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Nomina amministratore di sostegno: come opporsi?

23 Gennaio 2021
Nomina amministratore di sostegno: come opporsi?

Il giudice ha nominato un amministratore di sostegno per mio padre scegliendolo tra persone esterne alla famiglia, revocando da tale incarico mio fratello che aveva consegnato in ritardo i resoconti. La revoca è stata favorita dal ricorso proposto dall’altro fratello.

Mio padre (il beneficiario), capace di intendere e di volere, non vuole che l’amministratore di sostegno sia persona diversa da uno dei familiari. Cosa fare?

Il beneficiario potrebbe chiedere al giudice di essere sentito affinché l’incarico di amministratore di sostegno sia affidato a un familiare o ad altra persona di fiducia. Se egli, infatti, è pienamente capace di intendere e di volere, il giudice dovrà concedergli audizione.

Secondo l’art. 413 cod. civ., quando il beneficiario, l’amministratore di sostegno, il pubblico ministero o uno dei parenti, ritiene che si siano determinati i presupposti per la cessazione dell’amministrazione di sostegno, o per la sostituzione dell’amministratore, rivolgono istanza motivata al giudice tutelare. Il giudice tutelare provvede con decreto motivato, acquisite le necessarie informazioni e disposti gli opportuni mezzi istruttori.

In pratica, il beneficiario può chiedere non solo il cambio dell’amministratore, ma anche che l’amministrazione di sostegno cessi del tutto. A supporto di queste ragioni, può essere addotta la volontà di procedere diversamente, magari attraverso procura generica notarile rilasciata a favore di persona di fiducia o parente. Il giudice non è tenuto ad accogliere la richiesta, ma vale la pena di tentare.

Contro il provvedimento di revoca e nuova nomina di amministratore di sostegno si può proporre reclamo entro dieci giorni dalla notifica del provvedimento. Se si è ancora nei termini, si può dunque pensare di impugnare la decisione del giudice ai sensi dell’art. 739 del codice di procedura civile innanzi alla Corte d’Appello.

Con il reclamo bisognerà sostenere le ragioni dell’amministratore revocato, dimostrando che egli ha ben adempiuto al proprio incarico. A tal proposito, è possibile avvalersi delle dichiarazioni del beneficiario e, soprattutto, dei documenti (estratti conto, scontrini, fatture, ecc.) che provano come le finanze del beneficiario siano state utilizzate solamente nel suo interesse.

Per quanto riguarda il risarcimento dei danni, per ottenerlo occorre dimostrare in tribunale (in apposita causa, diversa dal reclamo contro la decisione del giudice tutelare) il danno patito. Si tratta di obiettivo non facile da raggiungere perché l’azione di risarcimento danni andrebbe intrapresa non tanto contro colui che ha fatto ricorso, bensì contro il giudice che avrebbe causato, con la sua decisione, il danno.

Quest’ultimo aspetto, tuttavia, è molto difficile da dimostrare; occorrerebbe provare la colpa grave oppure il dolo del giudice, cioè la sua malafede. Secondo la legge italiana, infatti, il giudice è civilmente responsabile quando nell’esercizio delle sue funzioni:

  • pone in essere un comportamento, ovvero adotta un atto o un provvedimento giudiziario illecito con dolo o colpa grave;
  • rifiuta, omette o ritarda il compimento di uno o più atti del suo ufficio (diniego di giustizia).

L’azione di risarcimento danni andrebbe dunque intrapresa contro il giudice colpevole, alle condizioni suddette. Inoltre, il risarcimento spetta solamente se si prova non solo l’ingiustizia del provvedimento, ma anche l’effettivo pregiudizio patito.

Tirando le fila di quanto detto sinora:

  1. contro il provvedimento ingiusto del giudice tutelare, è possibile proporre reclamo alla Corte d’Appello entro dieci giorni dalla notifica della decisione;
  2. se i termini per proporre reclamo sono spirati, è possibile proporre nuova istanza (auspicabilmente da parte del beneficiario) con cui chiedere al giudice di rivedere la sua decisione;
  3. per quanto riguarda la possibile azione di risarcimento danni, essa andrebbe intrapresa contro il magistrato per l’ingiusto provvedimento, ma solo se si dimostra la colpa grave (che consiste in un errore macroscopico, ad esempio nel valutare la documentazione prodotta) o il dolo, e sempre che vi sia stato un pregiudizio economico. È appena il caso di precisare che l’azione per la responsabilità civile di un giudice va intrapresa contro lo Stato e, nello specifico, contro il Consiglio dei ministri, il quale poi si rivale sul magistrato colpevole.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Mariano Acquaviva



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