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Messaggio conto bloccato e telefonata della banca: la truffa

21 Gennaio 2021
Messaggio conto bloccato e telefonata della banca: la truffa

Phishing: chi riceve un falso sms da parte della banca e la telefonata di un sedicente operatore può ottenere la restituzione delle somme rubate dal conto corrente?

La potremmo chiamare la truffa del messaggio sul conto bloccato e della telefonata della banca. Si tratta, né più né meno di phishing. Ecco cosa è successo.

Una nostra lettrice ci racconta della truffa subita da parte di anonimi pirati informatici. La stessa riceveva un messaggio sul telefonino, apparentemente proveniente dalla banca, che la informava di un accesso anomalo sul proprio home banking. L’sms la invitava a cliccare su un link per accedere al proprio account e bloccare un presunto bonifico in uscita. La correntista eseguiva le istruzioni riportate sul messaggio e, poco dopo, riceveva una telefonata da un numero sconosciuto che si qualificava come operatore dell’istituto di credito in questione. Questi le dava le istruzioni da seguire per bloccare il bonifico e la tentata truffa, assicurando che tutto si sarebbe risolto in pochi minuti. Finita la telefonata, arrivava un messaggio di conferma del buon fine dell’operazione, invitando la lettrice a non accedere al conto per almeno 12 ore ed attendere per il riaccredito delle somme. Senonché tutto ciò non avveniva. Solo allora la vittima si rendeva conto che tutto ciò non era altro che una truffa tramite una strategia di phishing. 

Ci viene pertanto chiesto se, all’esito di un’operazione del genere, sia possibile ottenere dalla banca la restituzione dei soldi trafugati, visto che alla fine è stata proprio la correntista ad effettuare materialmente l’autorizzazione al bonifico.

L’orientamento della giurisprudenza è di riconoscere il diritto allo storno delle somme prelevate dai criminali informatici tramite phishing solo quando ciò è il frutto di una “falla” nel sistema informatico dell’istituto di credito. Tuttavia, è la banca a dover dimostrare che, nel caso di operazioni bancarie eseguite tramite strumenti elettronici (è appunto il caso dell’home banking), la truffa sia stata perpetrata a causa della volontà del cliente, che non ha tenuto la diligenza dovuta, e non invece a un’inefficienza della banca stessa. 

Come chiarito dalla Cassazione [1], l’istituto di credito non risponde del danno patito dal cliente solo qualora dimostri che il fatto sia attribuibile al dolo del titolare o a comportamenti talmente incauti da non poter essere fronteggiati in anticipo. Invece, quando il trafugamento delle somme dipende dall’inadeguatezza del sistema informatico, che non è stato munito dei sistemi anti-captazione dei dati del cliente, allora scatta l’obbligo della restituzione delle somme. 

L’onere della prova è della banca. Si può cioè dire che l’istituto di credito si presume responsabile fino a prova contraria. Prova che è l’istituto stesso a dover fornire.

Nel caso della lettrice, non sarà difficile per la banca, tramite la registrazione dei log di accesso al sistema di home banking, fornire la prova della negligenza della propria cliente, scaricando così su di essa ogni conseguenza del phishing. 

In ogni caso, la lettrice che non si senta soddisfatta dalla risposta della banca, potrà fare ricorso all’Abf, l’arbitro bancario e finanziario, evitando così la causa in tribunale e risparmiando le spese legali.


note

[1] Cass. sent. n. 9158/2018.


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