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È sempre reato coltivare in casa piante di marijuana?

15 Gennaio 2021 | Autore:
È sempre reato coltivare in casa piante di marijuana?

Coltivazione di un modesto numero di piante di cannabis con strumenti rudimentali: qual è l’orientamento della Corte di Cassazione?

La questione della liceità o meno della coltivazione domestica di cannabis è sempre stato oggetto di dibattito non solo politico ma anche e soprattutto giurisprudenziale. La legge espressamente fa divieto di coltivare sostanze stupefacenti senza autorizzazione ministeriale; ciononostante, esistono alcuni casi in cui i giudici hanno ritenuto lecita la coltivazione, quando di dimensioni ridotte e per uso esclusivamente personale. È da sentenze del genere che sorge spontanea una domanda: «È sempre reato coltivare in casa piante di marijuana?». Poiché la legge è abbastanza chiara sul punto, verrebbe da rispondere: sì, è sempre reato.

Secondo la giurisprudenza, però, possono esservi casi in cui, per via della ridottissima quantità di piante e delle tecniche rudimentali di coltivazione, debba escludersi la rilevanza penale del fatto. Peraltro, la presenza di una o due piantine sarebbe perfino insufficiente per configurare una coltivazione vera e propria. E dunque: «È sempre reato coltivare piante di cannabis?». Scopriamolo insieme.

Coltivazione di droga: cosa dice la legge?

Come anticipato in premessa, coltivare droga senza un’apposita autorizzazione ministeriale è reato.

Secondo la legge [1], chiunque, senza apposita autorizzazione ministeriale, coltiva, produce, fabbrica, estrae, raffina, vende, offre o mette in vendita, cede, distribuisce, commercia, trasporta, procura ad altri, invia, passa o spedisce in transito, consegna per qualunque scopo sostanze stupefacenti, è punito con la reclusione da sei a venti anni e con la multa da 26mila a 260mila euro.

La pena può essere ridotta (reclusione da sei mesi a quattro anni e multa da 1.032 a 10.329 euro) se, per i mezzi, la modalità o le circostanze dell’azione ovvero per la qualità e quantità delle sostanze, la condotta vietata è di lieve entità.

Coltivazione di marijuana: quando non è reato?

È sempre reato coltivare in casa piante di marijuana? No. Secondo le Sezioni Unite della Corte di Cassazione [2], devono ritenersi escluse dalla punibilità penale le attività di coltivazione di minime dimensioni svolte in forma domestica, che, per le rudimentali tecniche utilizzate, lo scarso numero di piante, il modestissimo quantitativo di prodotto ricavabile e la mancanza di ulteriori indici di un loro inserimento nell’ambito del mercato degli stupefacenti, appaiono destinate in via esclusiva all’uso personale del coltivatore.

Secondo i supremi giudici, il reato di coltivazione di stupefacenti è configurabile indipendentemente dalla quantità di principio attivo ricavabile nell’immediatezza, essendo sufficienti la conformità della pianta al tipo botanico previsto e la sua attitudine, anche per le modalità di coltivazione, a giungere a maturazione e a produrre sostanza stupefacente.

Ciononostante, devono ritenersi escluse, in quanto non riconducibili all’ambito di applicazione della norma penale, le attività di coltivazione di minime dimensioni svolte in forma domestica, che per le rudimentali tecniche utilizzate, lo scarso numero di piante, il modestissimo quantitativo di prodotto ricavabile, la mancanza di ulteriori indici di un loro inserimento nell’ambito del mercato degli stupefacenti, appaiono destinate in via esclusiva all’uso personale del coltivatore.

Alla luce della sentenza della Corte di Cassazione, possiamo dunque sostenere che, accanto alla detenzione di droga per uso personale e al consumo di gruppo, una nuova condotta inerente alle sostanza stupefacenti non è più punibile: quella di coltivazione di piante da cui è estraibile la droga, purché tale coltivazione sia di dimensioni ridottissime, tale da far ritenere sin da subito che la sostanza stupefacente non possa essere spacciata ma sia destinata all’uso esclusivamente personale.

Nel caso affrontato dalla sentenza della Corte di Cassazione, la coltivazione riguardava solamente due piante di marijuana.

Quanto stabilito dalla Suprema Corte a sezioni unite non significa che chiunque potrà coltivare droga, ma semplicemente che, se la coltivazione è assolutamente episodica, marginale e ridottissima, non si finirà in carcere (resta, invece, l’illecito amministrativo).

Va peraltro sottolineato come la medesima sentenza abbia anche specificato che il reato di coltivazione di stupefacente è configurabile indipendentemente dalla quantità di principio attivo ricavabile nell’immediatezza, essendo sufficienti la conformità della pianta al tipo botanico previsto e la sua attitudine, anche per le modalità di coltivazione, a giungere a maturazione e a produrre sostanza stupefacente.

Coltivazione di marijuana: quando è reato?

Al di fuori delle ipotesi ricordate dalle sezioni unite della Corte di Cassazione, deve ritenersi che, in tutti gli altri casi, la coltivazione di cannabis costituisce sempre reato.

Secondo una recente sentenza della Suprema Corte [3], anche solo quattro piante di marijuana sono sufficienti per escludere la coltivazione domestica destinata a un uso esclusivamente personale della sostanza stupefacente, se l’imputato non utilizza tecniche rudimentali di coltivazione.

Nel caso di specie, pur essendo modesto il numero di piantine rinvenute, la coltivazione non era avvenuta utilizzando strumenti rudimentali per via della presenza di una serra per la coltivazione, con specifico impianto di areazione, lampade UV e idoneo riscaldamento.

Insomma: affinché la coltivazione non costituisca reato, occorre contemporaneamente la presenza di due elementi: le tecniche rudimentali di coltivazione e lo scarso numero di piante. Ricorrendo solamente quest’ultima condizione, l’imputato è stato condannato per il reato di coltivazione di sostanze stupefacenti.


Devono ritenersi escluse dalla punibilità penale le attività di coltivazione di minime dimensioni svolte in forma domestica, che, per le rudimentali tecniche utilizzate, lo scarso numero di piante, il modestissimo quantitativo di prodotto ricavabile e la mancanza di ulteriori indici di un loro inserimento nell’ambito del mercato degli stupefacenti, appaiono destinate in via esclusiva all’uso personale del coltivatore.

note

[1] Art. 73, d.P.R. n. 309/90.

[2] Cass., sez. un., sent. n. 12348/2020.

[3] Cass., sentenza n. 644 dell’11 gennaio 2021.

Autore immagine: canva.com/

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 9 ottobre 2020 – 11 gennaio 2021, n. 644
Presidente Sarno – Relatore Andreazza

Ritenuto in fatto e considerato in diritto

1. Con sentenza del 17.1.2018 il Tribunale di Milano riteneva Le. Ma. Au. responsabile dei reati di coltivazione di quattro piante di marijuana e di detenzione di infiorescenze di marijuana, di sostanza essiccata tipo marijuana e di hashish ai sensi dell’art.73, comma 4 D.P.R. n.309 del 1990, condannandolo alla pena di anni 2 e mesi 8 di reclusione ed Euro 13.333 di multa. Avverso la suddetta sentenza l’imputato proponeva appello presso la Corte d’Appello di Milano, la quale, in parziale riforma della decisione, rideterminava la pena inflitta in primo grado in anni 1 e mesi 4 di reclusione ed Euro 10.000 di multa, con sentenza successivamente impugnata con ricorso per Cassazione articolato in tre motivi.
2. Con il primo motivo di ricorso viene affermata l’erronea applicazione della legge penale in relazione alla ritenuta offensività della condotta. A fronte infatti della esigua quantità di piante rinvenute, la Corte non avrebbe ritenuto di verificare se queste fossero effettivamente in grado di produrre sostanza drogante, limitandosi ad affermare l’illiceità penale della condotta in quanto avente ad oggetto un tipo botanico vietato dal D.P.R. n. 309 del 1990.
3. Con il secondo motivo lamenta la violazione dell’art.125, comma 3, cod. proc.pen. ovvero la mancanza di motivazione. In particolare deduce la mancata qualificazione della condotta .incriminata come coltivazione domestica a fini di uso personale, ricompresa, secondo un orientamento della giurisprudenza di legittimità, nell’art.75, comma 10, del D.P.R. n. 309 del 1990, con conseguente irrilevanza penale della condotta stessa. In particolare, la difesa lamenta l’assoluta mancanza di motivazione su tale questione, che, sollevata in primo grado, è stata riproposta in appello, nonché sulle ragioni per le quali si è ritenuta la rilevanza penale della condotta di detenzione.
4. Con il terzo ed ultimo motivo, incentrato sul travisamento della prova, il ricorrente censura la decisione della Corte territoriale di porre a fondamento dell’esclusione dell’art.73, comma 5, del D.P.R. n. 309 del 1990, nel caso di specie, la circostanza dell’utilizzo di una serra con lampade UV e impianto di riscaldamento per coltivare la marijuana. In realtà, secondo la difesa, la Corte sarebbe incorsa in un travisamento della prova, in quanto nella serra non risulta rinvenuta alcuna pianta di marijuana; già nel corso del giudizio di primo grado infatti, la difesa aveva evidenziato come la serra fosse funzionale a svolgere attività di giardinaggio, mentre le quattro piantine erano state trovate nel giardino dietro ad una baracca di attrezzi in uso a Le.. Sul punto si richiama l’orientamento della Cassazione secondo cui in caso di sentenza doppia conforme, qualora i giudici di primo e secondo grado siano incorsi entrambi nel vizio di travisamento probatorio, è possibile far valere quest’ultimo vizio anche con ricorso per cassazione.
5. Con riferimento ai primi due motivi di ricorso, congiuntamente esaminabili, deve rilevarsi che le Sezioni Unite di questa Corte, con la sentenza n. 12348/20 del 19/12/2019, Caruso, Rv. 278624, dopo avere affermato che il reato di coltivazione di stupefacenti è configurabile indipendentemente dalla quantità di principio attivo estraibile nell’immediatezza, essendo sufficienti la conformità della pianta al tipo botanico previsto e la sua attitudine, anche per le modalità di coltivazione, a giungere a maturazione e a produrre sostanza ad effetto stupefacente, hanno precisato che non integra il reato di coltivazione di stupefacenti, per mancanza di tipicità, una condotta di coltivazione che, in assenza di significativi indici di un inserimento nel mercato illegale, denoti un nesso di immediatezza oggettiva con la destinazione esclusiva all’uso personale, in quanto svolta in forma domestica, utilizzando tecniche rudimentali e uno scarso numero di piante, da cui ricavare un modestissimo quantitativo di prodotto.
Dunque, legata la offensività del reato al tipo botanico previsto ed alla attitudine a sviluppare sostanza stupefacente, sul punto venendo quindi disattesa la prospettazione in senso contrario del ricorso, in tanto può farsi questione di uso personale del prodotto della coltivazione solo laddove, anche in osservanza di quanto osservato a suo tempo da Sez. U., n. 28605 del 24/04/2008, Di Salvia, Rv.239920, ciò discenda dalla possibilità di escludere in realtà la stessa condotta di coltivazione, la cui tipicità difetterebbe in presenza di indici, rappresentati dalle tecniche rudimentali e da uno scarso numero di piante, che denotino la natura “domestica” della condotta.
Ciò posto, allora, oltre a doversi constatare che correttamente i giudici di merito hanno fatto riferimento al “tipo botanico” idoneo a produrre marijuana, neppure è risultata una’ “tecnica rudimentale di coltivazione”: sul punto già la sentenza di primo grado avevano valorizzato la presenza di una serra per coltivazione, con specifico impianto di areazione, lampade UV e idoneo riscaldamento.
Né è fondato l’assunto di un travisamento della prova, specificamente formulato per vero con riguardo all’esclusione del fatto lieve di cui al comma 5 dell’art. 73 cit., ma ugualmente riferibile, ancor prima, alla configurabilità stessa del reato, giacché non sarebbero risultate contenute nella serra le piante di marijuana, rinvenute invece nel giardino.
In realtà né la sentenza di primo grado né quella di appello hanno affermato, come pretenderebbe il ricorrente, che all’interno della serra vi fossero le piantine, avendo invece le stesse unicamente valorizzato la presenza della serra per ritenere appunto che la coltivazione difettasse di caratteri di rudimentalità; piuttosto, il ragionamento, che parrebbe implicito in tale valutazione, per cui nella coltivazione avvenuta utilizzando la predetta serra, sarebbe rientrata anche quella delle piantine di marijuana rinvenute nel giardino, sarebbe semmai il risultato di una inferenza che non sarebbe comunque manifestamente illogica, essendosi inoltre sul punto il ricorrente limitato ad affermare una destinazione, invece, al giardinaggio, del tutto fattuale oltre che avulsa da ogni dato indicativo della presenza, in essa, di piante.
E’ in ogni caso dirimente la circostanza che la sentenza impugnata abbia posto in evidenza che le dosi complessivamente ricavabili dai reperti rinvenuti nell’abitazione dell’imputato, ivi compresi dunque quelli ricollegabili alle piantine, sono state indicate, nella relazione d’analisi, in 271, circostanza, questa, già di per sé indicativa, come affermato, con motivazione niente affatto illogica, dal Tribunale, della impossibilità di ricondurre la condotta complessivamente contestata all’imputato (di detenzione e coltivazione) come finalizzata all’uso personale dello stupefacente, impossibilità su cui il ricorso non ha significativamente formulato rilievo alcuno (se non quello, evidentemente smentito da quanto appena detto, di una mancata motivazione sulle ragioni di rilevanza penale della detenzione).
I primi due motivi sono dunque inammissibili.
6. Il terzo motivo è anch’esso inammissibile.
Come già rilevato sopra, sia il numero di 271 dosi che la presenza della serra sono stati correttamente valorizzati dai giudici, in conformità ai principi più volte enunciati da questa Corte, al fine di escludere la possibile ricorrenza, nella specie, del fatto lieve.
7. In definitiva, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile con la conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e della’ somma di denaro di Euro 3.000 in favore della cassa delle ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 3.000 in favore della cassa delle ammende.


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