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Recesso della banca dal fido

23 Dicembre 2020
Recesso della banca dal fido

La banca può interrompere l’apertura di credito e chiedere il rientro se il cliente sfora il limite dello scoperto?

C’è chi lo chiama fido, chi «affidamento» e chi, più tecnicamente, «contratto di apertura di credito». Si tratta di un patto con cui la banca consente al proprio cliente di utilizzare una somma superiore rispetto a quella da lui depositata sul conto, dietro però corresponsione di interessi più alti rispetto a quelli legali. Alla fine, il fido non è altro che una forma di finanziamento entro un determinato massimale che il correntista non può mai superare, a pena di pagamento degli interessi moratori. 

Di solito, in caso di occasionale sconfinamento rispetto alla soglia del fido, l’istituto di credito mostra una certa tolleranza e, se l’episodio si prolunga nel tempo, il direttore si limita ad inviare una lettera al proprio cliente con cui gli chiede il rientro. Cosa succede invece se lo sconfinamento è ricorrente? È legittimo il recesso della banca dal fido? 

La questione è stata decisa, proprio di recente, dalla Cassazione [1]. Cerchiamo di fare il punto della situazione.

Recesso della banca dal fido: come difendersi

In base all’articolo 1845 del Codice civile in caso di contratto con una data di scadenza – come può essere l’apertura di un fido – la banca non può recedere dal rapporto prima di tale data a meno che non abbia una «giusta causa» per farlo o se non è diversamente pattuito nel contratto stesso. 

Dunque, è ammesso il recesso della banca dal fido a condizione che ci siano validi motivi. E questi motivi trovano una giustificazione quasi sempre nelle condizioni economiche del correntista. 

Con l’esercizio del diritto di recesso, la banca può chiedere la restituzione di tutte le somme date in prestito, ma dando sempre un termine di 15 giorni per adempiere. Quindi, è illegittima la richiesta di rientro immediato nell’esposizione debitoria.

Dunque, il primo modo per difendersi dal recesso della banca dal fido è dimostrare che non sussiste la «giusta causa» e che quindi le proprie condizioni economiche sono solide e non danno motivo di preoccupazioni. Naturalmente, per poter dimostrare ciò, è necessario che il cliente non abbia posto gravi inadempimenti, come appunto nel caso – che analizzeremo qui di seguito – di chi ha superato spesso il limite dello scoperto.

Il recesso di una banca da un rapporto di apertura di credito, in cui non sia stato superato il limite dell’affidamento concesso, deve considerarsi illegittimo ove assuma connotati del tutto arbitrari, contrastando cioè con la ragionevole aspettativa di chi, in base ai rapporti usualmente tenuti dalla banca e all’assoluta normalità commerciale di quelli in atto, abbia fatto conto di poter disporre della provvista redditizia per il tempo previsto e non sia, dunque, pronto alla restituzione, in qualsiasi momento, delle somme utilizzate.

Recesso della banca dal fido per superamento dello scoperto

Secondo la Cassazione, è legittima la revoca dell’apertura di credito se il cliente supera spesso il limite dello scoperto. Anche la pazienza della banca nei confronti dei correntisti che vanno frequentemente in rosso ha un limite. L’eventuale tolleranza mostrata dall’istituto di credito per un lungo periodo, infatti, non fa innalzare il tetto del fido. Con la conseguenza che la banca può inviare la diffida al rientro e, in caso di esito negativo, disporre la revoca del contratto. 

Secondo la Corte, «Nel corso dell’esecuzione di un rapporto di apertura di credito bancario a tempo indeterminato, risulta legittimo l’esercizio del diritto di recesso dell’istituto di credito purché anticipato dalla comunicazione al cliente di un congruo preavviso». Tale condotta «non entra neanche in conflitto con il principio generale di buona fede allorquando si sia in presenza di comportamenti inaffidabili del debitore che, come nel caso di specie, ha ripetutamente ed in modo ingiustificato superato il limite di affidamento concesso dalla banca». Né, in tal caso, conclude la Cassazione, «la condotta omissiva della banca può essere intesa come autorizzazione ad un innalzamento del limite dell’apertura di credito, dovendo essere invece ricondotta ad un atteggiamento di mera tolleranza, in attesa del corretto adempimento da parte del correntista dell’obbligo di rientrare dall’esposizione debitoria non autorizzata».

La Suprema Corte ha così respinto la domanda di un correntista a cui la banca aveva revocato il fido a causa dei continui sconfinamenti.


note

[1] Cass. ord. n. 29317/2020


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