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Mobbing: quando le condotte vessatorie costituiscono reato

13 Gennaio 2014 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 13 Gennaio 2014



Non esiste il reato di mobbing, ma il lavoratore mobbizzato può ricevere tutela penale quando le condotte vessatorie subite sul luogo di lavoro integrano gli estremi di specifici reati: vediamo quali.

 

Il mobbing non costituisce di per sé un reato, ma può avere conseguenze penali se le condotte vessatorie integrano gli estremi di alcune fattispecie criminose, come ad esempio il reato di violenza privata, molestie, ingiuria, maltrattamenti ecc.

Quando il lavoratore subisce, da parte del proprio superiore o dei colleghi di pari grado (mobbers), delle condotte persecutorie, offensive e reiterate nel tempo, è tutelato attraverso lo strumento civile del risarcimento dei danni subiti.

Ogniqualvolta, però, la condotta persecutoria integra gli estremi di un reato, il lavoratore ha a disposizione anche la tutela penale. I casi in cui il mobbing ha conseguenze penali sono, dunque, quelli in cui la condotta vessatoria è tale da costituire uno specifico reato (ossia quando vi sono tutti gli elementi richiesti dal codice penale che legittimano la condanna del mobber).

Le ipotesi più frequenti di mobbing che assumono un rilievo penale sussistono quando gli atteggiamenti umilianti del mobber costituiscono reato di:

ingiuria (commessa anche tramite comunicazione scritta o telefonica) o diffamazione [1], in quanto ledono il decoro e la reputazione della persona;

molestia o disturbo alle persone [2], corrispondente alla condotta di chi, in luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero col mezzo del telefono, rechi a taluno molestia o disturbo;

maltrattamenti [3], che si verifica quando chiunque maltratta una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per l’esercizio di una professione o di un’arte;

violenza privata [4], cioè il comportamento di chi, con violenza o minaccia, costringe altri a fare, tollerare od omettere qualcosa;

–  lesioni personali colpose [5], comportando un indebolimento delle funzioni fisiche o psichiche del soggetto mobbizzato;

abuso di ufficio [6], che sussiste quando il soggetto mobbizzato è un dipendente della Pubblica Amministrazione e subisce un danno ingiusto da parte del mobber;

molestie sessuali [7]. Per molestie sessuali deve intendersi non solo la violenza sessuale vera e propria, ma anche i corteggiamenti indesiderati e le “proposte indecenti”. Secondo la Cassazione [8] si tratta di uno dei fenomeni più detestabili che possono verificarsi sul luogo di lavoro, per la loro forte capacità di ledere l’integrità psico-fisica della vittima.

Dunque, non esistendo nel codice penale il “reato di mobbing”, il lavoratore potrà ricevere tutela penale solo quando le condotte persecutorie poste in essere dal datore o dai colleghi integrino una specifica fattispecie di reato, punita come tale dalla legge (per esempio una delle ipotesi sopra elencate).

note

[1] Artt. 594 e 595 cod. pen.

[2] Art. 660 cod. pen.

[3] Art. 572 cod. pen. Nel caso del mobbing, il rapporto intersoggettivo che si instaura tra datore di lavoro e lavoratore subordinato, essendo caratterizzato dal potere direttivo e disciplinare che la legge attribuisce al datore nei confronti del lavoratore dipendente, pone quest’ultimo nella condizione, specificamente prevista dalla norma penale testé richiamata, di “persona sottoposta alla sua autorità”, il che, sussistendo gli altri elementi previsti dalla legge, può, appunto, permettere di configurare a carico del datore di lavoro il reato di maltrattamenti in danno del lavoratore dipendente (v. Cass. n. 27469/2008, n. 33624/2007, n. 10090/2001,).

[4] Art. 610 cod. pen. (v. Cass., Sez. VI, 8 marzo 2006, n. 31413).

[5] Art. 590 cod. pen..

[6] Art. 323 cod. pen. La Cassazione, in un caso di mobbing, ha condannato per abuso di ufficio un dirigente che aveva demansionato il dipendente pubblico in evidente violazione delle disposizioni normative e dei contratti collettivi nazionali (sent. n. 40891/2007).

[7] Art. 609 bis e ss. cod. pen.

[8] Cass. sent. n. 143/2000.

Autore immagine: 123rf.com


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