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Revoca del fallimento: l’imprenditore può chiedere il risarcimento al creditore

26 Novembre 2014 | Autore:
Revoca del fallimento: l’imprenditore può chiedere il risarcimento al creditore

Non esiste più una norma della legge fallimentare che consideri la colpa del creditore: si applica la disciplina della responsabilità processuale aggravata e la richiesta di risarcimento si presenta al giudice del fallimento.

Che succede se un imprenditore abbia subito un fallimento ingiustamente? Si prenda il caso in cui un creditore presenti domanda di fallimento contro il proprio debitore insolvente e il tribunale accolga la domanda. La procedura concorsuale inizia, ma, nel frattempo, il fallito presenta reclamo. E lo vince. Chi paga, in tal caso, tutti i danni – spesso irreparabili – procurati all’azienda?

Il creditore che presenta, nei confronti del proprio debitore, un’istanza di fallimento infondata o fa dichiarare il fallimento, poi rivelatosi privo dei presupposti legali, può essere condannato al risarcimento del danno se ha agito con colpa.

Il comportamento del creditore che, colposamente, presenta un’istanza di fallimento del proprio debitore erronea o infondata, può rilevare, nell’ambito della procedura fallimentare, in due occasioni:

– quando è già stato dichiarato con sentenza, – su ricorso del creditore negligente -, il fallimento, successivamente revocato (a seguito di reclamo da parte del debitore) per insussistenza dei presupposti oggettivi o soggettivi [1];

– quando l’istanza di fallimento, presentata colposamente dal creditore, venga respinta e quindi, di fatto non dia inizio ad alcuna procedura concorsuale [2].

In entrambe i casi la colpa del creditore istante consiste nel suo comportamento negligente e imprudente, dal momento che questi chiede (e nella prima ipotesi ottiene) una procedura concorsuale basata su presupposti erronei e infondati (per esempio su un credito inesistente oppure priva dei requisiti soggettivi e oggettivi per la fallibilità del debitore).

La colpa deve necessariamente essere provata dalla parte interessata e accertata dal giudice e non può essere presunta sulla sola base dell’erroneità dell’istanza di fallimento.

La legge fallimentare non si preoccupa di disciplinare la colpa del creditore istante né di definirne le ipotesi.

Essa si limita, infatti, a determinare le conseguenze della revoca del fallimento o del rigetto dell’istanza di fallimento sulle spese della procedura, sul compenso del curatore e sugli eventuali danni subiti dal debitore.

Un riferimento esplicito alla colpa del creditore era contenuto in una norma poi abrogata [3] secondo cui le spese di procedura e il compenso del curatore erano a carico del creditore istante qualora quest’ultimo fosse stato condannato ai danni per aver chiesto la dichiarazione di fallimento “con colpa”.

Ad oggi non esistono norme della legge fallimentare che disciplinano espressamente la colpa.

Tuttavia, la giurisprudenza [4] ha ritenuto che la responsabilità colposa del creditore per i danni subiti dal proprio debitore a seguito della dichiarazione di fallimento, configuri una particolare applicazione dell’istituto della responsabilità processuale aggravata [5].

La conferma dell’orientamento della Cassazione è in una norma della Legge Fallimentare [6] che afferma implicitamente il diritto del debitore di chiedere il risarcimento dei danni “per responsabilità aggravata ai sensi dell’art. 96 del codice di procedura civile”.

A ben vedere il comportamento del creditore istante che, per propria colpa, fa dichiarare un fallimento poi revocato perché illegittimo, produce certamente un notevole pregiudizio al debitore ingiustamente dichiarato fallito.

Tale pregiudizio può essere di carattere patrimoniale e non patrimoniale (si pensi alla lesione del diritto all’immagine, alla perdita di clientela, alla perdita di chance commerciali causate da una ingiusta dichiarazione di fallimento).

Il diritto del debitore al risarcimento del danno può sussistere tanto nell’ipotesi in cui il fallimento sia stato dichiarato con sentenza, poi reclamata dal debitore (con conseguente revoca del fallimento stesso), quanto nell’ipotesi di rigetto dell’istanza di fallimento.

La giurisprudenza ha stabilito che in entrambe i casi il debitore può chiedere il risarcimento dei danni subiti a causa del comportamento colposo del creditore istante, ma deve farlo nell’ambito del giudizio di impugnazione del provvedimento del giudice fallimentare e non con autonomo processo.

Ciò vuol dire che il debitore che propone reclamo contro la sentenza dichiarativa di fallimento o che si costituisce nel giudizio di reclamo presentato dal creditore contro il decreto di rigetto dell’istanza di fallimento, deve chiedere in quella sede il risarcimento dei danni derivati dalla condotta colposa del creditore.


note

[1] Art. 18 Legge Fallimentare.

[2] Art 22 Legge Fallimentare.

[3] Art 21 Legge Fallimentare (abrogato dall’art.18 c.1, Dlgs. N. 5/2006).

[4] Cass. sent. n. 17155/2009 e n. 28226/2007.

[5] Art. 96 cod. proc. civ.

[6] Art. 22.

Autore immagine: 123rf com


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