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L’autoriciclaggio punisce con il carcere il commercialista infedele

30 Novembre 2014 | Autore:
L’autoriciclaggio punisce con il carcere il commercialista infedele

Il professionista, per non rientrare nella punibilità del reato di autoriciclaggio avrebbe dovuto auto-denunciarsi o tracciare l’operazione di reimpiego in modo da rendere identificabile l’origine delittuosa dei proventi.

 

Da una sentenza della Cassazione Penale che condanna per il reato di truffa contrattuale il commercialista infedele prende lo spunto una analisi delle conseguenze che si potrebbero verificare a seguito della entrata in vigore della norma sull’autoriciclaggio [1].

La sentenza suddetta tratta il caso di un commercialista che non ha presentato le dichiarazioni dei redditi di un cliente, continuando a percepire un, seppur modesto, compenso.

La Corte ha ritenuto che il professionista abbia utilizzato condotte artificiose atte a generare un danno con conseguente ingiusto profitto, proprio in quanto egli ha continuato a farsi rinnovare il mandato dal cliente ed a percepirne il relativo compenso, a nulla rilevando il valore di quest’ultimo [2].

Bisogna ricordare che la condanna è stata emessa per la commissione di un reato non colposo che prevede la reclusione da sei mesi a tre anni, la cui applicazione a casi come quello esposto, potendo usufruire di attenuanti, se non vengono superati i due anni di reclusione, comporta la sospensione della pena per cinque anni.

Ma cosa sarebbe successo se fosse stata già in vigore la nuova norma sull’autoriciclaggio [3]?

Se il professionista avesse reimpiegato i proventi del reato commesso, cioè i compensi ricevuti per un mandato inadempiuto con raggiro del cliente, nella propria attività professionale, tentando di ostacolarne l’identificazione (la mancata emissione di fattura o il semplice versamento su un conto corrente dell’eventuale contante ricevuto, sarebbero, secondo l’orientamento della Cassazione penale, sufficienti a configurare la condotta ostativa), sarebbe stato ritenuto colpevole anche del reato di autoriciclaggio [4].

La norma suddetta prevede la reclusione da uno a quattro anni per il tipo di reato presupposto da cui derivano i proventi che poi sono stati reimpiegati dal professionista.

Inoltre la norma sull’autoriciclaggio prevede una aggravante se il reato è commesso nell’ambito di una attività professionale [5].

Dunque si sarebbe configurato l’elemento necessario per revocare la sospensione della pena della reclusione in quanto l’imputato sarebbe stato condannato ulteriormente per la violazione della norma sull’autoriciclaggio, cumulandosi una condanna alla reclusione da sei mesi a tre anni per il primo reato commesso di truffa contrattuale, con la condanna alla reclusione da un anno a quattro anni più l’aggravante dell’ambito professionale.

Il complessivo carico raggiunto sarebbe quello della pena della reclusione da un minimo di un anno e sei mesi ad un massimo di 7 anni, salvo il calcolo dell’aumento di pena dovuto all’aggravante di cui sopra.

Neppure il reimpiego dei proventi del reato per mero godimento o utilizzazione personale avrebbe potuto salvare il condannato, in quanto, allo stato attuale, il tenore della norma, ancora in corso di approvazione, esclude, sempre e comunque, dalla non punibilità, le condotte ostative. Dunque il professionista, per non rientrare nella punibilità del reato di autoriciclaggio, avrebbe dovuto auto-denunciarsi o tracciare l’operazione di reimpiego in modo da rendere identificabile l’origine delittuosa dei proventi, seppure non si veda come questo scopo potrebbe essere raggiunto nella realtà, considerato il principio del diritto processuale penale che prevede che nessuno può essere obbligato a denunciare sé stesso.

In ultimo occorre precisare che il professionista non è ad oggi ancora fuori pericolo, infatti, qualora non avesse ancora reimpiegato tutti o parte dei proventi illeciti conseguiti a seguito del reato di truffa contrattuale, se egli dovesse reimpiegarli dopo la data, prossima, dell’entrata in vigore della norma sull’autoriciclaggio, violerebbe la norma e sarebbe dunque punibile in base ad essa.

L’entrata in vigore della norma sull’autoriciclaggio, nella formulazione attualmente adottata, offrirà probabilmente molte occasioni di dibattito, sotto tutti i profili, dottrinali e giurisprudenziali, ivi inclusa la discussione sulla possibile violazione del principio del ne bis in idem, cioè del divieto di condannare due volte lo stesso soggetto per lo stesso reato, in alcune ipotesi previste dalla norma stessa, che sostanzialmente nasceva per contrastare il riciclaggio commesso nell’ambito della repressione delle frodi tributarie e della lotta alla criminalità organizzata, mentre ora viene estesa a qualsiasi fattispecie di reato non colposo, anche per importi modesti.

Intanto i professionisti infedeli sono avvisati.


note

[1] Cass. sent. n. 49472 del 27.11. 2014.

[2] Art. 640 cod. pen.

[3] Art. 3 DDL S. 1642 che introduce l’art. 648-ter.1 del cod. pen. (in corso di approvaz.).

[4] Art. 648-ter. 1 co. 1 cod. pen. (in corso di approvazione testo provvisorio).

[5] Art. 648-ter. 1 co. 5 cod. pen. (in corso di approvazione testo provvisorio).

Autore immagine: 123rf com


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