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Quale casa viene assegnata all’ex moglie?

26 Gennaio 2021
Quale casa viene assegnata all’ex moglie?

Separazione e divorzio: cosa significa casa coniugale e cosa si intende con questo termine? Il giudice può assegnare la seconda casa o la casa al mare? 

A seguito della separazione, il giudice dispone l’assegnazione della casa coniugale al genitore presso cui vanno a vivere i figli minorenni o, se maggiorenni, purché portatori di handicap o non ancora autosufficienti sotto l’aspetto economico. Di norma, posto che di solito è la madre il genitore “collocatario” della prole, è a quest’ultima che viene attribuito il diritto di abitazione nell’immobile. 

Di qui, un ricorrente dubbio: quale casa viene assegnata all’ex moglie? Nel caso in cui il marito sia proprietario di più immobili, quale di questi dovrà essere ceduto? A chi compete la scelta: al giudice o al proprietario? E che valore avrebbe un eventuale accordo tra le parti? Cerchiamo di fare il punto della situazione alla luce di una recente ordinanza della Cassazione [1] che si è occupata proprio di questo particolare tema.

Assegnazione della casa familiare all’ex moglie

La sorte della casa è il problema più delicato e rilevante nei procedimenti di separazione e di divorzio.

I coniugi possono trovare un accordo, decidendo la sorte dell’immobile, sia che questo sia di proprietà esclusiva di uno dei due che in comunione. Qualsiasi accordo, però, non può andare contro l’interesse dei figli se ci sono. L’accordo viene siglato innanzi al giudice o con i rispettivi avvocati in sede di negoziazione assistita (un particolare tipo di separazione consensuale). 

Viceversa, se non c’è accordo, è il giudice che assegna la casa al genitore con cui vanno a vivere stabilmente i figli. Pertanto, non ci sarà alcun provvedimento di assegnazione della casa se la coppia non ha avuto figli o se questi sono già autonomi o vivono da soli.

Quale casa viene assegnata all’ex moglie?

In presenza di più immobili di proprietà del marito o in comunione dei beni, il giudice non può assegnare alla moglie un’abitazione qualsiasi. La sua scelta deve ricadere unicamente sulla cosiddetta casa familiare. A questo punto, occorre specificare cosa si intende con il termine «casa familiare».

In generale, ogni famiglia abita stabilmente in una casa che diviene il luogo di incontro e di svolgimento delle attività dei suoi diversi componenti, con un vincolo concordato di destinazione volto a sviluppare la vita e gli affetti familiari. La casa familiare è proprio questa: il luogo di normale e abituale convivenza del nucleo familiare, l’habitat domestico inteso come il fulcro degli affetti, degli interessi e delle abitudini in cui si svolge e sviluppa la vita della famiglia [2]. È il luogo in cui la famiglia si incontrava quando era unita [3].

Nessun altro immobile all’infuori della casa familiare può essere oggetto di assegnazione da parte del giudice che, ad esempio, non potrebbe mai assegnare all’ex moglie la casa per le vacanze o quella posta all’interno dello stesso Comune se lì la famiglia non ha mai vissuto in modo stabile nel periodo anteriore alla separazione. 

Si presume che la casa familiare sia quella ove è fissata la residenza dei membri della famiglia. E ciò in forza del fatto che la residenza deve sempre coincidere con la dimora abituale, il luogo cioè ove il soggetto vive per gran parte dell’anno.

Pertanto, se la famiglia anagrafica è registrata come residente in un certo immobile, il coniuge che ne chiede l’assegnazione non deve fornire alcuna prova, spettando all’altro che si oppone l’onere di contestare tale presunzione. 

Il fatto che la coppia si sia trasferita nel tempo da un immobile a un altro non fa sì che si possa attribuire rilievo anche alla precedente abitazione: solo l’ultima si può considerare come «casa familiare».

La casa familiare assegnata a uno dei coniugi può trovarsi anche in un Comune diverso da quello in cui è avvenuta di fatto la separazione e in cui la famiglia ha vissuto per alcuni anni, a condizione che vi sia una forte connessione del nucleo familiare con tale località. Se il nucleo familiare si sposta frequentemente su tutto il territorio nazionale per scelta collegata alle occasioni lavorative del padre, per poi tornare quando possibile presso l’abitazione originaria dove è stato costituito il nucleo familiare «e dove è stata lasciata la residenza anagrafica di tutti i componenti della famiglia sino alla separazione», è quest’ultima che deve considerarsi «casa familiare». 

Spetta a chi chiede l’assegnazione provare che l’immobile che si reclama in giudizio è la casa familiare, se tale qualità viene contestata dall’altro coniuge [4].

Nella casa è compreso anche il garage?

Nel momento in cui il giudice assegna la casa all’ex moglie, lo fa ricomprendendo anche le relative pertinenze come il garage e la cantina. Dunque, l’uomo non potrà pretendere di lasciare l’auto nello stesso spiazzo, avendone ormai perso il diritto d’uso.

Che fine fanno gli arredi della casa?

L’assegnazione della casa coniugale ricomprende anche i beni mobili, gli arredi, gli elettrodomestici e i servizi che la compongono, ad eccezione dei beni strettamente personali o che soddisfino le particolari esigenze del coniuge che viene privato del godimento [5]. Quindi, il marito non potrà chiedere la restituzione di divani, televisori, elettrodomestici e quant’altro, anche se acquistati con il proprio denaro, a meno che i coniugi non abbiano pattuito che alcuni beni mobili siano prelevati dalla casa coniugale dal coniuge che ne è proprietario esclusivo.

I coniugi possono accordarsi in modo diverso?

Come abbiamo anticipato in apertura, il giudice assegna la casa coniugale al genitore presso cui vanno a vivere i figli solo a condizione che i due coniugi non abbiano trovato tra loro un differente accordo, accordo che non può mai essere contrario agli interessi della prole. 

Dunque, marito e moglie potrebbero accordarsi nell’attribuire a quest’ultima il diritto d’abitazione (o addirittura la proprietà) su una seconda casa in cambio della rinuncia ai diritti sull’abitazione familiare.


note

[1] Cass. ord. n. 30014/2020.

[2] Cass. 12 marzo 2014 n. 5708.

[3] Cass. 20 gennaio 2006 n. 1198. Cass. 9 settembre 2002 n. 13065.

[4] Cass. 29 ottobre 1998 n. 10797.

[5] Cass. 26 settembre 1994 n. 7865, Cass. 9 dicembre 1983 n. 7303

Autore immagine: depositphotos.com


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