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L’amministrazione controllata

3 Maggio 2021 | Autore:
L’amministrazione controllata

Grazie ad uno strumento ad hoc l’imprenditore in difficoltà economiche poteva continuare ad operare, per un massimo di due anni, sotto il controllo del giudice e di un commissario giudiziale nominato da quest’ultimo.

La riforma delle procedure concorsuali, introdotta dal decreto legislativo n. 5 del 9 gennaio 2006, ha abrogato le norme che disciplinavano un particolare istituto previsto per le imprese che si trovavano in una temporanea incapacità di adempiere alle proprie obbligazioni e che presentavano, però, serie possibilità di ripresa. Si trattava dell’amministrazione controllata, il cui scopo consisteva nel risanare le imprese in crisi attraverso il superamento delle situazioni di insolvenza e il soddisfacimento delle pretese creditorie.

In tali casi, si preferiva ricorrere all’amministrazione controllata anziché al fallimento, che avrebbe comportato la cancellazione dell’impresa, o al concordato preventivo, grazie al quale l’impresa si sarebbe salvata con sacrificio dei creditori, in quanto i creditori venivano integralmente soddisfatti e si manteneva in vita l’impresa.

Quali erano i presupposti dell’amministrazione controllata

La procedura di amministrazione controllata prevedeva la sussistenza di specifici requisiti soggetti e oggettivi. Sotto il primo profilo l’imprenditore doveva necessariamente esercitare un’attività d’impresa commerciale. Quindi, la procedura non poteva applicarsi alle società semplici [1].

Dal punto di vista oggettivo, invece, l’imprenditore doveva trovarsi in temporanea difficoltà di adempiere le proprie obbligazioni. Inoltre, dovevano sussistere comprovate possibilità di risanamento dell’impresa.

Amministrazione controllata: le condizioni di ammissibilità

La procedura di amministrazione controllata era ricalcata sostanzialmente su quella del concordato preventivo. Infatti, le condizioni di ammissibilità erano identiche e consistevano:

  1. nell’iscrizione dell’imprenditore al registro delle imprese da almeno due anni o dall’inizio dell’attività, se questa aveva avuto una durata minore;
  2. nella regolare tenuta della contabilità per lo stesso periodo.

Altresì, l’imprenditore, nei 5 anni precedenti, non doveva essere stato dichiarato fallito o ammesso a concordato preventivo né doveva avere riportato condanne penali ostative come ad esempio per il reato di bancarotta.

Procedura di amministrazione controllata: come si svolgeva?

La domanda di ammissione alla procedura di amministrazione controllata poteva essere presentata soltanto dal debitore, ovvero dall’imprenditore commerciale, con ricorso al Tribunale del luogo in cui si trovava la sede principale dell’impresa.

Nella domanda, dovevano essere indicate le cause che avevano condotto alla temporanea difficoltà, le ragioni della proposta e un piano di risanamento. Quest’ultimo non poteva consistere semplicemente in una dismissione dei rami dell’azienda ma la loro eventuale cessione doveva inserirsi in un più ampio piano di risanamento dell’impresa finalizzato alla salvezza della stessa.

Se sussistevano concrete possibilità di superamento della crisi sulla base del piano proposto dall’imprenditore e della documentazione contabile prodotta, il tribunale ammetteva l’imprenditore alla procedura con decreto motivato.

Al contempo, nominava gli altri organi della procedura e ne fissava le regole per lo svolgimento; in particolare:

  • nominava il giudice delegato e il commissario giudiziale;
  • ordinava la convocazione dei creditori entro 30 giorni dalla data del decreto;
  • fissava il termine per il deposito delle somme necessarie per le spese della procedura.

Sulla proposta di risanamento avanzata dall’imprenditore i creditori erano chiamati a votare nel corso dell’adunanza convocata dal tribunale. Il giudice delegato decideva delle contestazioni, sollevate dal debitore o dai creditori, in ordine all’ammissione dei crediti. Il debitore doveva intervenire personalmente, salvo in caso di assoluto impedimento. I creditori potevano votare anche per lettera o telegramma.

La proposta era approvata se raccoglieva il voto favorevole della maggioranza dei creditori e se questi ultimi rappresentavano la maggioranza dei crediti.

Se erano raggiunte le maggioranze richieste, il giudice delegato nominava con decreto, un comitato di 3 o 5 creditori. Se, invece, la domanda veniva rigettata, il Tribunale dichiarava contestualmente il fallimento della società, sussistendone i presupposti.

Quali effetti produceva l’ammissione all’amministrazione controllata

Dopo la pronuncia del decreto di ammissione all’amministrazione controllata, il patrimonio dell’imprenditore restava assoggettato alla medesima procedura. La gestione dell’impresa proseguiva sotto la guida del giudice delegato e la sorveglianza del commissario giudiziale, il quale ogni 2 mesi presentava una relazione al giudice delegato sull’andamento della gestione.

Su istanza di ogni interessato o d’ufficio, il giudice delegato poteva disporre che la gestione fosse affidata in tutto o in parte al commissario giudiziale.

L’imprenditore non poteva compiere atti di straordinaria amministrazione, quali ad esempio mutui, transazioni, compromessi, alienazioni di beni immobili, cancellazione di ipoteche, accettazioni di eredità, rinunzia alle liti, senza il parere positivo del commissario giudiziale e l’autorizzazione del giudice delegato.

Per quanto atteneva i creditori, erano vietate le azioni esecutive individuali e quelle cautelari.

Quanto durava l’amministrazione controllata

La procedura di amministrazione controllata poteva durare al massimo 2 anni. Alla scadenza del termine si potevano verificare due situazioni:

  1. il risanamento aveva avuto successo e l’impresa era in grado di funzionare regolarmente. Quindi, la procedura si chiudeva e il relativo decreto veniva pubblicato;
  2. l’impresa non era in grado di far fronte alle proprie obbligazioni. Pertanto, il giudice delegato promuoveva la dichiarazione di fallimento da parte del Tribunale, fatta salva la possibilità per l’imprenditore di proporre il concordato preventivo.

In cosa consisteva la revoca dell’amministrazione controllata

La procedura di amministrazione controllata poteva anche essere revocata a seguito di segnalazione del commissario giudiziale che in occasione delle relazioni bimestrali al giudice delegato, poteva evidenziare fatti che consigliavano l’adozione di tale decisione.

La revoca poteva avvenire, altresì, a seguito di segnalazioni dei creditori o sulla base di relazioni straordinarie.

La revoca veniva pronunciata dal tribunale dopo avere valutato la sussistenza di motivi di legittimità o di convenienza che impedivano la prosecuzione della procedura. In questo caso, veniva dichiarato il fallimento o, su proposta dell’imprenditore, poteva aversi la conversione in concordato preventivo.


note

[1] Le società semplici sono caratterizzate dall’impossibilità di esercitare un’attività di impresa commerciale.


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