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Insubordinazione del dipendente: non sempre è giusto il licenziamento

14 Gennaio 2014 | Autore:
Insubordinazione del dipendente: non sempre è giusto il licenziamento

L’insubordinazione non legittima il licenziamento se è dovuta alle condizioni di lavoro.

L’insubordinazione del lavoratore, se è dovuta alle continue pressioni ricevute da parte del personale dell’azienda, non è di per sé sufficiente a giustificarne il licenziamento.

Lo ha stabilito la Cassazione in una recente sentenza [1]. Secondo la Corte, il comportamento del lavoratore va sempre analizzato al fine di comprenderne le cause scatenanti: se il motivo di una determinata reazione è da ravvisarsi nell’ostilità dell’ambiente di lavoro, non sussistono i presupposti per licenziare il dipendente.

In generale, la giurisprudenza ritiene che l’insubordinazione sia una delle classiche ipotesi che giustifichi il licenziamento: essa si sostanzia in tutti quei comportamenti suscettibili di incidere negativamente nell’organizzazione aziendale, attraverso la disapplicazione delle disposizioni del datore di lavoro. È possibile, più nello specifico, ricomprendervi le ingiurie, la diffamazione, le minacce e le percosse, l’eccesso di critica, l’atteggiamento di sfida, il rifiuto di adempiere ai compiti assegnati.

Qualora, però, l’insubordinazione rappresenti una reazione a condizioni lavorative problematiche, essa non giustifica un eventuale licenziamento. Non è da escludere, tuttavia, l’applicazione di una sanzione disciplinare [2].


note

[1] Cass. sent. n. 589 del 14.11.2013.

[2] Le cosiddette “sanzioni conservative”.

Autore immagine: 123rf.com


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