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Sintomi anisakis

22 Aprile 2021 | Autore: michela rapani
Sintomi anisakis

Cosa fare se accusi malessere dopo aver mangiato pesce crudo e quali regole seguire per evitare l’infezione.

Sono passate poche ore da quando hai consumato pesce crudo o poco cotto e accusi sintomi come nausea, vomito e crampi addominali? C’è la possibilità che tu abbia consumato del pesce non abbattuto correttamente e che abbia contratto un parassita noto come anisakis.

In questo articolo ti forniremo alcune informazioni utili per conoscere uno dei peggiori nemici di chi ama consumare il pesce crudo: ti parleremo dei sintomi dell’anisakis, del suo periodo di incubazione e delle cure necessarie per debellarlo. Troverai anche una serie di consigli utili a scongiurare il pericolo di incorrere nell’infezione: poche regole che, se seguite con scrupolo, ti permetteranno di continuare a gustare il pesce crudo in tutta sicurezza.

Cos’è l’anisakis

Prima di occuparci dei sintomi dell’anisakis vogliamo spiegarti qualcosa in più su questo parassita reperibile nel pesce.

L’anisakis è un verme dalle dimensioni modeste: infatti, generalmente, presenta un diametro di circa 1 mm e una lunghezza massima di 3 cm. Solitamente, è un parassita che si trova nei molluschi, nei pesci e nei mammiferi marini come le balene, le foche e i delfini.

A ben vedere, l’uomo rappresenta per l’anisakis una sorta di “incidente di percorso”: il verme, infatti, non trae alcun vantaggio da questo tipo di infestazione, in quanto non sembrerebbe capace di riprodursi all’interno dello stomaco umano.

Il parassita ha un complesso ciclo vitale che proviamo a riassumerti brevemente: dallo stomaco dei mammiferi, le uova prodotte dal verme vengono espulse tramite le feci. Le larve che ne nascono svilupperanno diversi stadi, passando da un ospite intermedio (un crostaceo), a uno che potremmo definire “sbagliato”, cioè un ospite in cui non possono crescere (un pesce). A questo punto, se il pesce verrà ingerito da un mammifero marino, l’anisakis completerà il proprio ciclo biologico, cosa che non accadrà se, invece, il pesce – non debitamente cotto o abbattuto – sarà ingerito dall’uomo: in questo senso, l’uomo è, come dicevamo, un ospite accidentale per il verme, cioè non funzionale al suo ciclo vitale.

Dove si trova

Come spiegato, l’uomo può venire in contatto con l’anisakis tramite il consumo di pesce crudo non opportunamente trattato. Se è vero che potenzialmente tutti i pesci e i crostacei possono presentare un’infestazione da anisakis, vi sono alcune specie che ne risultano essere più soggette.

Tra i pesci che hanno una probabilità maggiore di essere infestati dal parassita troviamo le acciughe, le aringhe, il tonno, il pesce spada, il salmone, i totani, i calamari, la ricciola, il nasello, la spigola, il merluzzo e la rana pescatrice.

In linea di massima, però, dobbiamo considerare che consumare qualsiasi tipo di pesce crudo, senza preventivamente trattarlo a dovere, comporta un rischio elevato.

Quali sono i sintomi dell’anisakis

Quello che devi sapere è che i sintomi dell’anisakis sono piuttosto vari, anche se la maggior parte dei soggetti sperimenta un quadro sintomatologico che comporta nausea, vomito, astenia, dolore addominale e, qualche volta, anche un lieve innalzamento della temperatura.

Generalmente, questi sintomi compaiono poche ore dopo l’ingestione del pesce contaminato. In questo caso, possiamo parlare di una forma gastrica della malattia. Questa è la forma più diffusa con cui si manifesta l’infezione: caratterizza, infatti, oltre il 90% delle forme di intossicazione da anisakis.

Quando invece il parassita riesce a giungere vivo nell’intestino umano, ci troviamo di fronte a una forma di intossicazione di tipo intestinale. In questo caso, l’insorgenza di sintomi può avvenire a distanza di qualche giorno dall’ingestione del pesce infestato dal parassita e questi comprenderanno dolore a livello addominale, nausea e forti e abbondanti scariche diarroiche con presenza di sangue e muco.

In alcuni casi, può succedere che il verme riesca addirittura a bucare la mucosa dell’intestino arrivando a provocare nel soggetto degli ascessi che possono portare a un’occlusione intestinale.

Inoltre, perforata completamente la mucosa, il verme potrebbe migrare: ci sono, infatti, dei casi in cui è stato ritrovato nei polmoni o nel fegato.

Altri sintomi dell’anisakis possono essere di carattere allergico: questi comportano, per esempio, lo svilupparsi di forme di orticaria con la comparsa di ponfi e di prurito. Questo tipo di reazione, in genere, si verifica già dopo 6 ore dall’ingestione e può durare anche dei mesi.

A volte, purtroppo, possono verificarsi forme di allergia estremamente violente: in questo caso si parla di un vero e proprio shock anafilattico. Solitamente, una reazione di questo tipo si manifesta già pochi minuti dopo l’ingestione del cibo contaminato e necessita un immediato trattamento medico in quanto comporta un serio rischio di morte.

Anisakis: una diagnosi spesso difficile

La prima cosa da fare, se sospetti di avere un’infezione da anisakis, è quella di rivolgerti al tuo medico di fiducia ed esporgli in modo chiaro e dettagliato tutti i sintomi che accusi. A questo punto, sarà lui a valutare, secondo la gravità della sintomatologia, la migliore modalità con cui procedere.

C’è da dire che formulare una diagnosi di anisakis non è semplice in quanto può essere confusa con altre malattie con cui condivide i sintomi, ad esempio il Morbo di Crohn, la gastrite, l’esofagite e la pancreatite.

Il primo strumento che il medico ha a disposizione è l’anamnesi: per questo, sarà fondamentale riferire con precisione i sintomi, ma allo stesso modo sarà indispensabile comunicargli se si è consumato nei giorni precedenti pesce crudo o poco cotto.

L’assoluta certezza di trovarsi davanti a un soggetto con un’infezione da anisakis, si potrà avere grazie all’endoscopia: attraverso l’introduzione di una sonda nell’apparato gastrointestinale, il medico avrà la possibilità di visualizzare il verme e rimuoverlo.

Quale cura per l’anisakis

Sono diversi gli approcci terapeutici per l’anisakis.

Una terapia di tipo chirurgico è necessaria se ci troviamo in presenza di ascessi o di occlusioni, mentre un approccio di tipo endoscopico è utile per individuare il verme e rimuoverlo materialmente. Ma non sempre queste opzioni invasive sono necessarie. In alcuni casi, infatti, si opta per una terapia a base di farmaci antiparassitari o per una cura a base di cortisonici che aiutano a tenere sotto controllo l’infezione fino a quando essa scomparirà in concomitanza con la morte del verme.

Come difendersi dal pericolo

Chi mangia pesce ben cotto, non ha alcun rischio di contrarre il parassita: è noto infatti che cuocere il pesce per almeno un minuto ad una temperatura di almeno 65 gradi (assicurandosi che anche il cuore del prodotto arrivi a tale temperatura), elimina il parassita.

Ma esiste un metodo per non rinunciare al consumo di pesce crudo? Fortunatamente, sì. Se abbiamo intenzione di gustare del pesce crudo nella tranquillità delle mura domestiche è necessario abbatterlo a una temperatura di -18 gradi per almeno 96 ore. Unica accortezza: il congelatore deve essere contrassegnato con almeno 3 stelle.

Esiste, a tal proposito, una normativa ben specifica a tutela del consumatore: il ministero della Salute ha infatti sancito che il consumatore debba essere informato, nelle pescherie, sulle modalità con cui può consumare il prodotto crudo in assoluta tranquillità [1].

Gli operatori che lavorano nel settore ittico hanno, inoltre, una specifica responsabilità: quella di effettuare un controllo visivo della merce in modo da evitare di immettere sul mercato prodotti contaminati [2].

Per quanto riguarda invece i ristoranti, l’uso di un abbattitore professionale permette di poter servire del pesce crudo, dopo 24 ore di congelamento a una temperatura di -20 gradi [3].



Di michela rapani

note

[1] Decreto 17.07.2013 “Informazioni obbligatorie a tutela del consumatore di pesce e cefalopodi freschi e di prodotti di acqua dolce, in attuazione dell’articolo 8, comma 4, del decreto-legge 13 settembre 2012 n. 158, convertito, con modificazioni, dalla legge 8 novembre 2012, n. 189”.

[2] Regolamento (CE) 853/04 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 29.04.2004.

[3] Nota ministero della Salute 4379-P “Chiarimenti concernenti alcuni aspetti applicativi del Reg. 853/2004 in materia di vendita e somministrazione di preparazioni gastronomiche contenenti prodotti della pesca destinati ad essere consumati crudi o praticamente crudi”.


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