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Licenziamento del lavoratore in cassa integrazione: quando è possibile?

12 Gennaio 2014 | Autore:
Licenziamento del lavoratore in cassa integrazione: quando è possibile?

Il dipendente in cassa integrazione non può essere licenziato per giustificato motivo oggettivo, ma solo per giusta causa e giustificato motivo soggettivo.

 

Il licenziamento del lavoratore è possibile anche durante il periodo di cassa integrazione, ma solo per una causa dipendente dal suo comportamento scorretto (cosiddetto licenziamento per “giusta causa” e per “giustificato motivo soggettivo”) e non per ragioni dipendenti dall’azienda (cosiddetto licenziamento per “giustificato motivo oggettivo”), la quale avrebbe dovuto procedere a licenziamento collettivo.

Quando l’impresa versa in situazione di grave crisi economica tale da rendere necessaria la sospensione dell’attività o la riduzione del personale, il datore di lavoro può licenziare i dipendenti o ricorrere all’istituto della cassa integrazione guadagni (CIG).

Quest’ultima consiste nel versamento da parte dell’INPS di una somma di denaro in favore dei lavoratori che subiscono la riduzione o sospensione dall’attività lavorativa. La CIG costituisce dunque un ammortizzatore sociale che consente di sanare temporaneamente gli effetti della crisi aziendale sul posto di lavoro dei dipendenti.

Durante il periodo di cassa integrazione, tuttavia, il lavoratore può essere licenziato, a condizione che ricorrano determinati requisiti.

Innanzitutto affinché il licenziamento sia legittimo è necessario che ricorra una giusta causa o un giustificato motivo.

La “giusta causa” sussiste quando il lavoratore tiene una o più condotte così gravi da determinare la lesione della fiducia del proprio datore di lavoro. Il licenziamento per giusta causa può avvenire anche durante il periodo di cassa integrazione perché riguarda ipotesi così gravi da rendere comunque impossibile la prosecuzione del rapporto (si pensi al caso del lavoratore che ruba in azienda). La giusta causa rende legittimo il licenziamento in tronco, senza preavviso al lavoratore.

Il licenziamento del lavoratore in cassa integrazione può avvenire anche quando sussiste un “giustificato motivo soggettivo”, cioè quando il rapporto non può più proseguire per un fatto imputabile al lavoratore ma meno grave della giusta causa (per esempio sopravvenuta inidoneità fisica del lavoratore a svolgere le mansioni di assunzione e impossibilità di assegnarlo ad altra attività all’interno dell’azienda).

In questo caso, a differenza del licenziamento per giusta causa, il preavviso è obbligatorio e se il datore non rispetta i termini previsti dal contratto collettivo applicato, il recesso è illegittimo.

Il datore di lavoro non può invece licenziare il lavoratore in cassa integrazione sulla base di un giustificato motivo oggettivo. Quest’ultimo, infatti, si riferisce a fatti “inerenti all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa”, fatti per i quali è già in corso lo strumento di cassa integrazione guadagni.

In ogni caso il licenziamento, per essere legittimo, deve seguire un determinato iter procedurale che si può scandire in tre fasi:

contestazione dell’addebito: il datore comunica al lavoratore le ragioni del licenziamento riportando in modo specifico e immediato i comportamenti addebitati;

ascolto del lavoratore: il datore deve dare al dipendente la possibilità di contestare l’addebito e difendersi; egli deve rispettare la sua volontà di essere sentito personalmente.

intimazione del licenziamento: il datore di lavoro deve intimare il recesso con un atto scritto, contenente la puntuale indicazione dei motivi posti alla base della sanzione (integranti giusta causa o giustificato motivo).

Qualora il lavoratore ritenga che il licenziamento irrogato sia illegittimo, per esempio perché discriminatorio o privo di giusta causa, può impugnarlo con ricorso da depositare entro 180 giorni dalla data di ricezione della lettera di cessazione del rapporto di lavoro.


note

Autore immagine: 123rf.com


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