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Dire che il rendiconto condominiale è illegittimo è reato?

8 Gennaio 2021
Dire che il rendiconto condominiale è illegittimo è reato?

Bilancio falso: si può parlare di un’offesa all’amministratore di condominio e di diffamazione?

La critica è una cosa, l’offesa all’altrui morale e reputazione un’altra. Dire che il rendiconto condominiale è sbagliato e rappresentare quali sarebbero gli errori commessi da chi lo ha redatto è un comportamento certo lecito, perché promanazione della libertà di espressione e, appunto, di critica che riconosce la Costituzione. Ma affermare davanti ad almeno due persone – in assemblea o con una lettera recapitata a più condomini – che il bilancio è falso potrebbe integrare il reato di diffamazione. Ad affermarlo è stata più volte la Cassazione. Una prima volta nel 2018 (leggi Bilancio del condominio falso: dirlo è diffamazione) ed una seconda più di recente [1]. E dunque, dire che il rendiconto condominiale è illegittimo è reato? Assolutamente sì, secondo i giudici supremi. Si tratta infatti di un evidente attacco personale nei riguardi del soggetto incaricato a redigerlo, e cioè inevitabilmente dello stesso amministratore, anche se l’accusa si rivolge solo al documento senza fare alcuna illazione nei confronti del suo autore. 

In sostanza, è del tutto ovvio, secondo la Cassazione, che affermare che il bilancio condominiale sia falso significhi accusare esplicitamente ed apertamente l’amministratore di tale condotta: questo perché è fatto notorio come il redattore del predetto documento contabile non possa, appunto, che essere l’amministratore del condominio.

La norma di riferimento è l’articolo 595 Codice penale che punisce il reato di diffamazione. La disposizione in commento stabilisce che: «Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a 1032 euro. Se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, la pena è della reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a 2065 euro».

Si tratta di una norma volta a salvaguardare l’onore e la reputazione di una persona nel contesto sociale e professionale di riferimento.

I connotati del reato sono noti: è necessario che l’espressione offensiva sia stata pronunciata non direttamente alla vittima ma ad altre persone e che la stessa possa essere percepita da almeno due persone, non importa se nello stesso momento (come avviene nel caso di una lettera spedita a più persone).

Secondo la Cassazione, la presenza del soggetto diffamato (l’amministratore) in assembla non esclude la sussistenza del reato di diffamazione.

Dunque, affermare in uno scritto sottoposto all’assemblea oppure riferire negli incontri con altri condòmini che il bilancio condominiale è stato falsato dall’amministratore, è una condotta che rappresenta una vera e propria aggressione personale nei confronti dello stesso, e ciò anche qualora l’amministratore non venga esplicitamente menzionato. Inevitabile parlare di diffamazione.

Questo non significa che si possano censurare il bilancio e il rendiconto dell’amministratore, che non si possa affermare che lo stesso è errato. Ma “errato” significa che è frutto di un errore, “falso” invece che è frutto di malafede, di dolo. E dunque, in questo secondo caso, è evidente l’invettiva all’altrui morale. 

Dunque, chi ha il sospetto che il bilancio di condominio sia falso e illegittimo ha un solo modo per censurarlo: ricorrere al giudice impugnando appunto il rendiconto. E in quella sede, sì che è consentito affermare la sua falsità (diversamente, sarebbe inibito il diritto alla difesa dei propri diritti riconosciuto dall’articolo 24 della Costituzione). Secondo la Cassazione, non è condannabile per diffamazione l’avvocato che, nel corso della causa contro l’amministratore, usi l’espressione: «ha effettuato raggiri nei confronti di condomini, dolose alterazioni dei bilanci, prevedendo solo pretestuose ma anche sfacciate» nei propri scritti difensivi.


note

[1] Cass. sent. n. 147/21 del 5.01.2021.

[2] Cass. sent. n. 21749/2019.


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