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Infortunio sul lavoro: quando c’è risarcimento

30 Dicembre 2020
Infortunio sul lavoro: quando c’è risarcimento

Responsabilità del datore di lavoro e concorso di colpa in caso di infortunio del dipendente. Quando spettano i danni.

Nel caso di infortunio sul lavoro, il risarcimento a carico dell’azienda è dovuto tutte le volte in cui l’incidente si verifica per una colpa esclusiva o concorrente del datore di lavoro. Solo nell’ipotesi in cui la responsabilità per l’evento sia integralmente attribuibile al dipendente, questi non percepirà alcuna somma.

Non resta quindi che individuare i casi in cui si possa parlare di responsabilità esclusiva del dipendente. Alcune importanti indicazioni sono state fornite dalla Cassazione [1].

Procediamo dunque con ordine e vediamo quando c’è risarcimento per l’infortunio sul lavoro.

Infortunio sul lavoro: chi paga?

La regola generale, imposta dall’articolo 2087 del codice civile, impone al datore di lavoro di adottare tutte le misure rese possibili dall’esperienza e dalla tecnica per tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei lavoratori. Tali misure devono essere rapportate al tipo di mansioni assegnate, sicché saranno tanto più rigorose quanto più è pericoloso il lavoro.

L’Inail esonera il datore di lavoro dalla responsabilità civile per gli infortuni sul lavoro. In particolare, il datore di lavoro non è responsabile per gli infortuni avvenuti ai dipendenti nel caso in cui questi abbiano tenuto una condotta del tutto avulsa dall’esercizio della prestazione lavorativa cui sono preposti; nonché a fronte di comportamenti abnormi ed imprevedibili. 

Permane invece la responsabilità civile del datore di lavoro:

  • qualora vi sia la violazione dell’art. 2087 c.c. secondo cui l’imprenditore è tenuto a adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro
  • qualora lo stesso abbia riportato condanna penale per il fatto dal quale l’infortunio è derivato.
  • quando la sentenza penale stabilisca che l’infortunio sia avvenuto per fatto imputabile a coloro che il datore di lavoro ha incaricato della direzione o sorveglianza del lavoro, se del fatto si debba rispondere secondo il Codice civile.

In buona sostanza il datore di lavoro paga l’infortunio qualora abbia commesso un comportamento illecito come ad esempio il non aver rispettato le regole sulla sicurezza sul lavoro.

Dall’importo liquidato all’infortunato a titolo di risarcimento va detratto

quanto pagato dall’INAIL a titolo di indennizzo.

Quando il lavoratore non ottiene il risarcimento per infortunio

Al lavoratore non spetta alcun indennizzo per l’infortunio sul lavoro in caso di cosiddetto «rischio elettivo», ossia quello scelto dal lavoratore. Il rischio elettivo è quel comportamento volontario palesemente abnorme e svincolato da qualsiasi forza maggiore adottato dal lavoratore: in queste circostanze la responsabilità del datore di lavoro è completamente esclusa.

Affinché si possa parlare di rischio elettivo:

  • vi deve essere non solo un atto volontario e arbitrario del dipendente, nel senso di illogico ed estraneo alle finalità produttive;
  • diretto a soddisfare impulsi meramente personali, esclusi quindi dalla prestazione lavorativa;
  • che affronti un rischio diverso da quello cui sarebbe assoggettato, sicché l’evento non abbia alcun nesso di derivazione con lo svolgimento dell’attività lavorativa.

Può capitare che l’infortunio sia determinato da comportamenti colposi del lavoratore, il che determinerà la conseguente diminuzione del risarcimento in base alla gravità della colpa. Più è grave tale colpa, minore sarà il risarcimento fino a escluderlo completamente nel caso di rischio elettivo. 

Infortunio sul lavoro e concorso di colpa

Si possono quindi verificare casi di concorso di colpa con il datore di lavoro quando alla condotta colpevole del dipendente si aggiunge anche quella del datore di lavoro che avrebbe potuto evitare l’evento.

Tuttavia, la sola condotta incauta del lavoratore non comporta un concorso di colpa con il datore di lavoro se il datore ha violato un obbligo di prevenzione, obbligo che, se invece rispettato, avrebbe potuto evitare completamente il danno.  

È pertanto integralmente responsabile il datore di lavoro che non ha predisposto la cautela idonea a impedire il rischio d’infortunio (cautela deducibile in base a regole di prudenza, perizia e diligenza richieste dal caso concreto). Per la Cassazione, del resto, nei rapporti di lavoro il massimo rilievo da attribuire ai doveri di protezione è conseguenza diretta della sussistenza in capo al garante di poteri unilaterali di direzione e organizzazione.

Se quindi emergono comportamenti incauti del lavoratore che possano riconnettersi in modo diretto all’inosservanza di doveri informativi (o formativi) del datore di lavoro, tali da rendere altamente presumibile che, ove quegli obblighi fossero stati assolti, quel comportamento (incauto) non vi sarebbe stato, non è possibile comunque addossare al lavoratore un concorso di colpa idoneo a ridurre la misura del risarcimento dovuto.

Del resto, come sostiene la stessa sentenza, di concorso di colpa nell’illecito non si può mai parlare se, pur in presenza di un comportamento del lavoratore astrattamente non rispettoso di regole cautelari, tale comportamento si colloca nella mancata adozione da parte di datore di lavoro di forme tipiche o atipiche di prevenzione che avrebbero consentito di impedire con significativa probabilità il verificarsi dell’evento.


note

[1] Cass. sent. n. 30679/2019.


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