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Risarcimento danni per la durata dei processi

28 Aprile 2021 | Autore: Ivana Consolo
Risarcimento danni per la durata dei processi

La ragionevole durata del processo nella Costituzione e nella normativa europea: la procedura per chiedere un’equa riparazione in caso di violazione di tale principio.

L’Italia detiene un primato di cui non si può essere particolarmente fieri: è il Paese in cui i procedimenti giudiziari, sia essi penali o civili, durano più a lungo. Ciò rappresenta un fattore negativo non tanto e non solo per il corretto funzionamento del “sistema giustizia” nel suo complesso, ma anche perché scoraggia fortemente qualsiasi investimento straniero. Chi vorrebbe, difatti, investire un Paese in cui servono oltre 6 mesi (ben che vada) per ottenere un semplice decreto ingiuntivo? In questo articolo, ci soffermeremo su questa annosa questione.

Se anche tu hai in corso una causa che dura già da molto tempo, potresti trovare interessante sapere che esiste il diritto al risarcimento danni per la durata dei processi. Se non conosci la normativa che prevede tale possibilità, qui troverai ogni informazione utile: ti verrà illustrata la disciplina di riferimento e la procedura da seguire per chiedere ed ottenere la cosiddetta equa riparazione.

Ragionevole durata del processo: i principi costituzionali ed europei

Il principio della ragionevole durata del processo, trova innanzitutto cittadinanza all’interno della nostra Carta Costituzionale ove, nel dare una definizione di giusto processo, si contemplano nozioni essenziali quali: il contraddittorio tra le parti (ovvero la possibilità che ciascuna della parti in causa, in eguale misura, possa adeguatamente difendere e far valere le proprie posizioni); l’imparzialità del giudice (ovvero la garanzia che il giudice sia un soggetto assolutamente neutro ed equidistante da tutte le parti in causa); ed appunto la durata ragionevole di ogni procedimento [1].

Ma è soprattutto a livello sovranazionale che il principio della ragionevole durata del processo ha trovato da sempre grande attenzione. Sin dal 1948, anno in cui viene varata la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo [2] si affaccia sul panorama giuridico la concezione secondo cui la ragionevole durata del processo è principio strettamente connaturato alla fondamentale nozione di uguaglianza [3].

Nel 1966, viene realizzato il Patto internazionale sui diritti civili e politici, ove si fa espressa menzione alla necessità che ogni individuo debba essere giudicato senza eccessivo ritardo [4]. Si giunge poi alla normativa europea, che più di tutte punta sull’assoluta essenzialità dell’osservanza del principio in esame.

La Carta di Nizza del 2000 contempla al suo interno principi più o meno identici a quelli della nostra Costituzione [5] così come la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali [6]; difatti anche qui il contraddittorio, l’imparzialità del giudice e la giusta durata di ogni procedimento giudiziario che possa coinvolgere ogni cittadino europeo, vengono qualificati come principi pregnanti di ogni Stato di diritto e come diritti fondamentali dell’uomo.

Ma quale significato assume la circostanza che a livello europeo si contempli a più riprese il principio della ragionevole durata del processo? Ebbene, il significato sta tutto nel valore rilevante che la normativa europea assume all’interno degli ordinamenti giuridici di tutti gli Stati membri dell’UE.

Forse non lo sai, ma ciò che viene disciplinato a livello europeo, le norme, le leggi, i documenti ufficiali che vengono adottati e firmati in UE, assumono un diretto e ineludibile valore all’interno del nostro ordinamento. La legge italiana, viene quasi ad essere subordinata alla legge europea e se l’Italia non si conforma e non rispetta la normativa UE, può andare incontro a sanzioni molto pesanti.

Hai mai sentito parlare delle procedure di infrazione? Bene, esse sono esattamente delle procedure che sfociano in sanzioni economiche alquanto gravose ai danni di quegli Stati membri che non obbediscono ai principi elaborati a livello comunitario.

E qui arriviamo al dunque. Ti chiederai: se l’Italia ha da sempre un annoso problema con la durata dei processi e l’Europa ha sancito in documenti di enorme rilevanza la necessità di osservare il principio della ragionevole durata dei processi, come si tengono insieme questi due aspetti? La tua domanda è assolutamente legittima ed è importante che tu sappia che il nostro Paese, a più riprese, è stato formalmente richiamato al rispetto del principio di cui si sta parlando. Ecco perché, arrivati ad un certo punto, il nostro legislatore si è ritrovato nella condizione di dover adottare una normativa in grado di “neutralizzare” in qualche misura le conseguenze negative derivanti dall’incapacità dell’Italia a ridimensionare la durata dei processi; il tutto sempre e comunque dietro ad input ben precisi provenienti dall’UE.

Difatti, la Convenzione europea ha imposto agli Stati membri di provvedere a dotarsi di sistemi normativi in grado di contemplare il diritto alla corresponsione di un’adeguata ed equa riparazione in favore di ogni cittadino che si trovi ad essere suo malgrado coinvolto in cause dalla durata eccessiva [7]. Posti quindi i principi generali a cui attenersi, l’Europa ha invitato e sollecitato gli Stati membri a recepire queste sue linee guida e l’Italia ha ovviamente dovuto ottemperare.

Nei paragrafi che seguono, ti illustreremo la normativa con cui l’Italia si è adeguata ai principi UE e, ovviamente, la procedura da seguire nel caso in cui ti dovessi trovare nella condizione di dover chiedere il risarcimento da eccessiva durata del processo.

Legge Pinto: cos’è e cosa prevede?

Nel 2001 il legislatore italiano introduce nel nostro ordinamento la cosiddetta “legge Pinto“, dal nome del senatore Michele Pinto che ne fu l’estensore [8]. La legge Pinto rappresenta il modo con cui l’Italia, che infinite volte era stata condannata dalla Corte Europea di Giustizia per l’eccessiva durata dei giudizi, ha dato pieno recepimento ai principi della Convenzione europea in tema di ragionevole durata dei processi.

Alla luce di tale complesso normativo, il cittadino che abbia dovuto sopportare le conseguenze derivanti dall’eccessiva durata di una causa che ha intrapreso, o in cui sia stato coinvolto, ha il diritto di chiedere ed ottenere un risarcimento per il danno patrimoniale e non patrimoniale patito.

Qui occorre fare subito alcune precisazioni: anzitutto, perché si ritiene che un cittadino possa subire danni patrimoniali da una causa che duri troppo a lungo? La risposta è presto data. Se hai avuto la “disavventura” di dover attendere anni prima che venisse emessa una sentenza che mettesse fine al tuo processo, sai perfettamente che, stare in giudizio per molto tempo, significa dover sostenere costi alquanto ingenti. Gli avvocati “costano”, le spese vive sono tante (marche da bollo, copie, notifiche etc.), possono esserci costi aggiuntivi per eventuali perizie e via dicendo.

Pertanto, non è del tutto impossibile dimostrare che, più una causa si protrae nel tempo, più si accrescono i costi vari ed eventuali che ricadono sul cittadino. Dunque, è ragionevole prevedere il diritto al risarcimento di un danno patrimoniale.

Perché vi è anche la previsione del risarcimento per danno non patrimoniale? Anche qui la risposta può essere assolutamente agevole. Se difatti tu o un tuo conoscente avete dovuto sopportare anni ed anni di giudizio, siete perfettamente consapevoli dell’enorme stress emotivo che ciò comporta.

Ogni udienza rappresenta un complesso di stati d’animo di vario genere (soprattutto in sede penale); ogni evento inter-processuale (negativo o positivo) costituisce delusione o soddisfo di aspettative; ogni provvedimento adottato dal giudice può cambiarti la vita o stravolgere i tuoi interessi o i tuoi progetti. Insomma, un processo, rappresenta un evento che impatta in modo considerevole sulla vita di un soggetto. Ecco perché il protrarsi oltre misura di tale complessa situazione, deve dare diritto ad un adeguato ristoro morale.

Chiarita quindi la ragione per cui è stato previsto un risarcimento ad ampio spettro, occorre ora capire se e quando compete il diritto ad essere risarciti.

A vario titolo, sei stato coinvolto in un procedimento civile di primo grado durato ben 6 anni. Hai diritto al risarcimento previsto dalla legge Pinto? Ebbene, sì.

Un tuo vicino di casa che è stato parte in un giudizio civile di primo grado che si è concluso in 3 anni esatti. A lui spetterà l’equo indennizzo? La risposta è no.

Perché questa differenza? Perché la legge Pinto ha disciplinato esattamente quanto debba essere il tempo oltre il quale si sconfina nell’irragionevole durata. Secondo il dettato normativo, infatti, un giudizio di primo grado non può eccedere i 3 anni di durata; in secondo grado non si possono superare i 2 anni; e nel terzo e definitivo grado di giudizio occorre non andare oltre 1 anno [9].

Tornando quindi alle domande di cui sopra, tu hai diritto al risarcimento (giudizio di primo grado che ha superato i 3 anni di durata) ed il tuo vicino di casa no (giudizio di primo grado conclusosi nei 3 anni).

A questo punto, occorre capire cosa tu debba fare per chiedere ed ottenere il risarcimento che ti spetta.

Come fare ricorso per ottenere il risarcimento da eccessiva durata del processo?

Hai intrapreso dinanzi al tribunale una causa civile in primo grado, perché avevi subito un danno da infiltrazione in condominio. La causa è durata 6 anni, in quanto ci sono state perizie e contro perizie, lungaggini dovute ad avvicendamento di giudici, rinvii successivi per mancate comparizioni di testimoni.

Dopo 6 anni, finalmente la causa si conclude, ma tu hai sentito dire che avresti la possibilità di avvalerti della legge Pinto, e cioè di ottenere un risarcimento per l’eccessiva durata del tuo procedimento.

Cosa devi fare? Ebbene, al fine di ottenere la cosiddetta equa riparazione, devi anzitutto attendere che la sentenza che ha deciso il tuo giudizio sia divenuta definitiva. Una sentenza diviene definitiva quando non è più appellabile, cioè quando le parti non hanno più la possibilità di rivolgersi al giudice di grado superiore per tentare di ottenere un provvedimento differente (in peggio o in meglio).

Il termine oltre il quale ciò avviene, è diverso a seconda che la sentenza sia stata o meno notificata (ovvero portata formalmente a conoscenza con produzione di effetti/conseguenze legali) all’altra parte in causa. Se vi è stata la notifica, la sentenza civile diverrà definitiva decorsi 30 giorni dalla stessa (i giorni sono 60 per eventuale ricorso in Cassazione), altrimenti decorsi 6 mesi sempre dalla notifica.

Una volta che vi è quindi la certezza che la sentenza sia divenuta definitiva, occorre reperire tutta la documentazione relativa al procedimento che si ritiene durato troppo a lungo. Dovrai quindi accedere alle cancellerie o agli archivi del tribunale, recuperare il fascicolo, e chiedere che ti vengano rilasciate le copie conformi all’originale (ovvero fotocopie con valore eguale agli originali dei documenti per l’effetto di apposizione di timbri con funzione di autentica da parte della cancelleria) di tutta la documentazione utile a ricostruire il procedimento (atti giudiziari, verbali di causa, provvedimenti del giudice).

Fatto ciò, dovrai rivolgerti al tuo legale di fiducia affinché predisponga un ricorso (entro e non oltre il termine di 6 mesi dal momento in cui la sentenza è divenuta definitiva) in cui si argomenterà circa la durata eccessiva del procedimento (adducendo a sostegno di tale tesi anche eventuali atteggiamenti dilatori di giudici, avvocati, o parti in causa) e si chiederà che tu venga risarcito per i danni patrimoniali e morali che la lungaggine giudiziaria ti ha comportato, il tutto in ossequio alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.

Il ricorso verrà depositato presso il giudice competente, che viene identificato dalla legge Pinto [10] nella persona del Presidente della Corte d’Appello del distretto in cui ha sede il giudice che ha deciso il procedimento durato troppo a lungo.

La controparte (cioè l’altra parte in causa) sarà invece il ministero della Giustizia nella stragrande maggioranze dei casi; in caso di lungaggine di un processo militare vi sarà come controparte il Ministero della Difesa; in caso di eccessiva durata di un procedimento tributario la controparte sarà il ministero dell’Economia e delle Finanze.

Il giudice competente valuterà gli atti e, se riterrà fondato il ricorso, emetterà un provvedimento con cui liquiderà l’importo riconosciuto a titolo di risarcimento. La legge prevede che si debba riconoscere una somma non inferiore ad Euro 400,00 e non superiore ad Euro 800,00 per ogni anno di ritardo (o per ogni frazione di anno superiore a 6 mesi) [11].

Esemplificando: la tua causa è durata 3 anni in più rispetto al termine ragionevole; pertanto avrai diritto a ricevere una somma compresa tra i 400 e gli 800 Euro per ogni anno di ritardo. Se il giudice quantifica l’importo nella misura minima (400 Euro), il tuo risarcimento complessivo sarà pari ad Euro 1.200,00 (400 Euro x 3 anni).

Munito di provvedimento, il tuo avvocato provvederà a notificare (entro 30 giorni) il tutto al Ministero, che a questo punto avrà la possibilità di fare opposizione, con ciò avviando un vero e proprio giudizio. Se invece il Ministero non si oppone, allora dovrà soltanto erogare le somme entro il termine di 6 mesi dalla presentazione delle dichiarazioni per il pagamento.

Tuttavia, spesso e volentieri il pagamento tarda ad arrivare per inadempienze del Ministero; ecco perché si è soliti ricorrere al Tar (Tribunale amministrativo regionale) al fine di avviare il cosiddetto giudizio di ottemperanza. Trattasi di un peculiare procedimento, alquanto agevole e veloce, che si conclude con un provvedimento che intima categoricamente al Ministero – anche attraverso la nomina di un commissario ad acta, cioè un soggetto facente parte del personale del Ministero autorizzato e delegato a seguire da vicino la questione ed a portarla a buon fine – di provvedere senza indugio al risarcimento.

Ultimamente, sono stati avviati accordi tra Stato e Banca d’Italia al fine di procedere più velocemente al pagamento delle eque riparazioni e pare che le procedure siano divenute decisamente molto più agevoli.

Questa sin qui illustrata è la procedura delineata dalla Legge Pinto. Numerosissimi sono i ricorsi che ogni anno vengono promossi, ed elevati sono gli importi che ogni anno lo Stato paga a titolo di equo indennizzo.

Potresti a questo punto porti un’ultima domanda: non è a dir poco strano avviare un procedimento particolare per ovviare ai difetti di tutti gli altri procedimenti? Indubbiamente sì, ma può rassicurarti sapere che l’equa riparazione è un pagamento sicuro, trattasi di danari che arrivano senza alcun dubbio (comprensivi di interessi maturati) nelle tue tasche. Non avverrà mai che il tuo risarcimento rimanga inevaso. Certo, basterebbe metter mano ad una seria e performante riforma della giustizia ed ogni problema verrebbe definitivamente risolto alla radice. Ma fintanto che ciò non si farà, è importante che il cittadino sappia dell’esistenza di tale normativa, sappia che ha dei diritti ben precisi e sappia cosa e come fare per farli valere.



Di Ivana Consolo

note

[1] Art. 111 Cost.

[2] Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948.

[3] Art. 10 Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

[4] Art. 14 Patto internazionale dei diritti civili e politici.

[5] Art. 47 Carta di Nizza del 2000.

[6] Art. 6 Convenzione europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.

[7] Art. 13 Convenzione europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.

[8] L. n. 89 del 2001 nota come Legge Pinto.

[9] Art. 2 co. 2 bis L. Pinto.

[10] Art. 3 co. 1 L. Pinto.

[11] Art. 2 bis L. Pinto.


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1 Commento

  1. Vabbé..io ho una causa civile in corso che si protrae dal 2011, udienze rimandate di sei mesi in sei mesi, cambio di giudice, di avvocati etc….. Quindi, già devo pagare l’avvocato per questa causa poi lo devo pagare per avere 400 euro di rimborso per ogni anno ed inoltre non si sa quando arriveranno questi soldi. Insomma, il gioco non vale la candela. E le istituzioni sono felici e contente.

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