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Senatori a vita: chi sono e quanto guadagnano?

5 Maggio 2021 | Autore:
Senatori a vita: chi sono e quanto guadagnano?

In base a quali criteri vengono nominati? Sono obbligati ad accettare la carica? Quanti soldi costano allo Stato?

Se c’è un posto in Parlamento che chiunque vorrebbe è quello del senatore a vita. Primo, perché – almeno secondo quanto dice la Costituzione – si viene nominati per l’impegno dimostrato ad illustrare la Patria. Non è un riconoscimento da poco. E secondo, perché non c’è crisi di Governo in grado di eliminare quella carica. Gli altri vanno a casa, il senatore a vita resta dov’è. Ma i senatori a vita chi sono e quanto guadagnano? Devono o possono partecipare a tutte le sedute dell’Aula o vengono chiamati solo quando ci sono delle difficoltà coi numeri per tenere in piedi un Esecutivo, come ormai siamo abituati a vedere?

Scorrendo l’elenco di chi ha occupato la carica di senatore a vita, possiamo trovare di tutto: politici, scrittori, imprenditori, direttori d’orchestra, ricercatori, qualche premio Nobel. Tutte personalità di diversi settori dell’economia o della cultura che hanno portato in giro per il mondo con prestigio il nome dell’Italia o che hanno incarnato e promosso in modo particolarmente rilevante dei valori su cui si fonda la Repubblica.

Nomi come quelli del sacerdote e politico don Luigi Sturzo, dello scrittore Eugenio Montale, del maestro del teatro Eduardo De Filippo, dell’inimitabile avvocato Giovanni Agnelli, dell’indimenticabile scienziata Rita Levi Montalcini. E poi i politici giunti al culmine della carriera: Spadolini, Andreotti, Nenni, Fanfani, Leone (poi diventato presidente della Repubblica), solo per citarne alcuni. A cui si aggiungono, di diritto, tutti gli ex Capi di Stato.

Si tratta di una sorta di redditizia onorificenza, di «premio alla carriera», o di un invito a contribuire concretamente alla vita parlamentare del Paese? Vediamo chi sono e quanto guadagnano i senatori a vita.

Senatori a vita: chi sono?

Dice la Costituzione italiana, all’articolo 59: «Il presidente della Repubblica può nominare senatori a vita cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario. Il numero complessivo dei senatori in carica nominati dal presidente della Repubblica non può in alcun caso essere superiore a cinque».

I senatori a vita, dunque, sono delle personalità che, a giudizio del Capo dello Stato in carica, hanno avuto nella loro vita personale o professionale dei meriti tali da guadagnarsi «a vita», cioè per sempre, un posto nelle istituzioni senza essere eletti dal popolo. Non si tratta soltanto, come si diceva prima, di una specie di «premio alla carriera». Il vero significato di questa nomina sarebbe quello di dare un posto in Parlamento a chi, per le capacità dimostrate, può essere in grado di dare un importante contributo al Paese.

Come abbiamo visto, la Costituzione dice che «il numero complessivo dei senatori in carica nominati dal presidente della Repubblica non può in alcun caso essere superiore a cinque». E questo ha creato qualche confusione in passato. I presidenti Pertini e Cossiga, ad esempio, interpretarono questa frase come la possibilità di nominare ciascuno di loro cinque senatori a vita. Fu allora che ottennero la carica da parte di Pertini Leo Valiani, Eduardo De Filippo, Camilla Ravera, Calo Bo e Norberto Bobbio, mentre Cossiga scelse Giovanni Spadolini, Gianni Agnelli, Giulio Andreotti, Francesco De Martino e Paolo Emilio Taviani.

Fu chiarito successivamente che, in realtà, possono essere in carica solo cinque senatori a vita nominati dal presidente della Repubblica. Che non è la stessa cosa. Si arriva, dunque, a quel limite entro il quale oggi sono senatori a vita l’architetto Renzo Piano, il professor Mario Monti, l’imprenditrice Liliana Segre ed i ricercatori Carlo Rubbia ed Elena Cattaneo. A loro si aggiunge Giorgio Napolitano, senatore a vita di diritto in quanto ex presidente della Repubblica. Significa che quando Sergio Mattarella arriverà alla fine del settennato al Quirinale diventerà anch’egli senatore a vita.

Senatori a vita: chi ha rifiutato la carica?

Dicevamo all’inizio che la carica di senatore a vita difficilmente si potrebbe rifiutare, visto il riconoscimento al prestigio personale e la garanzia di mantenere lo scranno fino alla morte. Eppure, c’è chi ha detto di no. Il primo fu nel 1949 il direttore d’orchestra Arturo Toscanini. L’allora 88enne genio della musica respinse la carica che gli era stata offerta dal presidente della Repubblica Luigi Einaudi. Il suo desiderio era uno solo: «Finire la mia esistenza nella stessa semplicità in cui l’ho sempre percorsa».

Nel 1991, fu la volta di Indro Montanelli, che disse di no a Francesco Cossiga: «Non è stato un gesto di esibizionismo – spiegò ai tempi Montanelli – ma un modo per dire quello che penso: il giornalista deve tenere il potere a una certa distanza».

Quello stesso anno, Cossiga fece il nome di Nilde Iotti, ma l’ancora presidente della Camera dei Deputati (la prima donna a sedere sulla poltrona più alta di Montecitorio), rifiutò l’offerta. Venuta a sapere delle intenzioni del Quirinale di proporla come senatrice a vita, Nilde Iotti, durante una seduta della Camera, scrisse un biglietto: «Qui sono stata chiamata ripetutamente dai colleghi, e qui resto per rispettarne la volontà». Fece chiamare un commesso e gli diede quel pezzetto di carta con la preghiera che un motociclista la recasse subito al Quirinale». Rimase in carica al vertice della Camera ancora un anno.

Senatori a vita: quanto guadagnano?

Il fatto che la carica di senatore sia «a vita» non significa che questo riconoscimento gli consenta di avere una retribuzione più alta di un senatore ordinario eletto dal popolo. Vuol dire che guadagna esattamente lo stesso degli altri colleghi che siedono a Palazzo Madama. Che sia poco o tanto, è un altro paio di maniche.

Di conseguenza, un senatore a vita porta a casa dalla sua carica 17.600 euro lordi al mese che, al netto di ritenute fiscali, previdenziali e assistenziali, significa 12.500 euro netti al mese, di cui poco più di 5mila a titolo di indennità.

Quello che può succedere – e che di sicuro succede, vista la loro frequenza in Aula – è che venga tagliata la cosiddetta «diaria», cioè i 3.500 euro che vengono attribuiti in partenza per partecipare alle sedute a titolo di rimborso spese per pagare il loro soggiorno a Roma. Sono previste, infatti, delle decurtazioni per i senatori assenteisti: l’importo intero viene erogato solo se c’è almeno il 30% delle presenze (puoi approfondire nel dettaglio questo argomento leggendo il nostro articolo Quanto guadagna un senatore).

Naturalmente, questi soldi si aggiungono a quelli che ogni senatore a vita guadagna dalla propria attività. Ad esempio, nel 2017 (ultima dichiarazione dei redditi riportata sul sito ufficiale del Senato) il professore universitario Mario Monti dichiarò come reddito imponibile del 2016 un totale di 516.139 euro. L’architetto Renzo Piano dichiarò in Italia 351.004 euro, mentre in Francia presentò redditi per 2.640.820 euro. La ricercatrice Elena Cattaneo, professore ordinario di farmacologia, dichiarò 109.509 euro. Liliana Segre, che nella scheda del Senato figura come imprenditrice, presentò nel 2017 una dichiarazione per 160.865 euro. Infine, il ricercatore premio Nobel Carlo Rubbia, che ha la residenza in Svizzera, dichiarò come imposta federale diretta 616.736 franchi.



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