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Le leggi meno rispettate dallo Stato italiano

17 Gennaio 2021
Le leggi meno rispettate dallo Stato italiano

Tutti i casi in cui lo Stato e la Pubblica Amministrazione violano i diritti dei cittadini e non rispettano le sentenze di condanna. 

Chi ha una visione idealistica dello Stato pensa alla Pubblica Amministrazione come a un soggetto rispettoso della legge, anzi garante della legalità: lo Stato è preposto a fare in modo che i cittadini rispettino le norme dell’ordinamento e, pertanto, è il primo a dover dare il buon esempio.

Questo però succede solo nei libri di favole, dove il sovrano è illuminato e ama il proprio popolo. Nella realtà, il popolo che è al governo è animato dalle stesse passioni – per non dire vizi – che lo caratterizzano quando è un semplice soggetto passivo. 

Del resto, se è vero che la democrazia è la gestione della cosa pubblica da parte dei cittadini e la partecipazione diretta di questi alla vita politica della nazione è anche vero che uno Stato ha il governo che si merita. Perché il Parlamento non è altro che una speculare rappresentazione del proprio popolo.

Ecco perché, se è così frequente che il popolo violi la legge, non deve stupire se anche lo Stato fa lo stesso. 

Dopo aver parlato pertanto delle leggi italiane meno rispettate dal popolo, eccoci quindi a parlare delle leggi meno rispettate dallo Stato italiano. Quali sono le norme che la nostra Pubblica Amministrazione viola più di frequente? Ne parleremo qui di seguito.

Le leggi sul lavoro che lo Stato non rispetta

L’Itala è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro. Dinanzi a questi altisonanti principi recitati dalla Costituzione, però, troviamo una realtà completamente diversa.

Lo Stato italiano è il primo a violare le leggi che esso stesso scrive a tutela dei lavoratori. Ne è un esempio il precariato che si trova spesso nella Pubblica Amministrazione e, in particolare, nell’istruzione. La legge vieta di reiterare i contratti di lavoro a tempo determinato per oltre 36 mesi. Eppure, ci sono insegnanti che fanno i supplenti a vita. Proprio a causa di ciò, l’Italia è stata spesso condannata dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea: un risarcimento che ovviamente paghiamo noi cittadini con le imposte che versiamo allo Stato.

Altra grave violazione è in materia di graduatorie per l’assunzione nel pubblico impiego. Una volta indetto un concorso e create le relative graduatorie, lo Stato dovrebbe attingere da queste piuttosto che rifare altri concorsi. Invece, ciò non avviene: la macchina dei bandi pubblici è sempre in moto. Il che ovviamente rimette in discussione le aspettative di chi aveva acquisito un buon posto in una precedente graduatoria. 

Le leggi sui pagamenti che lo Stato non rispetta

Molte aziende sono in crisi non tanto a causa di una gestione poco oculata, ma perché non riescono a riscuotere i propri crediti. E indovinate chi figura tra i principali debitori? La Pubblica Amministrazione. Lo Stato è il primo a non pagare i debiti che ha nei confronti dei propri fornitori e a decretare, così, il fallimento di molte aziende. È ancora più incredibile però che lo stesso Stato poi pretenda il versamento delle imposte sulle fatture che lui non paga. L’imprenditore è quindi “cornuto e mazziato”.

Le leggi sulla sanità che lo Stato non rispetta

Il cittadino che necessiti di fare una visita specialistica in ospedale o un’indagine strumentale ha diritto alla prestazione entro tempi certi. 

In particolare, il paziente deve ottenere una visita medica entro massimo 30 giorni e l’esame diagnostico entro 60 giorni. Non si tratta di termini indicativi, che possono subire slittamenti nel caso in cui ci sia un numero eccessivo di malati e pochi medici. Il termine è perentorio. Sappiamo però che lo Stato non è in grado di far rispettare queste regole e, puntualmente, il cittadino è costretto a ricorrere al privato, pur pagando le tasse per la sanità pubblica.

Le leggi sulla giustizia che lo Stato non rispetta

Sembra un controsenso che lo Stato non rispetti la giustizia, ma è così. Un esempio è dato dai tempi delle cause: nonostante la Costituzione stabilisca che il processo debba avere una ragionevole durata, sappiamo che per ottenere una sentenza ci vogliono molti anni, molti di più di quanto la legge preveda. Proprio la legge stabilisce che per il primo grado di giudizio si reputano ragionevoli tre anni, per il secondo grado due anni e per il grado di legittimità un anno. Quanto tutto ciò non viene rispettato – il che succede nel 90% dei casi – lo Stato, o meglio il popolo, deve pagare un risarcimento al cittadino.

Altro ricorrente caso in cui l’Italia paga le condanne dell’Europa è per il trattamento inumano nei confronti dei carcerati. La dimensione delle celle dovrebbe essere di gran lunga superiore a quella attuale. Eppure, i condannati sono costretti a stare stipati come galline in un pollaio. 

Le leggi sulla famiglia che lo Stato non rispetta

Quando una coppia si separa, lo Stato dovrebbe essere in grado di garantire, ad entrambi i coniugi e ai nonni, di poter vedere periodicamente i figli. Eppure, non è così e anche questa inadempienza ci è costata le condanne delle Corti Europee. Il nostro ordinamento non è in grado di garantire l’applicazione delle sentenze e questo porta molto spesso al suicidio dei genitori abbandonati.

Le leggi sul Fisco che lo Stato non rispetta

La nostra Costituzione stabilisce che le imposte debbano essere pagate in ragione della capacità contributiva di ogni cittadino, ossia in base al reddito. Ma ciò non succede sempre e, non poche volte, lo stesso reddito viene tassato più volte. 

Si pensi al cosiddetto contributo unificato, la tassa che si paga per ricorrere al giudice civile. Questa non è commisurata alle capacità economiche del cittadino ma al valore della causa: tanto più è elevato, tanto più alto è il contributo. Con la conseguenza che una persona con reddito basso si troverà a pagare quanto un ricco.

Facciamo ora un esempio di doppia tassazione. Come sappiamo, ogni volta che una persona percepisce un reddito, questo viene tassato. Viene tassato il reddito del lavoratore dipendente e quello del lavoratore autonomo. L’imposta che si versa allo Stato, nel momento di percezione del reddito, si chiama Irpef. Ma questo reddito viene nuovamente tassato subito dopo, qualsiasi uso se ne faccia. Volete conservare i soldi in banca? C’è l’imposta sui conti correnti. Volete spenderli? Pagherete l’Iva. Volete comprare titoli di Stato o altre forme di investimento? Pagherete anche in questo caso. Volete donarli? Esiste l’imposta sulle donazioni. Insomma, qualsiasi mossa facciate, lo Stato vuole sempre la sua parte. 

Le sentenze che lo Stato non rispetta

Sappiamo che le sentenze non hanno valore di legge, eppure quelle della Cassazione costituiscono un autorevole precedente. Ciò dovrebbe suggerire a tutti i cittadini e alla Pubblica Amministrazione di rispettarne l’orientamento. Eppure, non capita di rado che lo Stato continui a sostenere delle tesi, persino nelle aule giudiziarie, contrarie alle istruzioni fornite dalla giurisprudenza, costringendo puntualmente i cittadini a ricorrere al giudice per far valere i propri diritti.

Anche quando si forma un indirizzo interpretativo costante, la nostra Pubblica Amministrazione se ne infischia e continua a portare avanti le proprie tesi, per quanto ritenute ingiuste dai giudici. Conseguenza: lo Stato non solo non tutela i diritti del cittadino ma dimostra di non rispettare quanto i suoi stessi organi hanno stabilito. Un controsenso. È come se la mano destra litigasse con la mano sinistra. Con l’aggravante che lo Stato spende i soldi dei cittadini due volte: una per violare la legge e l’altra per difendere i cittadini e punire sé stesso.

Questo vale non solo nei confronti dei giudici nazionali, ma anche di quelli stranieri. In particolare, l’Italia è il Paese che meno rispetta le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo. Dopo di noi, ci sono solo la Russia e la Turchia. Insomma, tra i Paesi democratici, il nostro Stato è quello che, più di tutti gli altri, calpesta i diritti dei cittadini.



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