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L’avvocato può chiedere un compenso superiore?

9 Aprile 2021 | Autore:
L’avvocato può chiedere un compenso superiore?

Il difensore ha diritto a un onorario maggiore rispetto a quello liquidato dal giudice in sentenza? L’avvocato va pagato anche senza preventivo scritto?

L’avvocato è un libero professionista; in quanto tale, la sua prestazione non è pagata dallo Stato o da un datore di lavoro, bensì dal cliente che si avvale della sua opera professionale. Essendo un lavoratore autonomo, l’avvocato è libero di concordare con il proprio assistito la parcella che ritiene più consona al proprio operato. Cosa succede se l’onorario pattuito con il proprio cliente è inferiore a quello riconosciuto in sentenza dal giudice? L’avvocato può chiedere un compenso superiore?

Devi sapere che, al termine del giudizio, il giudice può riconoscere alla parte vittoriosa il rimborso delle spese processuali e legali sostenute fino a quel momento. Queste spese sono messe a carico della parte soccombente, la quale sarà tenuta a pagare l’avvocato di controparte. È in questo caso che si pone il problema se l’avvocato può chiedere un compenso superiore a quello riconosciuto dal giudice. In particolare, il difensore può chiedere un corrispettivo maggiore di quanto attribuito dalla sentenza se non ha fatto sottoscrivere un preventivo scritto al cliente? Vediamo cosa dice la legge.

Parcella avvocato: come si determina?

La parcella dell’avvocato è liberamente determinabile dallo stesso difensore. Trattandosi di un rapporto privato che si instaura con il cliente, l’avvocato è libero di poter chiedere il compenso che ritiene più equo per il proprio lavoro.

In mancanza di preventivo scritto, l’avvocato ha comunque diritto alla propria parcella, solamente che questa sarà determinata in base ai parametri stabiliti dalla legge.

In altre parole, se l’avvocato non ha fatto sottoscrivere al cliente il preventivo con l’importo esatto del proprio compenso, egli avrà ovviamente diritto a essere pagato, ma nei limiti imposti dalle tabelle ministeriali.

Spese liquidate dal giudice: quali sono?

Per comprendere se un avvocato può chiedere un compenso superiore dobbiamo necessariamente spiegare cos’è il principio di soccombenza e quali sono i poteri del giudice in merito alla liquidazione delle spese legali.

Al termine di ogni processo il giudice emana una sentenza con cui non soltanto stabilisce chi ha torto e chi ha ragione, ma determina anche il rimborso spese che è dovuto alla parte vittoriosa.

Le spese che il soccombente deve pagare alla controparte sono essenzialmente di due tipi:

  • spese processuali, in cui sono ricompresi tutti i costi della giustizia (marche da bollo, contributo unificato, spese di notifica, spese di ctu, ecc.);
  • spese legali, cioè il costo dell’avvocato.

In estrema pratica, nel diritto italiano vale il principio secondo cui chi perde, paga. Ecco perché si parla di principio di soccombenza: il soccombente (cioè, la parte che ha perso il giudizio) deve rimborsare alla parte vittoriosa tutte le spese legali e processuali che quest’ultima ha dovuto sopportare. L’ammontare di questo rimborso spese è stabilito direttamente dal giudice, secondo la sua valutazione.

Avvocato: può chiedere più di quanto gli ha liquidato il giudice?

L’avvocato può chiedere un compenso superiore a quello che gli è stato liquidato in sentenza? per rispondere a questa domanda bisogna distinguere due situazioni:

  • quella in cui l’avvocato ha pattuito per iscritto con il cliente il proprio onorario;
  • quella in cui l’avvocato non ha stabilito in maniera certa la sua parcella.

Nel primo caso, non ci sono dubbi che l’avvocato possa chiedere un compenso superiore a quello determinato dal giudice. Come ricordato in apertura, il rapporto che si instaura tra cliente e avvocato è di tipo privato. Ciò significa che le parti possono liberamente determinare il prezzo della prestazione legale.

Da tanto consegue che l’avvocato può chiedere al suo cliente il pagamento della parcella così come preventivata per iscritto, anche se il giudice ha liquidato di meno.

Tizio pattuisce con il proprio avvocato una parcella pari a cinquemila euro. A fine processo il giudice dà ragione a Tizio e gli riconosce il diritto a ricevere, da controparte, un rimborso delle spese legali pari a tremila euro. Tizio dovrà comunque pagare cinquemila euro al proprio avvocato, mentre potrà chiedere alla controparte il rimborso di tremila euro.

L’avvocato può chiedere un compenso superiore a quello che gli è stato liquidato in sentenza se non ha pattuito alcunché con il proprio cliente? Anche in questa circostanza la risposta è positiva.

La sentenza che liquida le spese legali a favore della parte vittoriosa fa stato solamente tra le parti della controversia, non potendo vincolare anche l’avvocato, che è terzo estraneo alla vicenda. In pratica, la sentenza contenente la liquidazione delle spese non incide nei rapporti interni tra cliente e avvocato.

Pertanto, l’avvocato potrà chiedere al proprio assistito un compenso maggiore rispetto a quello liquidato in sentenza. Non essendoci un preventivo scritto, però, per calcolare il proprio onorario dovrà fare ricorso ai parametri stabiliti dalla legge.

In sintesi:

  • se l’avvocato ha fatto sottoscrivere un preventivo, allora avrà diritto a quanto pattuito col proprio cliente, a prescindere da ciò che il giudice ha determinato in sentenza;
  • se l’avvocato non ha fatto sottoscrivere un preventivo, allora potrà ugualmente chiedere un compenso maggiore di quello liquidato dal giudice, ma entro i limiti fissati dai parametri ministeriali.

Avvocato: va pagato se perde la causa?

L’avvocato va pagato anche se la causa è stata persa. In questo caso, la sua parcella andrà onorata nei termini stabiliti nel preventivo scritto oppure, in assenza di questo, in base ai parametri ministeriali stabiliti dalla legge.

L’avvocato non ha diritto al compenso solamente se si è macchiato di una grave negligenza e, pertanto, gli è interamente attribuibile la disfatta in giudizio.

In pratica, l’avvocato perde il diritto al compenso se è venuto meno al proprio obbligo contrattuale di prestare un servizio competente e diligente a favore del proprio assistito.



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