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La condanna alle spese processuali nelle cause contro il Fisco

8 Maggio 2021 | Autore: Vincenzo Delli Priscoli
La condanna alle spese processuali nelle cause contro il Fisco

In caso di soccombenza, il contribuente non deve pagare le spese processuali se l’Agenzia delle Entrate sta in giudizio con i propri funzionari. 

Intraprendere una causa tributaria per contestare un atto impositivo emesso dal Fisco richiede un importante esborso economico che varia a seconda del valore della causa, ossia che dipende da quanto ammonta l’importo complessivo richiesto dal fisco a titolo di imposte. Infatti, in base al valore della causa, occorre pagare il contributo unificato tributario, occorre poi pagare il professionista abilitato all’assistenza tecnica dinanzi alle commissioni tributarie (avvocato o commercialista) che dovrà svolgere l’attività di difesa e rappresentanza nel giudizio e infine, in caso di esito negativo del contenzioso, i giudici tributari potrebbero condannare il contribuente a pagare le spese processuali.

Circa la condanna alle spese processuali nelle cause contro il Fisco si sta consolidando un orientamento giurisprudenziale il quale stabilisce che, nelle cause contro il Fisco, il contribuente non deve pagare le spese processuali qualora risulti soccombente. Vediamo perché.

La soccombenza in giudizio

La soccombenza in giudizio si ha in caso di difformità tra le richieste di una parte in causa e la pronuncia del giudice riguardo a questioni processuali o di merito. Si può, perciò, essere soccombenti totali, quando tutte le domande e le conclusioni sono state respinte, e soccombenti parziali quando solo alcune delle domande e conclusioni sono state respinte.

La Corte di Cassazione ha affermato che per soccombenza in senso oggettivo deve intendersi la difformità tra la domanda della parte e la pronuncia; invece, per soccombenza in senso causale si intende la difformità tra la pronuncia e la pretesa della sola parte che abbia reso necessario il processo, altrimenti evitabile.

In quest’ultimo caso, è necessario che la parte venga sanzionata, perché è fuori dubbio che la possibilità di conseguire la ripetizione delle spese processuali dà alla parte vittoriosa maggiori garanzie per la difesa della propria posizione processuale, soprattutto in considerazione del fatto che se l’interessato si rivolge ad un professionista abilitato alla difesa tecnica i costi del processo lievitano e, a meno che il valore della causa non sia inferiore (al netto di interessi e sanzioni) a 3.000,00 euro, l’assistenza tecnica in giudizio è obbligatoria.

Senza contare che, dal 2011, c’è da pagare anche il contributo unificato tributario che varia da 30,00 euro fino a 1.500,00 euro.

La soccombenza virtuale

Oltre alle ipotesi di soccombenza appena descritte, ci può essere anche una ipotesi di soccombenza virtuale in particolar modo nei casi di cessata materia del contendere. La cessazione della materia del contendere è un istituto finalizzato alla dichiarazione, che avviene con sentenza, di eventi di natura processuale o sostanziale (ad esempio, la transazione intervenuta tra le parti sulla lite in corso).

Una volta che il giudice dichiara cessata la materia del contendere, quanto alle spese del giudizio deve ricorrere al criterio della soccombenza virtuale, ossia deve deliberare il possibile esito del giudizio che vi sarebbe stato se non fosse intervenuto l’evento che ha dato luogo alla cessazione della materia del contendere.

La condanna alle spese processuali

Il nostro ordinamento è informato al principio secondo cui la parte soccombente in giudizio, cioè che ha perso la causa, è tenuto a rimborsare le spese sostenute dalla parte vittoriosa, oltre a dover pagare gli onorari del difensore di quest’ultima.

L’obiettivo è quello di tenere indenne da un ingiusto esborso chi è costretto ad adire le vie legali per vedere riconosciuto un proprio diritto. La condanna della parte soccombente al rimborso delle spese sostenute dalla controparte è contenuta nella stessa sentenza con cui il giudice chiude il processo.

Infine, la parte soccombente che ha agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave, può essere condannata per responsabilità aggravata, oltre che al rimborso delle spese, anche al risarcimento dei danni.

La compensazione delle spese

Il giudice ha però il potere di escludere la condanna al pagamento delle spese sostenute dalla parte che ha vinto la causa, se ritiene che queste siano eccessive o comunque superflue.

Inoltre, il giudice può compensare le spese tra le parti, parzialmente o per intero, quando:

  • vi è soccombenza reciproca (ad esempio, se vengono accolte solo alcune delle domande proposte da una parte);
  • la questione trattata sia caratterizzata da assoluta novità;
  • vi sia un mutamento della giurisprudenza rispetto alle questioni dirimenti.

Inoltre, la compensazione delle spese di giudizio è ammessa anche per gravi ed eccezionali ragioni, che devono essere espressamente indicate nella motivazione del provvedimento.

Quindi, la soccombenza in giudizio non condanna automaticamente a pagare le spese processuali. Infatti, se le questioni che formano oggetto di contenzioso innanzi al giudice sono dubbie, le spese processuali devono essere compensate tra le parti.

Quando le spese devono essere compensate per ragioni eccezionali, è evidente che la pronuncia esiga un’adeguata motivazione; nella sentenza, quindi, vanno esternate le ragioni per le quali il giudice non impone alla parte soccombente l’onere di rimborsare alla controparte, in tutto o in parte, i costi sostenuti per difendersi in giudizio.

Peraltro, commette una violazione di legge il giudice che compensa le spese giudiziali senza motivare le ragioni poste alla base della decisione. In passato, la compensazione per giusti motivi costituiva una facoltà insindacabile del giudice di merito, la cui valutazione era sottratta all’obbligo di una specifica motivazione.

Ora, il giudice non ha più il potere di compensare le spese per motivi di opportunità, ma solo per ragioni o eventi eccezionali.

Cosa accade se l’Agenzia delle Entrate sta in giudizio con i propri funzionari?

Di recente, l’orientamento della Corte di Cassazione si è consolidato nell’escludere che il contribuente debba essere condannato al pagamento delle spese processuali, in caso di soccombenza, qualora l’Agenzia delle Entrate sia stata in giudizio senza avvalersi dell’assistenza tecnica dell’Avvocatura dello Stato. In casi del genere, quindi, deve escludersi che la parte privata possa essere condannata al pagamento delle spese processuali sostenute dall’ufficio per diritti e onorari.

Il contribuente che sia risultato soccombente in un giudizio tributario di primo o secondo grado non può essere condannato al pagamento delle spese processuali, qualora l’Agenzia delle Entrate si sia difesa attraverso i funzionari del proprio ufficio legale. La rifusione delle spese, in tal caso, può avvenire soltanto qualora l’ente si sia avvalso della difesa dell’Avvocatura di Stato.

Quando l’amministrazione finanziaria sta in giudizio avvalendosi di un funzionario appositamente delegato dal direttore, non può ottenere la condanna dell’opponente, che sia risultato soccombente, al pagamento dei diritti e onorari di avvocato, difettando le relative qualità nel funzionario amministrativo che sta in giudizio.

In questi casi, all’amministrazione finanziaria, sono liquidabili solo i costi eventualmente sostenuti che risultino da un’apposita nota spese.

Anche l’Agenzia delle Entrate – Riscossione deve difendersi con propri funzionari

Dal 1º luglio 2017, le società del gruppo Equitalia sono state sciolte e l’esercizio delle attività relative alla riscossione viene ora svolto dall’Agenzia delle Entrate – Riscossione, ente pubblico economico strumentale dell’Agenzia delle Entrate.

I processi in cui era parte in causa Equitalia sono proseguiti normalmente, senza alcuna interruzione, dall’Agenzia delle Entrate – Riscossione, la quale è subentrata negli effetti del rapporto processuale pendente dal momento della sua istituzione.

Dinanzi alle commissioni tributarie provinciali e alle commissioni tributarie regionali, l’Agenzia delle Entrate – Riscossione può stare in giudizio solo attraverso uno o più suoi dipendenti appositamente delegati dal direttore.

Discorso diverso per il giudizio dinanzi alla Corte di Cassazione dove, invece, è ammessa la rappresentanza di avvocati del libero foro (o dell’Avvocatura dello Stato) a condizione però che vi sia un’apposita e motivata delibera del dirigente, e che tale delibera sia sottoposta al parere degli organi di vigilanza.

Dunque, ne consegue che la costituzione in giudizio dell’Agenzia delle Entrate – Riscossione è illegittima tutte le volte in cui avviene col patrocinio di un avvocato del libero foro, senza allegare gli atti organizzativi generali contenenti gli specifici criteri legittimanti il ricorso ad un avvocato del libero foro che indichino le ragioni specifiche che, nella concretezza del caso, giustifichino il ricorso per la difesa in giudizio ad un professionista privato anziché a dipendenti interni dell’Agenzia delle Entrate – Riscossione, con un evidente aggravio di oneri e spese per l’ente.

Le ragioni per avvalersi di un professionista privato da parte dell’agente della riscossione potrebbero essere rappresentate da un ingente volume di contenzioso in ingresso, magari particolarmente concentrato in un determinato ambito geografico, nonché da un esiguo numero di risorse interne disponibili con adeguata professionalità e titoli.

Da quanto finora detto se ne ricava che, anche nel caso di soccombenza del contribuente in una causa contro l’Agenzia delle Entrate – Riscossione che sia stata difesa e rappresentata in giudizio da un proprio funzionario, la sentenza non dovrebbe contenere anche la condanna al rimborso delle spese processuali, essendo liquidabili solo i costi eventualmente sostenuti dall’agente della riscossione, risultanti da una specifica e apposita nota spese.

Questo principio vale per i giudizi in cui è parte in causa l’Agenzia delle Entrate, non c’è motivo per non estenderlo anche ai giudizi in cui è parte in causa l’Agenzia delle Entrate – Riscossione.



Di Vincenzo Delli Priscoli


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