Diritto e Fisco | Articoli

Vendite in nero: conseguenze penali

26 Aprile 2021 | Autore:
Vendite in nero: conseguenze penali

I rischi per chi cede prodotti o servizi senza fattura: l’accertamento dei reati tributari può usare anche le presunzioni per stabilire l’ammontare dell’evasione.

Un dipendente che vende merce in nero non è un vantaggio per il titolare o l’azienda ma una fonte di grossi problemi. Tanto più se la decisione di non fatturare i prodotti o i servizi ceduti ai clienti non è del dipendente stesso, ma del suo datore di lavoro.

Le vendite in nero comportano conseguenze penali se si superano le soglie di punibilità stabilite dalla legge per i reati tributari; e per accertarle il giudice può ricorrere, entro certi limiti, anche alle presunzioni tributarie, cioè ai “ragionamenti” che svolge il Fisco sull’ammontare dell’evasione ottenuta attraverso le prestazioni di beni e servizi non fatturate ai clienti.

In sostanza, insieme all’accertamento fiscale scatta anche la denuncia per evasione fiscale: soprattutto se emerge che il lavoratore dipendente è stato indotto o costretto dal datore a vendere le merci senza emettere fattura o scontrino fiscale. Ma i calcoli dell’Amministrazione finanziaria non possono essere ipotetici e devono poggiarsi su altri elementi di prova, come le testimonianze dei dipendenti.

Presunzioni: utilizzo a fini fiscali

La presunzione (o prova indiretta) è un metodo giuridico di dimostrazione con cui, partendo da un fatto noto, si risale al fatto ignoto da provare.

Ad esempio, in campo fiscale, una spesa eccessiva rispetto ai redditi dichiarati fa presumere che vi sia la disponibilità di altri proventi, che non sono stati dichiarati. E questo può bastare al Fisco per fondare la pretesa impositiva e recuperarli a tassazione.

Allo stesso modo, anche i versamenti di denaro in contanti che affluiscono sui conti correnti vengono presuntivamente considerati come redditi percepiti.

Il contribuente può “vincere” la presunzione dimostrando che si tratta di redditi esenti o già sottoposti a tassazione, ma la prova da fornire è a suo carico. Deve, cioè, giustificare di volta in volta la provenienza di quelle somme. All’Amministrazione finanziaria basta la presunzione per motivare l’avviso di accertamento e, a quel punto, la palla passa al contribuente che deve difendersi.

Le presunzioni di cui stiamo parlando sono quelle più comuni, che ammettono la prova contraria in modo da poter dimostrare che la realtà dei fatti è diversa da quella che emerge applicando le supposizioni e deduzioni.

In base alla legge [1], il giudice può fondare il suo convincimento sulla base di presunzioni che siano «gravi, precise e concordanti» negli elementi che forniscono.

Talvolta, il contribuente è “nudo” anche di fronte alle presunzioni semplici: ad esempio se omette di presentare la dichiarazione dei redditi l’Agenzia delle Entrate potrà accertare la base imponibile e le imposte anche con metodi induttivi, senza bisogno di ricorrere alla contabilità e ai documenti. In tali casi, è molto più difficile smontare il ragionamento presuntivo del Fisco.

Presunzioni tributarie: utilizzo nel processo penale

L’accertamento fiscale fa largo ricorso alle presunzioni, soprattutto per ricostruire l’ammontare dei ricavi non fatturati e dei conseguenti redditi non dichiarati. Le “vittime” predilette di questo metodo sono imprenditori, commercianti, artigiani, professionisti e in generale tutti i soggetti tenuti ad applicare l’Iva sulle proprie prestazioni.

Tuttavia, quando si entra nell’ambito penale, le presunzioni tributarie non possono costituire prova della commissione del reato, ma rappresentano dei semplici indizi. La regola generale in materia è che le presunzioni non provano il reato.

Esse hanno quindi un valore ridotto, ma non nullo: infatti, se sono unite ad altri elementi di riscontro, possono provare con la dovuta certezza l’esistenza dell’evasione penalmente rilevante. Dunque, hanno un significato rappresentativo e possono essere valorizzate dal giudice durante il processo penale.

Rimane comunque sempre fermo il principio che non è mai l’imputato a dover fornire la prova della sua innocenza, ma è sempre la pubblica accusa a dover dimostrare la sua colpevolezza.

Il punto nevralgico è che le presunzioni possono essere riscontrate non solo da elementi di prova diretta (come i documenti, le intercettazioni o le testimonianze) ma anche da altre presunzioni purché, come abbiamo visto, siano gravi, precise e concordanti: così se attraverso una molteplicità di presunzioni il giudice riterrà raggiunta la prova della condotta evasiva e della sua attribuibilità all’imputato «oltre ogni ragionevole dubbio» potrà affermare la sua penale responsabilità per il reato di evasione fiscale che gli è stato contestato e condannarlo.

Di recente, la Cassazione [2] ha ribadito che le presunzioni tributarie da sole non bastano per affermare una condanna penale, ma possono contribuire a formare il libero convincimento del giudice se trovano riscontro in elementi probatori o anche in altre presunzioni, purché siano dotate di gravità, precisione e concordanza.

Vendite in nero ordinate dall’imprenditore

In un interessante nuovo caso, la Corte di Cassazione [3] ha condannato per il reato di dichiarazione infedele ai fini delle imposte sui redditi e sul valore aggiunto [4] un imprenditore commerciale che imponeva ai suoi dipendenti di vendere merci in nero.

Qui, il nocciolo della questione stava proprio nell’ammontare dell’imposta evasa, che era frutto di un accertamento presuntivo: la Guardia di Finanza prima, e l’Agenzia delle Entrate poi, avevano determinato il prezzo delle merci cedute in nero applicando la percentuale di ricarico medio ponderato che risultava dalle cessioni fiscalmente contabilizzate nel triennio precedente a quello oggetto di indagine.

Il ragionamento presuntivo sta nel fatto che si è ritenuto che le cessioni non fatturate fossero state eseguite allo stesso prezzo delle operazioni fatturate, senza diminuzioni o sconti.

Da qui si era arrivati al superamento delle soglie di punibilità: l’omessa annotazione dei ricavi conseguiti, infatti, assume rilevanza penale solo quando l’imposta evasa è superiore, per ciascun anno, a 150mila euro e la base imponibile sottratta all’imposizione è maggiore del 10% dell’ammontare degli elementi attivi riportati in dichiarazione o comunque superiore a 3 milioni di euro.

Il contribuente accertato si era difeso in giudizio sostenendo l’opinabilità e l’erroneità del metodo presuntivo applicato dall’Amministrazione e, dunque, l’assenza di prova di commissione del reato contestato. La Suprema Corte ha considerato che, oltre a questa presunzione, c’erano anche le testimonianze dei dipendenti ai quali era stato ordinato di vendere i prodotti senza fattura ed anche di alterare la contabilità di magazzino.

Vendite in nero: come si calcola l’ammontare dell’evasione

Per calcolare l’ammontare dei ricavi sottratti a tassazione e della conseguente imposta evasa, le presunzioni sono state valorizzate perché agganciate alla prova raggiunta sul fatto base, quello dell’avvenuta vendita in evasione, compiuta in modo sistematico: «fatti obiettivi» che dimostravano «il ricorso massivo e diffuso a vendite senza contabilizzazione e fatturazione», sui quali si è poggiata la determinazione del calcolo, avvenuta non in modo ipotetico ma con il metodo logico-presuntivo dell’applicazione del ricarico medio, trasposto dai beni venduti con fattura a quelli ceduti in evasione d’imposta.

Si può concludere, quindi, osservando che i giudici di legittimità sono ormai orientati ad ammettere la possibilità di utilizzare le presunzioni tributarie nel processo penale, a condizione che esse siano gravi, precise e concordanti ed appoggiate su altri elementi dotati di capacità probatoria, in modo da risultare debitamente riscontrate attraverso di essi; la loro operatività è dunque riconosciuta, ma è limitata.

Per conoscere meglio i casi in cui scatta il penale leggi anche l’articolo: “Quando l’evasione fiscale diventa reato“.


note

[1] Art. 2729 Cod. civ.

[2] Cass. sent. n. 36915/20 del 22 dicembre 2020.

[3] Cass. ord. n. 1290/21 del 14 gennaio 2021.

[4] Art. 4 D.Lgs. n. 74/2000.


Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non hanno ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube