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Cancro da fumo di sigaretta: cosa dice la legge

27 Dicembre 2020
Cancro da fumo di sigaretta: cosa dice la legge

In caso di tumore ai polmoni determinato dal fumo è possibile ottenere il risarcimento dei danni?

Oggi vogliamo parlarvi di un argomento assai spinoso e delicato: cosa dice la legge in caso di cancro da fumo di sigaretta. Chi subisce un danno irreparabile alle vie respiratorie ha diritto ad essere risarcito? E gli eredi dei morti per tumore ai polmoni possono esigere una rendita che supplisca alla perdita del caro?

Si potrà dire di no, perché fumare è una scelta. Ma è anche vero che non sempre si tratta di una scelta consapevole e deliberata. Si inizia a fumare per varie ragioni, nessuna di queste quasi sempre collegata al piacere del fumo. Sfido chiunque a ricordare come piacevole la prima esperienza con una sigaretta. In tutti, all’inizio, il fumo provoca un certo disgusto. Ci sono altri fattori che determinano la dipendenza dal tabacco. Fattori legati alla pubblicità (vi ricordate tutte le foto di James Dean?), agli stereotipi sociali, all’esempio che si ha in famiglia, agli amici. E in questo, possiamo dire, che lo Stato fa la parte di Ponzio Pilato: si lava le mani limitandosi a inserire, nei pacchetti di sigarette, tutti gli avvisi sulla salute, ma poi prende la sua parte con una vera e propria tassa sulla morte. 

Prima però di spiegarvi cosa dice la legge in caso di cancro da fumo di sigaretta voglio raccontarvi una scoperta che, per me, è stata davvero illuminante.

Perché scatta la dipenda da fumo

Uno dei più bei libri di John Grisham, “La Giuria”, scritto nel lontano 1996, narra la vicenda giudiziaria della vedova di un uomo morto per tumore ai polmoni. La donna aveva intrapreso una causa di risarcimento contro le case produttrici di sigarette di cui il marito era un accanito consumatore. Al di là della storia, che termina con la vittoria dell’intraprendetene erede, nel libro vengono rivelate tante scomode verità per i fabbricanti di tabacco, a partire dalla deliberata strategia di incrementare, nel tempo, il quantitativo di componenti artificiali nelle sigarette come catrame e ammoniaca. Sarebbero infatti proprio tali componenti, al contrario del tabacco, i veri artefici della dipendenza da fumo. Insomma, chi fuma continua a fumare perché viene di fatto costretto dalle case produttrici. 

Questa rivelazione è risultata, negli Stati Uniti, tanto scomoda che, nella versione cinematografica del libro, la causa contro i fabbricanti di sigarette è stata sostituita dalla causa contro i fabbricanti di armi, categoria verso la quale gli americani nutrono, come noto, un atteggiamento molto meno critico, per via del largo consenso all’autodifesa. 

Il libro di Grisham è stato anche l’apripista a una serie di cause di risarcimento per i danni da fumo, cause che hanno visto la vittoria delle famiglie “mutilate” per via dei numerosi tumori ai polmoni. 

Come stiamo messi invece in Italia? È quello che voglio spiegarvi in questo breve ma interessantissimo articolo. 

Danni da fumo: spetta il risarcimento?

In Italia l’orientamento della giurisprudenza è molto critico nel riconoscere il risarcimento per i danni da fumo. Ci sono infatti due ostacoli. 

Il primo è il fattore temporale. A partire dal 1991, tutti i pacchetti di sigarette devono contenere le avvertenze al fumatore sui rischi alla salute che la sigaretta può comportare. Oggi tali avvisi sono peraltro arricchiti da immagini alquanto crude. Ebbene, secondo i nostri giudici, chi fuma lo fa con coscienza e volontà: non può cioè invocare ignoranza sui danni che il fumo provoca, proprio perché è messo nella condizione di saperlo tramite le avvertenze stampate sui pacchetti di sigarette. E pertanto non è possibile, in caso di malattia, chiedere il risarcimento. Insomma, «chi è causa del suo mal pianga se stesso» sembrano avvisare le aule di tribunale. Il fumatore è consapevole di uccidersi lentamente perché glielo dice la scatola, con l’apposito messaggio di dissuasione imposto dalla legge.

In sintesi, secondo la Cassazione, la questione si decide nel seguente modo: solo chi si accorge di aver contratto il tumore prima del 1991– data appunto in cui è entrata in vigore la legge sugli avvisi – ha il diritto ad essere risarcito e questo perché potrebbe sempre invocare l’ignoranza sui rischi alla salute. Tutti gli altri, invece, coloro cioè che hanno scoperto di essersi ammalati dopo il 1991, non hanno diritto ad alcun indennizzo, né loro, né chiaramente i loro eredi.  

Esiste una sola sentenza, emessa dal tribunale di Milano, che accorda il risarcimento per danno da fumo anche se verificatosi dopo il 1991. Tutti gli altri precedenti, Cassazione compresa, escludono l’indennizzo.

Ma anche per gli ammalati prima del 1991 le cose non sono così semplici come possono sembrare. Qui si aggiunge il secondo ostacolo che è dato dalla cosiddetta prova. Difatti, per ottenere il risarcimento del danno è necessario dimostrare che solo il fumo, e non altre cause, ha determinato l’insorgenza della malattia. E qui ti voglio a dimostrare l’esclusività del fumo, quando c’è molta gente che vive o lavora in ambienti super inquinati. Come fai a dimostrare che una persona, pur senza fumare, ma che per una vita ha lavorato in una acciaieria, non si sarebbe ammalato di cancro ai polmoni? 

Ed ecco perché le sentenze che riconoscono un risarcimento per i danni da fumo sono, in Italia, così isolate.



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