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Compensazione spese legali: quando non si può fare

22 Dicembre 2020 | Autore:
Compensazione spese legali: quando non si può fare

I casi in cui il giudice non può applicarla e i rimedi a disposizione della parte vittoriosa per correggere il capo della sentenza errato.

Hai fatto ricorso contro una cartella esattoriale per omesso pagamento della tassa automobilistica. Il giudice tributario ti ha dato ragione e così il debito è stato annullato, però nella sentenza ha anche disposto la compensazione delle spese di lite.

Questo significa che devi pagare l’avvocato di tasca tua, nessuno ti rimborserà di quanto hai anticipato. E allora ti chiedi se il gioco vale la candela: il bollo auto valeva circa 200 euro, compresi interessi e sanzioni, ma per ottenere l’annullamento hai dovuto spendere almeno altrettanto per l’onorario del professionista che ti ha assistito e difeso nella causa. È una vittoria di Pirro: se avessi saputo che l’esito sarebbe stato questo, probabilmente non avresti neppure avviato l’azione giudiziaria.

Devi sapere che il giudice non può compensare le spese processuali a sua discrezione, ma è vincolato a precisi criteri. In questo articolo ci occuperemo proprio di quando non si può fare la compensazione delle spese legali: esistono delle precise regole che impediscono al giudice di applicare la compensazione al di fuori delle specifiche e tassative ipotesi previste dalla legge.

Nel caso in cui egli non rispetti questi criteri e se ne discosti arbitrariamente, potrai impugnare la sentenza che ti vede vittorioso, proprio nel capo relativo alle spese, chiedendo al giudice superiore l’annullamento di questa statuizione ingiusta e pregiudizievole dei tuoi diritti.

Compensazione delle spese: quando è possibile

Nei processi, la regola generale è quella della soccombenza: chi perde paga, anche le spese sostenute dalla controparte. «Il giudice, con la sentenza che chiude il processo davanti a lui, condanna la parte soccombente al rimborso delle spese a favore dell’altra parte e ne liquida l’ammontare insieme con gli onorari di difesa», stabilisce la legge [1].

Ma esistono delle eccezioni: in alcuni casi, il giudice può decidere che le spese rimangano a carico della parte che le ha anticipate, anche se essa è risultata pienamente vittoriosa nel giudizio. È appunto questa l’ipotesi della compensazione delle spese legali, o processuali.

Essa può verificarsi solo nelle ipotesi previste dalla legge [2] che sono le seguenti:

  • la soccombenza reciproca delle parti;
  • l’assoluta novità della questione trattata;
  • l’intervenuto mutamento della giurisprudenza sulle questioni dirimenti;
  • altre «gravi ed eccezionali ragioni».

Norme analoghe esistono nel processo tributario: qui, la compensazione delle spese di giudizio è consentita [3] «soltanto in caso di soccombenza reciproca o qualora sussistano gravi ed eccezionali ragioni che devono essere espressamente motivate».

Le gravi ed eccezionali ragioni

È proprio quest’ultimo, quello delle «gravi ed eccezionali ragioni» il punto più controverso e dove si annidano i maggiori problemi. Il legislatore ha tentato di circoscriverlo precisando la formula (in passato, fino al 2009, si richiedevano soltanto «giusti motivi» e così la regola della soccombenza poteva essere facilmente elusa) ma non è bastato.

Tutt’oggi, si verificano molti, troppi casi di compensazione delle spese basati sulla formula equivoca delle non meglio precisate «gravi ed eccezionali ragioni» e ora la Cassazione ha deciso di porre un limite a questo fenomeno.

Con una nuova interessante pronuncia [4], resa in un giudizio tributario molto simile al caso di esempio citato nell’apertura di questo articolo, la Suprema Corte ha innanzitutto ricordato che tali ragioni devono essere espressamente motivate dal giudice in sentenza.

E ciò deve avvenire in modo puntuale e preciso: la Cassazione richiede che questi particolari motivi debbano trovare «puntuale riferimento in specifiche circostanze o aspetti della controversia decisa», e in tal caso devono essere indicate specificamente.

Dovranno emergere in modo palpabile e concreto la gravità e l’eccezionalità dei motivi addotti per disapplicare la regola della soccombenza. Non è possibile, cioè, esprimere considerazioni con formule generiche, di stile o pleonastiche (del genere «…sussistono particolari ragioni…» o «… si ravvisano eccezionali motivi…»), in quanto esse eluderebbero la norma cardine che abbiamo indicato ed impedirebbero il necessario controllo giurisdizionale sulla motivazione del provvedimento.

Compensazione delle spese: quando l’importo della causa è modesto

La Corte di Cassazione nel ribadire questi principi ha preso spunto da un singolare caso in cui la Commissione Tributaria aveva giustificato l’avvenuta compensazione sulla base dell’«esiguità dell’importo preteso»: il contribuente, insoddisfatto da questa statuizione, ha proposto ricorso di legittimità e proprio qui gli Ermellini hanno annullato senza esitazioni la pronuncia.

Infatti – rilevano i giudici di piazza Cavour – il valore modesto della controversia non può mai rientrare nelle gravi ed eccezionali ragioni idonee a disporre la compensazione, poiché «proprio nel caso in cui l’importo delle spese di lite risulti tale da vanificare il pregiudizio economico che la parte ha inteso evitare, l’immotivata compensazione delle spese finisce col pregiudicare il concreto esercizio del diritto di difesa».

Ciò significa che la compensazione delle spese non può avvenire per il solo fatto che la controversia decisa è di basso valore economico; anzi, proprio in questo caso, è prevedibile che l’ammontare delle spese di lite (onorario dell’avvocato, pagamento del contributo unificato, diritti di notifica, ecc.) eguagli o superi l’importo del ristoro che la parte vittoriosa ha ottenuto, o evitato di pagare, nel momento in cui le sue ragioni sono state accolte.

Diversamente ragionando, si ostacolerebbe l’esercizio del diritto di difesa: la parte che è convinta di aver ragione sarebbe scoraggiata dal promuovere un contenzioso ed una lite di cui comunque dovrebbe sostenere il costo, senza possibilità di rifusione dalla controparte, che pur risultando perdente nel giudizio rimarrebbe indenne dalle conseguenze.

Tutto questo violerebbe, inammissibilmente, la regola base del principio di soccombenza e prima ancora il diritto alla difesa che è costituzionalmente garantito. Non può essere impedito a nessuno, neppure a posteriori e in maniera surrettizia, di poter agire in giudizio per tutelare i propri diritti; neppure le spese da affrontare devono costituire un vincolo pregiudizievole all’esercizio di tali facoltà.

Hai così compreso che il giudice non può compensare le spese quando vuole ed è, invece, vincolato a precisi criteri, decisionali e motivazionali, che, se non rispettati, ti consentiranno di impugnare la sentenza nel capo riguardante le spese indebitamente compensate.

Per approfondire la casistica leggi anche questi articoli:


note

[1] Art. 91 Cod. proc. civ.

[2] Art. 92 Cod. proc. civ.

[3] Art. 15 D.Lgs. n. 546/92.

[4] Cass. ord. n. 29211/20 del 21 dicembre 2020.


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