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Quando andare in pensione dal 2021

2 Aprile 2021 | Autore:
Quando andare in pensione dal 2021

La mancata variazione della speranza di vita modifica i requisiti anagrafici per smettere di lavorare? Che succede con l’Ape sociale?

Nessun aumento della speranza di vita da parte dell’Istat. Detta così, potrebbe sembrare una brutta notizia: è come dire che non possiamo aspirare a vivere di più. Ma c’è sempre il bicchiere mezzo pieno davanti all’irrimediabile. Basta guardarlo con gli occhi della pensione: se l’Istituto di statistica non segna un aumento di questo indice, vuol dire che non si allungheranno i tempi per poter lasciare il lavoro e dedicarci definitivamente alla nostra tanto attesa «terza vita», dopo quelle dello studio e del lavoro.

Quindi, quando andare in pensione dal 2021? Secondo l’Istat, fino alla fine del 2022 non cambierà nulla. Il che vuol dire che i requisiti anagrafici per il pensionamento resteranno gli stessi. Pertanto, a meno che ci sia un cambiamento su quelli contributivi, si potrà andare in pensione dal 2021 con 67 anni. Non un mese in più, non un mese in meno. Facciamo due conti e vediamo come si arriva a questo traguardo.

Pensione: la variazione della speranza di vita

L’ultima variazione della speranza di vita registrata dall’Istat è pari a 0,025. Una cifra talmente ridicola da non essere nemmeno presa in considerazione ai fini del requisito anagrafico per andare in pensione. Quello della speranza di vita, ricordiamolo, è un elemento non indifferente per stabilire fino a quando si lavora: più si stima che sarà lunga la vita di una persona, più dovrà lavorare.

Certo, una variazione che contrasta con quelle che l’Istituto di statistica aveva riscontrato nel passato più recente. Negli ultimi anni, infatti, questo valore aveva condizionato pesantemente l’uscita dal lavoro di chi già non vedeva l’ora di spegnere la sveglia quotidiana, o di tenerla accesa per altri motivi. In particolare, dal 2013 ad oggi, il traguardo si era via via allontanato di 11 mesi. Ora, l’irrisoria variazione registrata per il triennio 2019/2022 lascia le cose come stanno, fisando in 67 anni l’età per ottenere la pensione di vecchiaia e quella sociale (l’Ape). Se ne riparlerà dal 1° gennaio 2023.

L’ultima volta che c’è stato un adeguamento alla speranza di vita è stato nel 2019: cinque mesi di aumento, con alcune deroghe in cui la variazione non veniva applicata, ovvero per:

  • dipendenti che svolgono da almeno 7 anni, nell’ambito dei 10 anni precedenti il pensionamento, le professioni di cui all’allegato B alla legge Bilancio 2018 e con almeno 30 anni di anzianità contributiva;
  • addetti a lavorazioni particolarmente faticose e pesanti, cioè ai cosiddetti «lavori usuranti», a condizione che svolgano le stesse attività al momento dell’accesso al pensionamento dopo averle svolte per una certa durata e che abbiano non meno di 30 anni di anzianità contributiva;
  • lavoratori «precoci», dipendenti o autonomi, con almeno 1 anno di contribuzione per periodi di lavoro effettivo svolti prima del compimento del 19° anno di età:
  • soggetti che beneficiano, al momento del pensionamento, dell’Ape sociale.

Pensione: la situazione dal 2021

Secondo le rilevazioni dell’Istat sulla speranza di vita, fino al 31 dicembre 2022 non si deve applicare alcuna variazione sul requisito anagrafico per andare in pensione. Vuol dire che fino a quella data resta invariato il requisito dei 67 anni per la pensione di vecchiaia e per l’assegno sociale.

Pensione: chi ha accesso all’Ape sociale

Ammesso che l’età per arrivare alla pensione di vecchiaia rimane fissata, almeno fino alla fine del 2022, in 67 anni, chi ha almeno 63 anni di età e si trova in difficoltà economiche può chiedere l’Ape sociale per coprire i quattro anni che restano con un sussidio mensile dell’importo massimo di 1.500 euro lordi a carico dello Stato. A patto che:

  • non lavori più;
  • non abbia una pensione diretta;
  • si trovi in una situazione di difficoltà economica;
  • maturi una pensione di vecchiaia superiore a 1,4 volte l’importo della pensione minima Inps, che nel 2020 era di 722 euro.

C’è, poi, il requisito contributivo. Da questo punto di vista, maturano il diritto all’Ape sociale i lavoratori iscritti all’Inps (inclusi quelli della gestione separata) che hanno:

  • un’anzianità contributiva di almeno 30 anni, sono stati licenziati, si sono dimessi per giusta causa o con risoluzione contrattuale per motivi economici e, da almeno tre mesi, non percepiscono Naspi o Dis-Coll. Accesso previsto anche per chi non lavora in seguito alla scadenza naturale del contratto a tempo determinato, sempre che nei 36 mesi precedenti la conclusione del rapporto di lavoro abbiano avuto dei periodi di lavoro dipendente per almeno 18 mesi;
  • un’anzianità contributiva di almeno 30 anni e assistere da almeno sei mesi, al momento di presentare la richiesta, il coniuge, la persona in unione civile o un parente di primo grado, convivente, con handicap grave; ovvero i parenti di secondo grado conviventi, nel caso in cui i genitori o il coniuge della persona con handicap abbiano compiuto 70 anni d’età oppure siano anche loro affetti da patologie invalidanti o siano deceduti o mancanti;
  • un’anzianità contributiva di almeno 30 anni ed avere un’invalidità civile riconosciuta di almeno il 74%;
  • un’anzianità contributiva di almeno 36 anni e svolgere alla data della domanda di accesso all’Ape sociale da almeno 7 anni negli ultimi 10, ovvero almeno 6 anni negli ultimi 7, in via continuativa, una o più delle previste attività gravose.

Le mamme lavoratrici hanno diritto ad uno sconto di 1 anno sul requisito contributivo per ogni figlio fino a un massimo di 2 anni. Significa che possono chiedere l’Ape sociale con:

  • 28 anni di contributi, o 34 se svolgono lavori gravosi, se hanno due figli;
  • 29 anni di contributi, o 35 se svolgono lavori gravosi, se hanno un figlio.

Per approfondire tutti gli argomenti legati a questo tema, leggi anche la nostra maxi-guida Pensioni e previdenza: le ultime novità.



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1 Commento

  1. Ma con tutte le morti che ci sono state nell’ultimo anno, la speranza di vita non si è drasticamente abbassata? Oppure i morti, per l’ISTAT, non contano?

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