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Comportamento offensivo del datore di lavoro

26 Gennaio 2021
Comportamento offensivo del datore di lavoro

Vessazioni e mobbing sul posto di lavoro: il dipendente si difende denunciando le violazioni più gravi. 

Se la reazione violenta e aggressiva nei confronti del proprio capo può costare al dipendente il posto di lavoro, quella del datore non è trattata meno severamente. Chi riveste una posizione gerarchica di vertice non può, solo per questo, offendere i dipendenti, anche se la legge gli attribuisce un potere sanzionatorio nei loro riguardi. Tale condotta, a seconda delle circostanze, viene punita in diversi modi. Nei casi più gravi, può portare anche all’incriminazione penale.

Cosa fare dunque in caso di comportamento offensivo del datore di lavoro nei confronti del lavoratore? Come difendersi dalle umiliazioni verbali, gli insulti e gli affronti subiti nell’ambiente di lavoro? Cerchiamo di fare il punto della situazione.

Rimprovero verbale: fino a dove si estende?

Tra le varie sanzioni che il datore può infliggere al dipendente che viola il contratto di lavoro vi è il rimprovero verbale. Si tratta della sanzione più lieve: consiste in un ammonimento orale.

A differenza di tutte le altre sanzioni disciplinari, l’ammonimento non necessita del rispetto di una particolare procedura di irrogazione; pertanto, di esso non rimane alcuna traccia e non crea alcun “precedente”.

L’ammonimento, però, deve limitarsi a descrivere la condotta scorretta con l’avviso al dipendente di non ripetere più la stessa azione, pena una sanzione più grave. L’ammonimento quindi non può diventare la scusa per insultare la persona.

Il confine quindi tra il rimprovero (legittimo) e l’offesa (illegittima) sta nel fatto che il primo si limita a censurare il comportamento del dipendente, mentre la seconda sconfina in un’arbitraria aggressione nei confronti dell’autore di tale comportamento, con conseguente offesa alla sua morale, all’onore o alla reputazione.

Tutto quindi viene rimesso a un’analisi casistica delle espressioni utilizzate. Dire «Hai sbagliato, hai commesso un gravissimo errore, il tuo sbaglio è imperdonabile» è lecito perché il riferimento è all’agire del dipendente; dire invece «Sei un incompetente, un buono a nulla, un incapace» è illegittimo perché l’obiettivo è la persona, che si tenta in tal modo di umiliare. 

Offese del datore di lavoro: che fare?

La singola offesa proferita dal datore di lavoro nei confronti del dipendente, se isolata, non configura un reato. Potrebbe tutt’al più parlarsi di ingiuria, la quale però è stata depenalizzata. Il lavoratore potrebbe avviare una causa civile contro il capo per chiedergli il risarcimento, all’esito della quale il giudice condannerà il colpevole a pagare anche una sanzione allo Stato.

L’entità del risarcimento è commisurato alle conseguenze che la condotta ha creato sulla vittima e alla gravità della stessa. Il tutto è rimesso alla discrezionalità del giudice.

Quando però le ingiurie si ripetono sino a diventare una vera e propria persecuzione si può parlare di mobbing. Ma non sempre il mobbing è reato. Nei piccoli contesti aziendali, quelli costituiti cioè da un unico ambiente dove il datore lavora a stretto contatto coi suoi dipendenti sino a costituire un’unica comunità, si può configurare il reato di maltrattamenti in famiglia. L’illecito è stato infatti esteso anche agli ambienti lavorativi. In questo caso, il dipendente – raccolte le prove delle vessazioni (anche attraverso registrazioni audio effettuate all’insaputa dei presenti) – può sporgere una querela contro il proprio datore di lavoro.

Secondo la Cassazione [1], esiste un’ipotesi intermedia che si verifica quando l’ammonimento verbale è troppo rigoroso, ma non tanto da configurare il più grave reato di maltrattamenti in famiglia: qui si può parlare del reato di «abuso dei mezzi di correzione o disciplina» previsto dall’articolo 571 del Codice penale. Anche in questa ipotesi, il dipendente maltrattato può querelare il capo.

Offese del datore e dimissioni per giusta causa

Dinanzi a una situazione di perdurante umiliazione, il dipendente – in aggiunta alla querela penale o in alternativa ad essa (qualora non ne sussistano i presupposti) – può sempre optare per la carta delle dimissioni volontarie per giusta causa. In tal modo, gli spetterà l’immediato pagamento del Tfr e potrà chiedere all’Inps l’assegno di disoccupazione. 

Il lavoratore potrà poi rivolgere una causa contro l’azienda per ottenere il risarcimento del danno causato appunto dalla perdita del posto, risarcimento che si aggiungerà come detto a quello a cui si ha diritto per l’ingiuria subita.


note

[1] Cass. sent. n. 51591/2016.

Autore immagine: depositphotos.com


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