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Dire «negro, torna al tuo Paese» è aggravante razziale?

10 Gennaio 2021 | Autore:
Dire «negro, torna al tuo Paese» è aggravante razziale?

Secondo la Cassazione, si tratta di una frase che manifesta discriminazione e odio razziale. Ma per essere punita, c’è bisogno anche di un reato.

Sono frasi che ogni tanto si sentono nelle vie di qualche città: «Negro di m…», «vai a casa tua», «tornatene nel tuo Paese». Forse, sono meno frequenti rispetto a qualche anno fa, ma c’è chi ancora ritiene che uno straniero dalla pelle scura sia fuori posto in Italia. Un qualsiasi altro straniero di pelle bianca passa inosservato e non solleva disagio. L’altro, invece, sì. E chissà per quale algoritmo mentale, c’è chi si ritiene nel diritto di insultare il forestiero e, sentendosi il legittimo portavoce di 60 milioni di italiani, lo invita in modo rude a levare il disturbo.

È ovvio che non parla a nome di 60 milioni di persone, com’è altrettanto ovvio che dire «negro, torna al tuo Paese» è aggravante razziale di un reato. Non perché l’abbiano urlato da qualche parte i cosiddetti «buonisti» ma perché lo ha ricordato la Corte di Cassazione in una recente sentenza [1]. Per la Suprema Corte, quella frase nasconde un pregiudizio che si traduce in un’aggravante razziale. Vediamo perché.

Aggravante razziale: cosa dice la legge?

Il Codice penale punisce severamente chi commette un reato con l’aggravante razziale. Si legge: «Per i reati punibili con pena diversa da quella dell’ergastolo commessi per finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso, ovvero al fine di agevolare l’attività di organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi che hanno tra i loro scopi le medesime finalità, la pena è aumentata fino alla metà» [2].

In altre parole: chi commette un reato punibile, ad esempio, con 10 anni di reclusione, rischia di prendersi fino a 15 anni se c’è l’aggravante razziale.

Aggravante razziale: quando può essere contestata?

Secondo la Corte di Cassazione, basta dire ad uno straniero «negro, torna al tuo Paese» per passare qualche guaio giudiziario. Nella sentenza in commento, il giovane italiano finito sul banco degli imputati non si era accontentato di proferire quella frase, ma aveva aggredito anche il cittadino straniero con un cric. La decisione della Suprema Corte è stata quella di condannarlo per il delitto di lesioni personali aggravate dalla discriminazione e dall’odio razziale.

Gli Ermellini, nella loro sentenza, richiamano anche il principio secondo cui l’aggravante razziale si manifesta nel momento in cui «essa si rapporti, nell’accezione corrente, ad un pregiudizio manifesto di inferiorità di una sola razza». Mentre la frase «torna nel tuo Paese», secondo la Cassazione, conferma «il pregiudizio negativo nutrito nei confronti della persona offesa, invitata più volte, con intento ingiurioso, a tornare nel suo Paese» e a non essere legittimata «a poter rimanere oltre nel territorio italiano».

Aggravante razziale: da sola è reato?

Questo aspetto va chiarito, perché è facile fare confusione. Dire ad un cittadino africano «negro di merda» non è reato ma si tratta di un’aggravante che consiste nell’odio razziale. Significa che quella frase da sola non è punibile.

Per capirci meglio. Se vado per strada e pronuncio quella frase quando incrocio uno straniero ma la cosa finisce lì, nel senso che io tiro dritto e lui non reagisce, non ho commesso reato. Semmai, ho avuto un comportamento di cui dovrei vergognarmi per il resto della mia vita.

Se, invece, in quel momento lui si ferma, mi dice «vediamo se hai il coraggio di ripetermelo» e io non solo pronuncio di nuovo la frase ma l’accompagno con uno schiaffo o con un pugno in faccia, allora ho commesso reato. La cui pena sarà aggravata dall’odio razziale.

In fin dei conti, lo stesso può succedere se anziché dire ad un africano «negro di emme» dico ad un siciliano «terrone di emme» o a un bergamasco «polentone di emme». Sto offendendo, certamente, ma l’ingiuria non è più reato, dato che è stata depenalizzata nel 2016. Tutt’al più, pagherò una sanzione amministrativa. Inoltre, la sanzione mi arriverà solo se la vittima mi cita in giudizio per chiedermi il risarcimento del danno, altrimenti – suona male, ma che piaccia o meno è così – offendere verbalmente qualcuno è gratis. A meno che io pronunci quella frase riferendomi a qualcuno che non è presente nel momento in cui la dico. A quel punto, non si tratta di ingiuria ma di diffamazione. E quello è sì un reato che può essere querelabile.


note

[1] Cass. sent. n. 307/2021 del 07.01.2021.

[2] Art. 604 ter cod. pen.


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1 Commento

  1. Non è il colore della pelle che suscita disagio e razzismo ma il fatto che in Italia ci siano persone che vivono alle nostre spalle e non hanno titolo per stare qui. Non parlo dei rifugiati politici ma dei migranti economici entrati illegalmente, indipendentemente dal loro colore. L’astio è accentuato anche dal fatto che queste persone nullatenenti e spesso fancazziste sono sempre in cima alle priorità dei politici di sinistra mentre gli italiani vedono soltanto aumentare le tasse i cui ricavati non servono per migliorare il loro welfare ma per far campare di assistenzialismo i profughi. Pensate sia razzismo? Ok, allora sono razzista. Tutti buoni a condannare queste prese di posizione finché i migranti economici vengono mantenuti con i soldi pubblici (come se non fossero anche vostri!) ma se vi chiedessero di sborsare 200,00 euro a testa per dargli da mangiare, sareste i primi a rimetterli tutti sul barcone, ipocriti maledetti!

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