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Avvocati: come farsi pagare più in fretta

16 Aprile 2021 | Autore:
Avvocati: come farsi pagare più in fretta

Quali sono i rimedi giudiziali più veloci a disposizione del legale per recuperare il suo credito dai clienti morosi e come azionarli: requisiti e condizioni.

L’avvocato, si sa, va pagato per il suo lavoro. Questo vale anche quando non vince la causa e l’esito è diverso da quello sperato. Molti clienti, però – e non solo quando sono soccombenti – spesso fanno orecchie da mercante nel momento in cui il legale chiede loro il compenso dovuto; sono sordi alle richieste e si sottraggono all’adempimento, ponendo varie scuse per rimandare oppure restando silenti di fronte alle sollecitazioni verbali o scritte.

Quella dello struzzo che si nasconde non è però una buona strategia, perché gli avvocati dispongono di una strada privilegiata per velocizzare il recupero dei loro crediti, anzi, precisamente di due veloci “autostrade” che consentono loro di agire in giudizio in maniera molto più rapida rispetto a quella dell’ordinario giudizio civile.

Con questi strumenti possono ottenere in tempi molto ristretti una pronuncia del giudice in loro favore che condanna il debitore al pagamento. Vediamo quindi come gli avvocati possono farsi pagare più in fretta e quali sono le condizioni previste dalla legge per accedere a queste speciali forma di tutela.

La parcella dell’avvocato

Al momento del conferimento dell’incarico, l’avvocato ha l’obbligo di rilasciare al cliente un preventivo scritto contenente la «prevedibile misura» del costo della sua prestazione, che comprende l’onorario e gli altri oneri e spese.

Se non rispetta quest’obbligo, il contratto con il cliente sarà comunque valido e, perciò, l’avvocato avrà diritto ad essere pagato per le prestazioni svolte, ma solo nei limiti della misura stabilita dalle tabelle forensi stabilite con appositi decreti ministeriali anziché secondo quanto pattuito.

Parcella non saldata: cosa succede

Al termine dell’incarico (o anche in un momento precedente, se così prevedono gli accordi tra le parti), l’avvocato emetterà la parcella, che quantifica l’ammontare dei suoi compensi più le spese sostenute nell’interesse del cliente (viaggi e trasferte, costi di notifiche, marche da bollo, diritti di cancelleria, ecc.), l’Iva ed altre voci accessorie, come il rimborso forfettario del 15% spese generali e la Cassa previdenza avvocati (detta, in breve, Cpa).

Solitamente, l’avvocato una volta predisposta la parcella, la invierà al cliente in modalità di fattura pro forma al cliente, mentre la fattura vera e propria, quella valida ai fini fiscali, verrà emessa una volta ricevuto l’incasso, esponendo anche l’Iva applicata sul compenso ricevuto (escluse le spese).

La parcella pro forma è comunque un avviso perfettamente valido come richiesta al cliente di pagamento del suo debito: questo documento è già sufficiente per fondare un’ingiunzione di pagamento o l’avvio di un’azione giudiziale di condanna del debitore al pagamento delle somme in essa riportate, nei modi che adesso ti esporremo.

I rimedi dell’avvocato per soddisfare il suo credito

Se trascorre del tempo e la parcella resta impagata, l’avvocato ha due rimedi a disposizione per recuperare il suo credito, oltre all’instaurazione della tradizionale causa civile ordinaria (sconveniente perché lunga e con un iter complesso e tortuoso): il decreto ingiuntivo oppure il rito sommario di cognizione.

Il decreto ingiuntivo è un metodo ben conosciuto, che si usa per riscuotere tutti i crediti certi, liquidi ed esigibili, dunque non solo quelli professionali ma anche quelli commerciali.

Il principio di prova scritta del credito dell’avvocato, in questo caso, sarà dato proprio dalla parcella, accompagnata da qualsiasi documento idoneo a dimostrare l’attività espletata in favore del cliente, a partire dalla procura firmata dall’assistito fino agli atti depositati in giudizio ed alla sentenza finale che reca in calce l’indicazione del cliente e del suo difensore.

Per giustificare l’entità della parcella richiesta e la congruità dell’importo, l’avvocato potrà produrre il preventivo scritto oppure, se esso manca o l’ammontare se ne discosta sensibilmente, farsi vistare la parcella dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di appartenenza: se il parere del Coa sarà positivo la parcella sarà asseverata.

Come ottenere il pagamento dei compensi con il ricorso sommario

L’altro metodo che permette agli avvocati di recuperare i compensi non pagati dai loro clienti è quello di ricorrere allo speciale procedimento sommario di cognizione, previsto dal Codice di procedura civile [1], che si introduce con un ricorso cautelare d’urgenza proposto al tribunale competente.

Questo procedimento risulta molto più veloce di quello ordinario e consente anche – come ha affermato in modo espresso la Suprema Corte in una nuova pronuncia [2] – di depositare i documenti che provano il credito del professionista anche successivamente al deposito del ricorso. Equivale a dire che, in deroga alle regole ordinarie, l’avvocato può citare in giudizio il cliente moroso nei suoi confronti anche senza produrre inizialmente le prove a sostegno della sua pretesa. L’unica condizione è che egli dovrà almeno indicarle, menzionandole espressamente nell’atto introduttivo del giudizio, cioè nel ricorso presentato in tribunale.

Nel caso deciso, il professionista (un avvocato che aveva difeso un Comune in una controversia civile) si era visto respingere dal tribunale la domanda proprio per non aver allegato la documentazione a suo sostegno, ma la Cassazione ha ribaltato la pronuncia, affermando che nel procedimento sommario la produzione è possibile anche dopo il deposito del ricorso, e precisamente fino al momento in cui il Giudice emette l’ordinanza [3] che definisce la fase del giudizio con l’accoglimento o con il rigetto della domanda.

La peculiarità della vicenda sta nel fatto che il ricorso era stato presentato in via telematica e in un primo momento il legale aveva spedito solo l’atto, privo degli allegati; l’avvocato aveva provveduto solo dopo 10 giorni ad integrare la produzione documentale mancante.

Ciò era bastato al giudice di primo grado per rigettare la domanda, ma secondo gli Ermellini questa preclusione è erronea poiché la norma non prevede alcuna decadenza o sanzione in caso di incompleta, omessa o tardiva allegazione dei documenti al ricorso.

L’essenziale – spiega l’ordinanza dei giudici di piazza Cavour – è che il ricorrente li abbia indicati nel ricorso stesso: in tal caso, la sua istanza è ammissibile, purché provveda poi ad inviarli on line, e nel caso specifico ciò era avvenuto quando il procedimento era stato “rubricato”, cioè aveva ricevuto l’attribuzione del numero di ruolo. La prova della tempestività è stata data dal fatto che la “busta” telematica contenente i documenti nella prima fase mancanti era stata spedita prima della data di udienza fissata.

D’altronde una peculiarità che contraddistingue il procedimento sommario è che il giudice può assumere le prove senza essere vincolato alle rigide scansioni previste per il rito ordinario; potrà però mutarlo in quest’ultimo, e ciò avviene nell’ordinanza adottata dopo la comparizione delle parti. È questo, dunque, il momento che segna la preclusione per presentare nuove richieste istruttorie.

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note

[1] Art. 702 bis Cod. proc. civ.

[2] Cass. ord. n. 46/2021 del 7 gennaio 2021.

[3] Art. 702 ter Cod. proc. civ.


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