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Fallimento: presupposti per essere dichiarati falliti

4 Dicembre 2014
Fallimento: presupposti per essere dichiarati falliti

Le soglie minime e massime di fallibilità.

Non tutti gli imprenditori possono essere dichiarati falliti. La legge fallimentare limita il campo del fallimento a una cerchia di soggetti ben determinata da due presupposti: requisiti soggettivi e oggettivi. Li vedremo singolarmente.

1 | REQUISITI SOGGETTIVI

Sotto il profilo soggettivo, sono fallibili solamente le imprese private, sia in forma individuale (ditte individuali) che le società. A condizione che esercitino un’attività di tipo commerciale.

Sono considerate imprese commerciali, quelle di:

– produzione di beni o servizi;

– intermediazione nella circolazione dei beni;

– trasporto per terra, acqua, aria;

– banche e assicurazioni;

– attività ausiliarie delle precedenti.

Non possono quindi fallire:

– le imprese pubbliche;

– le imprese non commerciali, quali le imprese agricole.

2 | REQUISITI OGGETTIVI

I piccoli imprenditori

Non possono fallire neanche i piccoli imprenditori che il codice civile definisce come i coltivatori diretti, gli artigiani e tutti coloro che esercitano un’attività professionale organizzata prevalentemente con il lavoro proprio o dei componenti della famiglia.

Le soglie di fallibilità

La legge fallimentare, inoltre, stabilisce le seguenti soglie dimensionali la cui presenza congiunta consente ad un imprenditore di essere sottratto alla disciplina del fallimento, anche qualora eserciti un’attività commerciale:

1. l’impresa deve aver avuto, nei tre esercizi precedenti la data di deposito dell’istanza di fallimento (o dall’inizio dell’attività se inferiore), un attivo patrimoniale complessivo annuo uguale o superiore a euro 300.000;

2. l’impresa deve aver realizzato, nei tre esercizi precedenti la data di deposito dell’istanza di fallimento (o dall’inizio dell’attività se inferiore), ricavi lordi complessivi annui uguale o superiore a euro 200.000;

3. l’impresa deve avere un ammontare di debiti, anche non scaduti, uguale o superiore a euro 500.000.

Solo la presenza di tutti e tre i predetti requisiti impedisce all’imprenditore di fallire.

3 | L’ISTANZA DI FALLIMENTO PER DEBITI NON INFERIORI A 30.000 EURO

 

Neanche la presenza di tutti i presupposti sopra visti garantirà che il tribunale dichiari il fallimento. Infatti, perché ciò avvenga è necessario che a chiedere il fallimento sia uno o più creditori i cui crediti (singolarmente o sommati tra loro) superino 30.000 euro. Per esempio, se a chiedere il fallimento sono venti creditori che avanzano 1.000 euro a testa, il fallimento non verrà mai concesso (si arriva, infatti, solo a 20.000 euro).

Può infatti accadere che avanzata rituale richiesta di fallimento secondo le regole degli articoli 1 e 5 della legge fallimentare, si scopra, in sede di istruttoria prefallimentare, che l’ammontare dei debiti scaduti e non pagati è complessivamente inferiore a trentamila euro. Se è accertato dall’istruttoria pre-fallimentare che, nonostante lo stato di insolvenza, l’imprenditore risulti aver contratto e non pagato debiti nel frattempo scaduti per un ammontare complessivamente inferiore adeuro 30.000, non si può far luogo a dichiarazione di fallimento.

La norma è volta ad evitare dichiarazioni di fallimento che colpiscano imprese di dimensioni molto ridotte e per le quali è presumibile che la procedura fallimentare potrebbe in ogni caso essere infruttuosa, in ragione di una presunzione di mancanza di attività.

Si ritiene che debba essere il debitore a fornire la prova del mancato superamento della soglia in commento.

Quindi, ben potrebbe avvenire che il debitore, prima dell’udienza, pagando solo alcuni dei creditori procedenti, faccia cadere i presupposti per ottenere la dichiarazione di fallimento.

4 | LAVORATORE AUTONOMO E PROFESSIONISTA

I lavoratori autonomi e i liberi professionisti non sono, in linea generale, assoggettabili al fallimento. L’esenzione può essere giustificata per la generale prevalenza dell’attività personale sull’organizzazione, nonché per il minore allarme sociale che potrebbe derivare dall’insolvenza di un lavoratore autonomo o di un libero professionista rispetto ad una impresa commerciale.

Al lavoro autonomo sono dedicate disposizioni generali con riferimento al contratto d’opera e disposizioni specifiche con riferimento alle professioni intellettuali. Si tratta di ipotesi nelle quali il processo produttivo si fonda esclusivamente – o prevalentemente – sul lavoro personale del soggetto agente.

Il riferimento è, pertanto, alle seguenti categorie di soggetti:

– 
lavoratori autonomi: sono i soggetti che si obblighino a compiere, verso un corrispettivo, un’opera o un servizio, con lavoro prevalentemente proprio e senza vincolo di subordinazione nei confronti del committente;

liberi professionisti: sono coloro che esercitano una professione intellettuale per la quale è necessaria l’iscrizione in appositi albi o elenchi.

Le società tra professionisti

Il legislatore, attraverso una serie di interventi ha consentito la costituzione di società tra professionisti (s.t.p.) che possono assumere la forma societaria classica.

Inoltre sono state disciplinate anche le società di engineering, quelle tra avvocati e le associazioni professionali nell’ambito delle professioni non organizzate.

Sebbene non sia escluso che l’esercizio della professione avvenga in forma di impresa, il professionista, anche quando esercita la professione in forma di società commerciale non è un autentico imprenditore commerciale e quindi, a rigore, non dovrebbe fallire.

Come si diceva, lavoratori autonomi e professionisti non sono, in linea generale, assoggettabili al fallimento.

Tuttavia, i liberi professionisti divengono imprenditori nelle ipotesi in cui l’esercizio della professione costituisca uno degli elementi di un’attività organizzata in forma d’impresa. In tal caso, sussistendo tutti gli altri predetti presupposti, possono fallire.

A differenza del lavoratore autonomo, il libero professionista si avvale spesso di una struttura organizzativa che generalmente assume modeste dimensioni, ma ben potrebbe divenire rilevante rispetto all’attività personalmente esercitata dal professionista stesso.

 

Esempi

È il caso del medico che gestisce la casa di cura nella quale presta la propria opera professionale ovvero dell’insegnante che gestisce una scuola privata o ancora del farmacista che rivende al pubblico i prodotti medicali e farmaci che non produce egli stesso, ma che acquista dalle case farmaceutiche.

note

Autore immagine: 123rf com


4 Commenti

  1. salve sono un commerciante settore alimentare con fatturato annuo di euro 50000 annui. ho un debito con un’azienda di euro 32500. possono chiedere il fallimento? grazie

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