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Conservazione degli alimenti: cosa dice la legge?

18 Gennaio 2021 | Autore:
Conservazione degli alimenti: cosa dice la legge?

Un prontuario per capire quando un alimento è da considerarsi in stato di cattiva conservazione per la legge penale e le conseguenze legali in caso di commercializzazione.

Il cattivo stato di conservazione degli alimenti è un pericolo ancora diffuso nella moderna sicurezza alimentare. Potranno risultare utili, quindi, brevi istruzioni per l’uso legale della materia. Quello di cui si parla, infatti, è una sorta di incubo per tutti gli attori della filiera alimentare, anche se da opposti punti di vista: consumatori da una parte, produttori, distributori e venditori dall’altra. Per i primi perché significa rischio per la propria salute, per i secondi perché è sinonimo di rischi di sanzioni, anche pesanti, per loro e per la loro azienda. Sanzioni amministrative ma anche penali – le più gravi, come si sa – perché lo stato di cattiva conservazione degli alimenti è il cuore di alcuni reati previsti e puniti dal nostro ordinamento.

Quando si tratta di un tema spinoso e generale come questo, è sempre bene che tutti, da qualunque lato del tavolo stiano, conoscano almeno gli elementi di base; ossia, nel nostro caso, le nozioni legali fondamentali.

Cosa dice la legge sulla conservazione degli alimenti? A seguire, analizzeremo una questione che tanto ha fatto discutere: il rapporto tra stato di cattiva conservazione e superamento del termine di scadenza di un alimento.

In sostanza, il superamento di quel termine per la legge penale significa automaticamente uno stato di cattiva conservazione? Prima di rispondere, è necessaria una precisazione preliminare: non bisogna confondere termine minimo di conservazione (TMC) con data di scadenza.

Cos’è il termine minimo di conservazione?

Il termine minimo di conservazione è la data fino alla quale il prodotto alimentare conserva le sue proprietà specifiche in adeguate condizioni di conservazione. Di regola, la sua determinazione spetta al produttore o al confezionatore. Esso è apposto sotto la loro diretta responsabilità.

Il TMC dev’essere indicato con la dicitura “da consumarsi preferibilmente entro il”, se la data indica il giorno, il mese e l’anno (ad esempio, “entro il 15 gennaio 2021”), oppure “da consumarsi preferibilmente entro fine” negli altri casi.

Il TMC è sostituito dalla data di scadenza nel caso di prodotti alimentari preimballati molto deperibili, dunque fragili dal punto di vista microbiologico e che, quindi, dopo un breve periodo potrebbero costituire un pericolo immediato per la salute.

La data di scadenza

La data di scadenza dev’essere indicata utilizzando la locuzione “da consumare entro”, seguita dalla data stessa. Essa è espressa con l’indicazione, nell’ordine e in forma chiara, del giorno, del mese ed eventualmente dell’anno.

Superamento scadenza e stato di cattiva conservazione

Poste queste puntualizzazioni, si può dare una risposta alla domanda da cui si è partiti: il mero superamento della data di scadenza, e ancora più del TMC, per la legge penale non costituisce automaticamente stato di cattiva conservazione

Lo ha affermato più volte la stessa Corte di Cassazione in maniera perentoria: la commercializzazione di prodotti alimentari confezionati, per i quali sia prescritta l’indicazione “da consumarsi entro il…”, “ o ancor più quella “da consumarsi preferibilmente entro il…”,  non integra, ove la data sia superata, alcuna ipotesi di reato, ma solo un illecito amministrativo, a meno che non sia accertato in concreto lo stato di cattiva conservazione delle sostanze alimentari.

Questo principio, per esempio, fu sancito dalla Suprema Corte in un procedimento a carico di un commerciante che aveva posto in vendita, oltre la data di scadenza, quattro confezioni di latte in cattivo stato conservazione.

Questo non vuol dire certo che vendere un prodotto alimentare scaduto sia lecito, perché secondo un decreto legislativo del 2017 questo fatto comporta comunque la sanzione amministrativa pecuniaria del pagamento di una somma da 5.000 Euro a 40.000 Euro.

Occhio alla scadenza, quindi, per consumatori e venditori.



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