civ.: «Il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti alla categoria superiore che abbia successivamente acquisito ovvero a mansioni equivalenti alle ultime effettivamente svolte, senza alcuna diminuzione della retribuzione».

[3] Cass. sent. n. 17163 del 18 agosto 2016.


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