Donna e famiglia Gravidanza non voluta e parto in anonimato: quali tutele per madre e bambino?

Donna e famiglia Pubblicato il 23 gennaio 2014

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La donna che aspetta un bambino e, al momento del parto, non intende riconoscere il proprio figlio ha diritto a veder garantito l’anonimato e a ricevere una adeguata assistenza per compiere una scelta libera e responsabile.

La nascita di un bambino è un evento che incide sempre in modo profondo nella vita di una donna. Non è detto, però, che esso sia sempre vissuto con gioia: a volte le madri si trovano a vivere situazioni estremamente dolorose (per esempio, dovute all’abbandono, a violenze subite o all’estrema povertà). Pertanto, è necessario che, durante la gravidanza, la donna venga seguita in modo qualificato, per la tutela sua e del nascituro, onde evitare, al momento del parto, decisioni affrettate e spesso drammatiche. Non sono rari, infatti, i casi di neonati abbandonati subito dopo la nascita e ai quali, spesso, non si riesce a salvare la vita. Tali drammatiche scelte sono, il più delle volte, frutto della paura e della mancata conoscenza della normativa sul punto.

Parto anonimo: cosa prevede la legge

È bene sapere che in Italia, così come in altri Paesi del mondo, è possibile partorire in anonimato.

La nostra legge [1] assicura, infatti, piena assistenza alle partorienti, dando a queste la possibilità di lasciare il neonato in ospedale nel più totale anonimato e con la certezza che sarà al sicuro finché troverà una famiglia.

Il nome della madre – se questa è la sua volontà – rimarrà sempre segreto e sul certificato di nascita del bambino (la cui dichiarazione sarà fatta dal medico o dall’ostetrica) verrà scritto: “nato da donna che non consente di essere nominata”. 

Inoltre, anche quando il parto non avviene in ospedale, se la donna nutre diffidenza verso la garanzia offerta dall’anonimato, esiste la possibilità offerta da alcuni ospedali italiani [2] di lasciare il bambino, in completa sicurezza, in speciali culle termiche. Si tratta di culle dotate di sensori che segnalano la presenza del neonato e nelle quali i bambini possono essere lasciati in modo totalmente anonimo, nella certezza che saranno subito accuditi da personale specializzato e sottoposti alle cure necessarie.

Dunque, la struttura ospedaliera deve essere in grado – tramite tutti i suoi operatori amministrativi e socio-sanitari – di dare piena attuazione ai diritti della donna previsti dalla legge, consentendo a quest’ultima di operare una scelta libera e responsabile circa la volontà di riconoscere o meno il proprio bambino. Le si dovrà garantire, inoltre, una informazione adeguata e tempestiva, un sostegno psicologico e la garanzia di un parto protetto.

Apertura della procedura di adottabilità

Nel momento in cui la mamma dichiari la propria volontà di non voler riconoscere il bambino, la Direzione Sanitaria dovrà fare una immediata segnalazione alla Procura della Repubblica presso il Tribunale dei Minorenni.

Si aprirà, così, un procedimento di adottabilità del bambino a cui verrà data la possibilità di crescere ed essere educato da una nuova famiglia (per un approfondimento leggi l’articolo “Come adottare un bambino: l’adozione nazionale”).

Se, tuttavia, la madre non può riconoscere il figlio per particolari motivi di carattere temporaneo [3], potrà chiedere al Tribunale per i Minorenni la sospensione della procedura per la adozione.
Tale sospensione, tuttavia, può essere consentita per un periodo massimo di due mesi, nel quali, però, la donna deve continuare a frequentare il proprio figlio con continuità.
Se l’impossibilità al riconoscimento sia dovuta solo all’età, perché la donna non abbia ancora compiuto i 16 anni, in tal caso la procedura è sospesa d’ufficio sino al compimento del 16° anno, sempre che la madre mostri di volersi prendere cura del bambino e continui ad avere con questo un rapporto continuativo.

Limiti al diritto di accesso delle informazioni

Ѐ importante, poi, sottolineare che  il figlio adottato, nato da madre che ha scelto di restare anonima, non aveva, sino a pochi mesi fa il diritto di accedere alle informazioni sulla sua famiglia biologica [4], ciò in quanto il diritto della madre alla segretezza era considerato dalla legge prevalente rispetto a quello del figlio.

Tale limite inteso in senso assoluto, tuttavia, ha trovato una recente apertura con la pronuncia di una sentenza della Corte Costituzionale [5]. In virtù di tale pronuncia, da oggi la donna sarà libera di scegliere (facoltà finora preclusale) se revocare o meno il proprio anonimato qualora il figlio abbia manifestato la volontà di conoscerla.

note

[1] Art. 30 comma 2 D.P.R 396/00.

[2] Milano,Napoli, Varese, Firenze, Parma, Padova, Roma.

[3] L’operatore che accetta la dichiarazione di nascita deve verificare che i genitori che rendono la dichiarazione siano ultrasedicenni;  in presenza di filiazione naturale che la donna sia nubile; la donna coniugata non può procedere al riconoscimento del figlio naturale a meno che non vi sia separazione consensuale o giudiziale, verbale di comparizione nel quale il giudice autorizza i coniugi a vivere separati, omologato da almeno 300 giorni antecedente la nascita.

[4]Art. 28 comma 7, l. n. 184/83 come sostituito dall’art. 177, comma 2, d.lgs. n. 196/2003 (Codice in materia di protezione dei dati personali).

[5] Corte Cost. sent. n. 278/13.

Autore immagine: 123rf.com


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