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Risarcimento danno da gravidanza non interrotta

20 Gennaio 2021 | Autore:
Risarcimento danno da gravidanza non interrotta

Il medico deve informare la gestante sulle malformazioni fetali che potrebbero comportare rischi alla salute e così legittimare l’aborto terapeutico.

La gravidanza è un evento che genera apprensione. Per tutta la sua durata, la gestante si sottopone ad esami, visite ginecologiche e tracciati in modo da monitorare costantemente il suo stato di salute e quello del feto che porta in grembo.

Purtroppo, le cose non vanno sempre come sperato e non approdano ad una lieta nascita. Alcune gravidanze si concludono tristemente con la morte del nascituro e, talvolta, della stessa partoriente. In tali casi, si pone con drammatica evidenza il problema della responsabilità medica per l’evento infausto. Così come, all’opposto, si verifica il caso della nascita di un neonato affetto da gravi malformazioni che non erano state diagnosticate.

In questo articolo, ci occuperemo del danno da gravidanza non interrotta da un aborto e dei casi in cui si configura la responsabilità del sanitario per non aver adempiuto i suoi obblighi informativi verso la paziente.

Cosa sarebbe accaduto se il medico avesse informato la donna della presenza di malformazioni fetali? La madre avrebbe potuto scegliere di interrompere la gravidanza ricorrendo all’aborto, anche se tardivo? E come provare, a posteriori, questa volontà ipotetica riguardo a cosa avrebbe deciso se avesse conosciuto le anomalie fetali ed i rischi per la salute? Su questi temi è arrivata una nuova sentenza della Cassazione che fornisce importanti risposte.

L’interruzione volontaria di gravidanza (aborto)

La legge [1] pone precise condizioni alla possibilità di praticare l’aborto. Entro i primi 90 giorni, la gravidanza può essere volontariamente interrotta se c’è un serio pericolo per la salute fisica o psichica della donna, se le sue condizioni economiche o sociali sono disagiate o se si prevedono anomalie o malformazioni del concepito.

L’aborto tardivo o terapeutico

Successivamente, cioè dopo i 90 giorni dal concepimento, è ancora consentito praticare l’interruzione volontaria di gravidanza, ma i limiti posti dalla legge sono molto più stringenti.

Per abortire occorre che vi sia, durante la gravidanza o per il previsto parto, un serio pericolo di vita della donna oppure che venga diagnosticata l’impossibilità di vita autonoma del feto o una patologia che possa comportare un grave danno alla salute della madre.

Per approfondire i casi in cui è consentito ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza leggi l’articolo “Quando si può abortire“.

Le malformazioni del nascituro e il pericolo per la donna

L’aborto tardivo comprende, tra le condizioni di praticabilità definite dalla legge [2], anche il caso in cui «siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna».

Il medico ginecologo, e gli altri sanitari curanti coinvolti nel processo diagnostico e terapeutico, hanno il dovere professionale di rilevare tempestivamente la presenza di queste eventuali malformazioni monitorando lo stato di salute del feto e della gestante.

L’obbligo di informazione del medico

Da questo dovere scaturisce però non solo l’obbligo di prestare le cure necessarie a seconda dei casi, ma anche un preciso obbligo di informazione del medico alla donna, affinché ella possa valutare se abortire in presenza delle necessarie condizioni di legge.

È evidente che la mancata diagnosi di una malformazione o di un’altra anomalia fetale, o comunque la sua omessa comunicazione alla madre, le impedisce la scelta consapevole di abortire o meno. E se il parto presentasse dei gravi rischi o comunque il neonato venisse alla luce non sano, vi sarebbero rilevanti danni biologici alla madre e al bambino stesso, con conseguenze patrimoniali risarcibili.

La responsabilità del medico per il risarcimento dei danni

In tali casi, si prospetta appunto una responsabilità risarcitoria del medico per tutti i danni che conseguono a tale mancata informazione, quando essa sia dovuta a colpa professionale.

Con una recentissima sentenza, la Corte di Cassazione [3] ha affermato che il medico che non informa la gestante dei rischi di malformazioni fetali collegati ad una patologia (del feto stesso o della gestante) può essere chiamato a risarcire i danni derivanti dalla mancata interruzione della gravidanza.

Ma la donna è tenuta a dimostrare che, ove fosse stata informata del rischio, avrebbe abortito per evitare un pregiudizio alla sua salute psichica o fisica. Rimane comunque la responsabilità sanitaria anche in caso di mancato ricorso all’interruzione di gravidanza, per il trauma provocato ai genitori ed ai parenti stretti dall’avvenuta nascita di un bambino malformato.

La prova della malformazione e della patologia

Il caso deciso dalla Cassazione ha riguardato un mancato aborto terapeutico di una donna, giunta alla 22° settimana di gravidanza (dunque, entrata nel sesto mese), che aveva contratto un’infezione da citomegalovirus.

A tale riguardo, la Suprema Corte ha affermato che per praticare legittimamente l’interruzione di gravidanza non è necessario che «l’anomalia o la malformazione si sia già prodotta e risulti strumentalmente o clinicamente accertata»; occorre soltanto che la gestante «sappia di aver contratto una patologia atta a produrre, con apprezzabile grado di probabilità, anomalie o malformazioni del feto».

L’omessa informazione da parte del medico: conseguenze

In questa condizione, il medico era tenuto ad informare la gestante dell’insorgenza di tale patologia e dei conseguenti rischi per la sua salute. L’obbligo di informazione del medico sarebbe dovuto essere completo e tempestivo, in quanto necessario per mettere la donna in condizioni di decidere se ricorrere all’aborto terapeutico.

Nel giudizio arrivato in Cassazione, la madre aveva sostenuto che il medico avrebbe dovuto rappresentarle i rischi che l’infezione avrebbe potuto determinare se si fosse trasmessa al feto, in modo da consentirle di interrompere la gravidanza. Egli però non lo aveva fatto, ritenendo che in quello stadio avanzato della gestazione non sussistessero le condizioni di praticabilità dell’aborto.

Risarcimento danni per gravidanza indesiderata

Ma i giudici di piazza Cavour hanno respinto questa decisione del ginecologo ed hanno stabilito, sotto il profilo risarcitorio, che «il medico che non informi correttamente e compiutamente la gestante dei rischi di malformazioni fetali correlate a una patologia dalla medesima contratta può essere chiamato a risarcire i danni conseguiti alla mancata interruzione della gravidanza alla quale la donna dimostri che sarebbe ricorsa a fronte di un grave pregiudizio per la sua salute fisica o psichica».

Si evidenzia che nel caso deciso, il bambino affetto da quelle malformazioni era venuto alla luce vivo, ma presentando gravissime lesioni cerebrali, comportanti un’invalidità del 100%. Dunque, alla madre è stato riconosciuto il diritto ad essere risarcita poiché a causa dell’omessa informazione da parte del medico non è stata posta in condizioni di effettuare la scelta abortiva consentita dalla legge.

Per approfondire leggi anche questi articoli:


note

[1] Artt. 4 e ss. Legge n. 194/1978.

[2] Art. 6 Legge n. 194/1978.

[3] Cass. sen. n. 653/21 del 15 gennaio 2021.

Autore immagine: canva.com/


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