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Violenza psicologica: cos’è e come riconoscerla

17 Aprile 2021 | Autore:
Violenza psicologica: cos’è e come riconoscerla

Vessazioni, umiliazioni, manipolazioni in coppia, in famiglia e sul lavoro. Quali sono i segnali per riconoscere la violenza psicologica, i maltrattamenti in famiglia e il mobbing?

Dopo tanti anni di fidanzamento, tu e il tuo compagno avete deciso di convolare a nozze. La vostra complicità e il vostro entusiasmo vi hanno spinto a fare il «grande passo». Nei primi tempi di convivenza, tuo marito ti ricopriva di attenzioni, era molto collaborativo, premuroso. Insomma, un partner ideale come pochi. Peccato che, dopo il matrimonio, abbia cambiato atteggiamento nei tuoi riguardi. Nel giro di poco tempo, ha iniziato a ricoprirti di insulti e a umiliarti in compagnia di amici e parenti. Insomma, è riuscito a farti sentire una nullità. Inoltre, ti accusava di tradimento, ingiustificatamente e senza alcuna prova. Scaricava su di te le sue frustrazioni ed i suoi problemi sul lavoro. Ma non si trattava di singoli episodi, bensì di condotte reiterate nel tempo. Hai cercato di comprenderlo e giustificarlo, ma a lungo andare questa situazione ti ha causato un grave malessere e un forte disagio, incrinando la serenità della convivenza e facendo venir meno il desiderio di proseguire il vostro rapporto.

Hai pensato di rivolgerti ad uno psicoterapeuta. Con molta probabilità, lo specialista ti ha spiegato che tuo marito sta esercitando su di te la cosiddetta violenza psicologica: ma cos’è e come riconoscerla? Devi sapere che sono diversi i nomi che la legge dà a questa forma di violenza, a seconda che determinate condotte vengano perpetrate nei confronti della vittima in coppia, in famiglia e/o sul posto di lavoro.

Se, ad esempio, il tuo datore di lavoro, i tuoi superiori oppure i tuoi colleghi mettono in atto una serie di comportamenti finalizzati a screditare la tua professionalità, ad umiliarti, ad emarginarti dal contesto aziendale e a costringerti a rassegnare le dimissioni, stiamo parlando di mobbing. Ma quando si configura e come dimostrarlo?

Per approfondire il tema relativo alla violenza psicologica, prosegui nella lettura del mio articolo. A seguire troverai l’intervista al dr. Maurizio Cottone (specialista in psicoterapia psicoanalitica); dopodiché, ti spiegherò quando si configurano il reato di maltrattamenti in famiglia e il mobbing; infine, ti parlerò di alcuni interessanti casi portati nelle aule dei tribunali.

Cos’è la violenza psicologica? 

La violenza psicologica è un abuso emotivo, mentale e verbale. È una forma di maltrattamento che resta in genere nascosta, ma rimane una delle espressioni più devastanti e manipolatorie di esercizio di potere e controllo sulla persona che ha come scopo la sopraffazione della vittima.

La violenza psicologia si esplica in denigrazione della persona fino al punto da farle perdere il senso di identità, dignità e la coscienza del proprio valore attraverso critiche, accuse, svalutazione, menzogna e ricatti.

Come riconoscere la violenza psicologica nella coppia? 

Uno dei grandi problemi della violenza psicologica è che questa è commessa all’interno di una coppia, è realizzata da una persona vicina, una persona che si ama. La prima cosa che solitamente fa il carnefice è isolare la vittima.

Il silenzio è un’altra forma che può essere utilizzata come abuso psicologico: il silenzio aumenta l’ansia della vittima, provoca insicurezza e abbassa il livello di autostima.

La vittima può finire con lo scusarsi per qualcosa che non ha fatto pur di riavvicinare la persona. Nella coppia, la persona che commette abuso emozionale accusa l’altra persona di mentire e tradire (non fa altro che proiettare la sua responsabilità sull’altro).

Come riconoscere la violenza psicologica in famiglia? 

La famiglia non rappresenta solo un sistema in cui emergono legami affettivi positivi, ma anche dinamiche disfunzionali che si manifestano in sopraffazione, prevaricazione psicologica, fisica, economica e sessuale.

Le forme di violenza psicologica compiute in famiglia non sono diverse da quelle esercitate all’interno della coppia proprio perché il persecutore tenderà a realizzarle sul partner e queste avranno una ricaduta anche sui figli: possesso, controllo, ricatto anche non manifesto. Un esempio potrebbe essere un ricatto del tipo: «Se non fai come dico smetto di amarti e ti abbandono».

Il persecutore mette in atto, in famiglia, comportamenti denigratori nei confronti del partner tali da indurre un calo di autostima nella vittima che si trova in una totale posizione di sottomissione. Alcuni esempi possono essere ricondotti ad apprezzamenti negativi, costante denigrazione fisica, delle capacità e delle condotte del partner.

Nelle famiglie in cui la violenza psicologica è perpetrata è possibile individuarla attraverso segnali quali sabotaggi delle frequentazioni con i figli, denigrazione del ruolo genitoriale della vittima agli occhi del figlio, minacce.

Come riconoscere la violenza psicologica sul lavoro? 

La violenza psicologica sul lavoro si manifesta come conseguenza del deterioramento delle relazioni interpersonali e dell’organizzazione lavorativa.

Il termine “mobbing” viene trasferito da Heinz Leymann (psicologo svedese) nel contesto lavorativo mutuandolo dall’etologia (studi di Konrad Lorenz). In senso letterale, “mobbing” equivale ad “accerchiamento per attaccare”. In ambito lavorativo, può verificarsi con comportamenti ripetuti di minaccia, umiliazione e intimidazione contro un dipendente o un gruppo di dipendenti.

Il mobbing si manifesta con comportamenti non fisicamente realizzati, ma volti ad intaccare l’integrità mentale della persona che sviluppa situazioni di stress eccessivo: umiliazione, svalutazione del suo operato e ostilità relazionale che hanno come fine quello di escludere la persona dal luogo di lavoro e portarla al licenziamento.

La vittima può arrivare a sviluppare disturbi d’ansia (DPTS). Conseguenza della persecutorietà delle aggressioni e dello stress è il calo del rendimento lavorativo della vittima, della qualità del suo lavoro e maggior assenteismo.

Dal momento che il mobbing implica un abuso di potere, la vittima trova difficoltà nel difendersi. Nel caso in cui il mobbing sia messo in atto da persone che detengono, nel luogo di lavoro, una certa autorità o posizione gerarchica superiore (responsabili, direttori, superiori), si parla di “bossing”.

Quali sono le conseguenze del mobbing?

Nonostante la gravità della violenza psicologica e delle sue conseguenze, riconoscere il mobbing non è semplice; esiste però una costante per cui la vittima è sempre in una posizione inferiore rispetto a coloro che attuano la violenza (mobber). Questa posizione è data non da capacità lavorative, ma dallo status ricoperto nel contesto lavorativo.

Alcuni indicatori di abuso psicologico sono riscontrabili sulla vittima stessa: si osserva un declino della sua influenza sul posto di lavoro, del suo potere decisionale, dell’entusiasmo sul lavoro, della fiducia in se stesso e del rispetto che gli altri nutrono nei suoi confronti fino all’emarginazione completa.

Come reagire alla violenza psicologica?

La prima reazione alla violenza psicologica è riuscire a cogliere i segnali della violenza per poter chiedere aiuto. Come ogni altra forma di violenza, l’abuso psicologico rimane nell’oscurità quando non viene riconosciuto, quando nessuno ne parla o lo capisce. Uscire da una situazione di violenza psicologica (soprattutto se questa si protrae nel tempo) è difficile perché coinvolge emozioni profonde passate e presenti.

Chiedere aiuto ad uno psicologo/psicoterapeuta è il primo passo per riuscire recuperare la propria libertà psicologica. Nel momento in cui si chiede aiuto, si comincia a fare introspezione, si inizia ad acquisire consapevolezza sulle proprie ferite interiori e a riconoscere i meccanismi interni e familiari per cui si continua a vivere una condizione di violenza psicologica.

Violenza psicologica, maltrattamenti in famiglia e mobbing

Dopo aver analizzato cos’è la violenza psicologica e come riconoscerla in coppia, in famiglia e sul lavoro nell’intervista al dr. Maurizio Cottone, a seguire ti spiegherò cos’è il reato di maltrattamenti in famiglia, cos’è il mobbing e come dimostrarlo. Inoltre, ti parlerò di alcune interessanti pronunce giurisprudenziali.

Maltrattamenti contro familiari o conviventi

Il reato di maltrattamenti in famiglia [1] rappresenta un reato abituale, in cui i singoli episodi possono non avere un’autonoma rilevanza penale, ma costituiscono parte della complessiva e costante situazione familiare oppressiva della vittima e compressiva dei suoi diritti di libertà e di espressione. Le ripetute manifestazioni di mancanza di rispetto e di aggressività conservano il loro connotato di disvalore in ragione del loro reiterarsi nel tempo.

In particolare, l’articolo 572 del Codice penale precisa che è punito con la reclusione da tre a sette anni chiunque maltratti un familiare, un convivente o una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte. Pena che è aumentata fino alla metà se il fatto viene commesso in presenza o in danno di un minore, di una donna in stato di gravidanza o di un disabile oppure se il fatto è commesso con armi.

Se dall’episodio deriva una lesione personale grave, si applica la reclusione da 4 a 9 anni; se ne deriva una lesione gravissima, la reclusione va dai 7 ai 15 anni; se ne deriva la morte, la reclusione a dai 12 ai 24 anni. Anche il minore di 18 anni che assiste ai maltrattamenti è considerato persona offesa.

Quindi, come in un caso esaminato dal tribunale di Vicenza [2], questa fattispecie di reato può configurarsi a fronte delle ripetute violenze fisiche nei confronti della propria moglie, vittima di una continua e perdurante violenza psicologica, caratterizzata da umiliazioni e comportamenti prevaricanti, volte ad instaurare un generale clima di tensione e paura in casa, con privazione della propria libertà di movimento e di autodeterminazione.

Il tribunale di Roma [3] ha stabilito che usare violenza, psicologica e/o fisica, contro il coniuge non può trovare giustificazione alcuna e costituisce una violazione dei doveri nascenti dal matrimonio talmente grave da potersi ritenere concausa della rottura del vincolo coniugale.

Mobbing: cos’è e come dimostrarlo

Con il termine “mobbing” si fa riferimento all’insieme di comportamenti persecutori che tendono ad emarginare un soggetto dal gruppo sociale di appartenenza tramite forme di violenza psicologica protratte nel tempo e in grado di causare danni – di vario genere e gravità – alla vittima.

Il mobbing si verifica nei luoghi di lavoro e consiste in una forma di violenza psicologica deliberatamente posta in essere, da un superiore o dai colleghi di lavoro, nei confronti di una vittima designata. Il cosiddetto mobbizzato, vittima di continui attacchi e vessazioni, è ridotto in una condizione di estremo disagio psicologico e, in alcuni casi, ad un crollo del suo equilibrio psicofisico.

Affinché si configuri il mobbing, le condotte mobbizzanti devono perdurare per un lasso di tempo prolungato (almeno pari a sei mesi).

Il lavoratore deve dimostrare:

  • la realizzazione delle presunte condotte mobbizzanti (elemento oggettivo);
  • il dolo dell’agente (elemento soggettivo);
  • la concretizzazione del danno;
  • l’esistenza del nesso eziologico tra condotte e danno subito.

In assenza di prove idonee a fornire la dimostrazione del pregiudizio affermato, precisa il tribunale di Velletri [4], la richiesta di risarcimento dei danni avanzata dal lavoratore non può trovare accoglimento.

Tuttavia, c’è da precisare che le occasionali divergenze di opinioni, i momenti di conflitto e gli eventuali problemi che possono verificarsi nei normali rapporti di lavoro non integrano gli estremi della violenza psicologica deliberatamente posta in essere nei confronti del lavoratore [5].


note

[1] Art. 572 cod. pen.

[2] Trib. Vicenza n.472 del 14.08.2020.

[3] Trib. Roma sez. I, 06.07.2012.

[4] Trib. Velletri sez. lav. n.227 del 13.02.2018.

[5] Trib. Barcellona Pozzo di Gotto sez. lav. del 18.12.2007.

Autore immagine: depositphotos.com


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9 Commenti

  1. Il mio ex mi faceva sentire in colpa se uscivo con i miei amici e per una sera non dedicavo del tempo a lui. Ma praticamente stavamo sempre appiccicati. Mi faceva il lavaggio del cervello tentando di isolarmi dal resto del mondo. Io non gliel’ho mai data vinta, però era davvero complicato riuscire a mantenere la mia libertà non rinunciando ai miei spazi e vivere serenamente il rapporto di coppia. E così, dopo varie scenate perpetrate a lungo, dopo aver perdonato vari atteggiamenti folli, mi sono convinta a chiudere la relazione soprattutto per salvaguardare la mia salute psicologica!

  2. La mia ex moglie era diventata una pazza. Si inventava accuse assurde. Quando dovevo trattenermi a lavoro, mi chiedeva di inviarle foto e di documentare tutto. Ma vi pare una cosa normale? io capisco la gelosia, visto che in passato ha vissuto una storia all’insegna dell’infedeltà, non mi pareva affatto giusto far ricadere su di me gli errori degli altri e straziarmi. Ero arrivato all’esaurimento nervoso. E poi quando tornavo stanco e non la riempivo di complimenti per la cena ecc. si offendeva e ancora una volta coglieva l’occasione per accusarmi di tradimento pretendendo di controllarmi il cellulare e sbirciare nelle tasche alla ricerca assurda di prove. Insomma, per me, il matrimonio era diventato insostenibile. Dopo una serie di episodi di cui mi sono seriamente vergognato, allora ho deciso di chiedere la separazione. Anche noi uomini siamo spesso vittime di violenza psicologica

  3. Purtroppo, i casi di mobbing sul posto di lavoro sono assai frequenti. Il mio capo si trasformava in un mostro quando si avvicinavano certe scadenze e metteva ansia e terrore a tutti noi lavoratori che, inevitabilmente, stressati dai ritmi frenetici, dal suo modo di fare e dalle preoccupazioni per la delicatezza del lavoro, rischiavamo sempre di fare errori. Io credo che un capo debba saper comprendere i propri lavoratori, non mettersi su un piedistallo e strillare tutti gli altri come se fossero suoi schiavi!

  4. Sono cresciuto in una famiglia che mi ha adottato. Quando combinavo qualche marachella quella che un tempo chiamavo madre, ora per me è una strega, usava appellativi tremendi facendomi sentire un ragazzo inadeguato, un trovatello che è riuscito a sopravvivere grazie alla loro bontà d’animo. Certamente, li ho sempre ringraziati per avermi accolto in famiglia e non avermi fatto mancare nulla, però ciò non significa che se uno sbaglia tu gli distruggi l’autostima e lo demolisci psicologicamente. Era davvero umiliante dover sottostare a certe regole e sopportare certi atteggiamenti. Una volta maggiorenne, con la scusa del lavoro fuori me ne sono andato definitivamente da quella casa ed ora la mia salute mentale ringrazia

  5. Gli autori della violenza psicologica sono perfettamente consapevoli delle conseguenze che i loro comportamenti possono avere sulla vittima e nonostante questo continuano a far soffrire la persona. Non fidatevi di chi ferisce consapevolmente o meno, perché anche una volta fatto notare il comportamento sbagliato, se chi vi sta vicino continua, allora chiaramente è intenzionale quel comportamento. E poi chi tiene davvero a voi fa di tutto per farvi stare bene

  6. Anche a scuola, c’erano certi insegnanti che trattavano gli alunni più svogliati (poi, si è scoperto che avevano un disturbo) e li umiliavano. Pur di aiutare questi miei compagni, rinunciavo alla ricreazione e alle ore libere (quando ad esempio c’era una sostituzione) per preparare le interrogazioni ed i compiti, sapendo che il giorno dopo loro sarebbero stati chiamati. Però credo che questi docenti o non siano preparati per riconoscere certe situazioni di problemi legati all’apprendimento o all’attenzione, oppure siano proprio cattivi e infami di natura. Ma a prescindere dalla presenza o meno di un problema, certi comportamenti non dovrebbero essere tenuti da chi deve insegnare ed educare in classe.

  7. Ma da quello che ho capito e da come spiegato in questo articolo la violenza psicologica è anche legata al bullismo e allora in aula vi potrei fare un elenco interminabile di casi che si consumano ogni giorno in cui gli autori sono sia alunni che professori. E sinceramente non è affatto bello assistere a certe scene. Ci sono compagni che prendono di mira i più indifesi e ingenui che magari provi a difendere e a spingere a reagire, ad informare insegnanti e genitori affinché vengano presi provvedimenti

  8. Ogni giorno, il mio ex trovava una scusa per cercare di crearmi insicurezze. Non sosteneva mai i miei successi…era come se fosse invidioso. Entrambi avevamo un hobby che amavamo coltivare insieme. O meglio per me era un hobby, mi divertivo, mentre lui sperava di diventare famoso. Un giorno, come sempre accade, lui si presenta alle selezioni ed io partecipo anche ma solo per accompagnarlo. Notarono me. Lui era morto di gelosia, anziché essere contento per me. E meno male che doveva essere amore… Io avevo altri programmi per il mio futuro così ho rinunciato. Inoltre, poco dopo aver notato tutti i suoi comportamenti di svalutazione personale e di denigrazione, solo per aumentare il suo ego, ho aperto gli occhi e l’ho lasciato.

  9. La violenza psicologica è subdola e preoccupante. Fa ancora più male di uno schiaffo. L’autore della violenza psicologica ti fa sentire inutile, abbassa l’autostima, ti costringe a dimostrare sempre quanto vali sentendoti puntualmente denigrata, scoraggiata. Può portarti alla depressione, a crisi d’ansia, ad attacchi di panico. Può portarti alla disperazione, a gesti estremi, a condizioni psicologiche che vanno a ripercuotersi sulla qualità della tua vita personale e professionale… E questo l’autore della violenza psicologica lo sa bene ed è lì che ti vuole portare…Al crollo, alla sconfitta. Ma non bisogna dargliela vinta e combattere. se non si riesce a superare certe situazioni da soli, è bene confidarsi con amici e parenti (FIDATI: è un aggettivo e un’esortazione), rivolgersi ad uno specialista e alle forze dell’ordine per denunciare gli illeciti di cui si è vittima

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