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Atto di riconoscimento debito: tassazione

20 Gennaio 2021 | Autore:
Atto di riconoscimento debito: tassazione

La misura dell’imposta di registro applicabile alle scritture private di ricognizione e ammissione di crediti della controparte: aliquota fissa o proporzionale?

Se decidi di firmare una scrittura privata con la quale ammetti di avere un debito, a qualsiasi titolo, con una tua controparte devi sapere che l’occhio del Fisco è sempre dietro l’angolo e le sue mani sono pronte ad intervenire per tassare questo tuo atto.

Riconoscere un debito significa dichiarare di dovere una determinata somma di denaro ad un altro soggetto, oppure di impegnarsi a consegnargli un oggetto o ad eseguire una determinata attività in suo favore.

Questa ammissione non è un contratto, bensì una dichiarazione unilaterale; dunque non crea un nuovo obbligo, ma produce un effetto molto importante sul piano processuale: quello di dispensare il creditore dalla prova di ciò che gli devi. Gli basterà esibire davanti al giudice la dichiarazione con cui tu hai ammesso il debito nei suoi confronti per ottenere ragione.

All’atto pratico questo metodo viene usato per una serie di attività, come quella di documentare un prestito avvenuto tra familiari, o una transazione raggiunta con un fornitore sull’ammontare di un debito; talvolta anche gli avvocati ricorrono a questo strumento per quantificare d’intesa con i clienti le somme loro dovute per un complesso di prestazioni.

Ferma restando l’utilità pratica, il rovescio della medaglia sta nel fatto che quando l’atto viene utilizzato in giudizio diventa soggetto ad imposta. In questo articolo vedremo proprio qual è la tassazione di un atto di riconoscimento del debito.

Sul tema esistono interpretazioni diverse e le conseguenze sono notevoli: un conto è applicare l’imposta di registro in misura fissa di 200 euro, oppure in maniera proporzionale sul valore, ad esempio con l’aliquota dell’1% o con quella più onerosa del 3%. Leggendo troverai le possibili soluzioni e capirai anche il perché di queste differenze; la giurisprudenza è dovuta spesse volte intervenire sul punto e le risposte fornite, pur convincenti, non sono ancora dirimenti.

Il riconoscimento di debito: cos’è e a cosa serve

Il riconoscimento di debito, detto anche «ricognizione di debito», è una dichiarazione fatta da chi riconosce l’esistenza di una prestazione da dover eseguire nei confronti di un altro soggetto. Consiste, cioè, nella vera e propria ammissione di un debito ed equivale, per i debiti pecuniari, ad una promessa di pagamento nei confronti del creditore.

La legge [1] dispone che la ricognizione di debito e la promessa di pagamento dispensano il creditore dalla necessità di provare il rapporto sottostante da cui quel debito trae origine.

Così la ricognizione del debito ribalta l’onere della prova, rendendo più facile accertare il dovuto: al creditore basterà produrre in giudizio la scrittura di riconoscimento del debito per farlo ritenere esistente fino a prova contraria, senza dover dimostrare altro.

Sarà onere del debitore, a quel punto, dimostrare che il debito non c’è mai stato oppure è venuto meno, ad esempio perché estinto per prescrizione o per avvenuto pagamento.

Così una scrittura privata di riconoscimento di debito è sufficiente al creditore per ottenere un decreto ingiuntivo, cioè un ordine di pagamento emesso nei confronti del debitore, che potrà opporsi successivamente.

Non occorre che l’atto di riconoscimento di debito riporti anche la causale dell’obbligazione: se c’è, la dichiarazione si definisce “titolata” in quanto indica il contratto da cui l’obbligo è sorto, ma è sufficiente un riconoscimento “puro” dell’ammontare dovuto, senza necessità di specificare il motivo.

Ricognizione di debito e imposta di registro

La scrittura privata di riconoscimento del debito è considerata un atto di natura dichiarativa, cioè funzionale ad accertare diritti già esistenti in capo alle parti e non a crearli o a cederli (a ciò invece servono gli atti costitutivi, come un rogito notarile di trasferimento di proprietà di un immobile).

L’aliquota applicabile sugli atti dichiarativi

Questa qualificazione (che come vedrai tra poco non è accettata da tutti) è fondamentale perché da essa deriva il regime di tassazione applicabile: ai fini dell’imposta di registro [2] tutti gli «atti di natura dichiarativa relativi a beni o rapporti di qualsiasi natura» sono soggetti all’aliquota proporzionale dell’1% sul valore del debito riconosciuto [3].

Questo non significa che tale tassazione sostituisca quella relativa all’atto sottostante, cioè del rapporto tra le parti dal quale il debito è scaturito: potrà trattarsi di una cessione di beni o di una prestazione di servizi e in tal caso sarà imponibile Iva se ve ne sono i presupposti (ma come spiegheremo tra poco c’è anche l’alternatività tra Iva ed imposta di registro).

In ogni caso i proventi percepiti dal debito onorato andranno tassati in quanto costituenti reddito. Il riconoscimento di debito, quindi, è soggetto ad una tassazione propria, che non esime dal pagamento delle imposte dovute sulla base imponibile del contratto sottostante.

Va sottolineato che la ricognizione di debito è considerata ai fini fiscali come un atto privo di contenuto patrimoniale: essa infatti non comporta un arricchimento del soggetto in favore del quale viene rilasciata, ma semplicemente “fotografa” una situazione di un credito già sorto ed esistente; perciò viene sottoposta a tassazione come atto, e non come prodotto di ricchezza o incremento di reddito.

Il presupposto impositivo sorge «in caso d’uso», cioè nel momento in cui la dichiarazione scritta viene utilizzata producendola all’autorità giudiziaria davanti alla quale si vuol far valere l’esistenza del debito della controparte.

Tassazione della ricognizione di debito in caso di decreto ingiuntivo

Nel caso di emissione di decreto ingiuntivo, la tassazione autonoma della ricognizione di debito con l’imposta di registro  – ad aliquota dell’1% o in misura fissa, in base alle interpretazioni possibili che ti spiegheremo nel prosieguo – rimane ferma anche a prescindere dall’imposta di registro già dovuta per questo atto giudiziario, che rimane soggetto alla propria imposizione fiscale (per approfondire questo aspetto leggi l’articolo “Tassazione atti giudiziari: ecco chi paga“).

Tassazione riconoscimento del debito: i problemi aperti

Sulla determinazione dell’aliquota applicabile sono sorte in giurisprudenza alcune divergenze. In un caso la Corte di Cassazione [4], ferme restando le premesse sulla natura «puramente dichiarativa» dell’atto, ha ritenuto che non può applicarsi l’aliquota del 3% sul valore della scrittura, che riguarda gli atti aventi ad oggetto prestazioni patrimoniali (e come abbiamo visto la ricognizione di debito non lo è), ma la parte della tariffa [5] che prevede l’imposta in misura fissa di 200 euro.

Questa pronuncia, però, è rimasta isolata ed altre sentenze hanno equiparato la tassazione della ricognizione del debito a quella di una quietanza [6], soggetta all’aliquota proporzionale dello 0,5%.

Tassazione sul riconoscimento del debito: la soluzione preferibile

La basilare qualificazione dell’atto come di natura dichiarativa, e non patrimoniale, però, sembra far propendere verso la correttezza dell’interpretazione sopra riportata, cioè quella della tassazione con l’aliquota dell1%.

Verso questa soluzione si sta orientando ora anche la Corte di Cassazione [7] sia pure con alcuni distinguo e senza aver raggiunto un orientamento consolidato.

Imposta di registro su ricognizione del debito: ultime sentenze

A queste conclusioni è giunta ora anche una nuova sentenza della Commissione Tributaria Regionale del Lazio [8] che ha radicalmente escluso la natura patrimoniale del riconoscimento di debito (che lo avrebbe reso soggetto all’imposta proporzionale del 3%, come pretendeva l’Agenzia delle Entrate) ed ha sottolineato che l’ammissione del debito non consente, di per sé sola, la rilevazione di una nuova capacità contributiva da sottoporre a tassazione, ma si limita a confermare un’obbligazione pregressa e già esistente (nel caso deciso si trattava di assegni).

Ma gli stessi giudici laziali poco tempo fa in un’altra sentenza [9] avevano applicato il diverso principio al quale abbiamo prima accennato, secondo cui la ricognizione del debito è assoggettata ad imposta di registro in misura fissa, e non proporzionale.

Anche la Corte di Cassazione [10] – però in un caso riguardante prestazioni di servizi assoggettate ad Iva, che è alternativa all’imposta di registro [11] – è recentemente intervenuta ed ha stabilito che l’imposta di registro dovuta sul decreto ingiuntivo deve applicarsi in misura proporzionale sulle somme di cui è stato ingiunto il pagamento ed in misura fissa sull’atto di riconoscimento del debito.

Di fronte a questa perdurante divergenza delle pronunce giurisprudenziali sul punto, si deve riconoscere che il principale problema per stabilire il tipo di tassazione applicabile al riconoscimento di debito è costituito dal fatto che la legge non stabilisce precisamente quali siano gli atti dichiarativi aventi contenuto meramente ricognitivo di una situazione preesistente e come essi si distinguano da quelli aventi contenuto patrimoniale. Risulta quindi arduo inquadrarli esattamente a fini fiscali e, come abbiamo visto, ci sono orientamenti molto difformi tra loro. La questione, dunque, rimane tuttora aperta.


note

[1] Art. 1988 Cod. civ.

[2] Art. 3 della Tariffa, parte I, allegata al D.P.R. n. 131/1986 (Testo Unico dell’Imposta di Registro).

[3] Art. 43, comma 1, lett. a), D.P.R. n. 131/1986.

[4] Cass. ord. n. 481/2018.

[5] Art. 4 della Tariffa, Parte II, allegata al D.P.R. n. 131/1986.

[6] Art. 6 della Tariffa, parte I, allegata al D.P.R. n. 131/1986.

[7] Cass. sent. n. 3379/20 del 12 febbraio 2020.

[8] C.T.R. Lazio, sez. 9°, sent. n. 3/2021 del 4 gennaio 2021.

[9] C.T.R. Lazio, sent. n. 2897/20 del 8 ottobre 2020.

[10] Cass. sent. n. 12527/20 del 2 luglio 2020.

[11] Art. 40 D.P.R. n.131/1986.


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