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Verbale di conciliazione: che efficacia ha?

26 Gennaio 2021
Verbale di conciliazione: che efficacia ha?

Il datore di lavoro ed il lavoratore possono sottoscrivere un verbale di conciliazione con cui rinunciano a far valere qualsiasi pretesa legata al rapporto di lavoro.

Hai contestato al tuo datore di lavoro l’errato calcolo delle voci retributive che ti spettano. È sorta una controversia e l’azienda ti ha proposto di trovare un accordo e sottoscrivere un verbale di conciliazione. Vuoi sapere cosa comporta la sottoscrizione di questo documento.

Il diritto del lavoro italiano si fonda sul presupposto per cui il lavoratore è la parte debole nel rapporto di lavoro e deve, dunque, essere “protetto” dalla legge nei confronti del datore di lavoro. Per questo le norme esigono, tra le altre cose, che gli atti con cui il lavoratore rinuncia ad alcuni dei suoi diritti inderogabili vengano sottoscritti in apposite sedi protette che garantiscono una effettiva tutela del dipendente.

In queste sedi viene sottoscritto, quando sorge una controversia sul lavoro, un verbale di conciliazione: ma che efficacia ha tale documento? La legge prevede che le transazioni stipulate in sede protetta siano inoppugnabili; in realtà, ci sono dei casi in cui il lavoratore può decidere di impugnarle. Vediamo quali sono.

Rinunce del dipendente: cosa sono?

Come abbiamo detto in premessa, l’ordinamento lavoristico parte dal presupposto che il lavoratore è la parte debole nel rapporto di lavoro, poiché ha una forza economica e contrattuale notevolmente inferiore rispetto al datore di lavoro. Per questo si prevede che una serie di diritti fondamentali per il dipendente debbano essere previsti direttamente dalla legge e non possano essere affidati al contratto individuale di lavoro. È il caso, ad esempio, del diritto alle ferie, ad una retribuzione pari almeno ai minimi salariali previsti dal Ccnl, alla malattia, etc.

Tale protezione del lavoratore verrebbe vanificata se quest’ultimo potesse liberamente disporre di questi diritti e rinunciarvi con degli atti di rinuncia. Proprio per evitare ciò, la legge [1] prevede che le rinunzie e le transazioni, che hanno per oggetto diritti del prestatore di lavoro derivanti da disposizioni inderogabili della legge e dei contratti o accordi collettivi concernenti i rapporti di lavoro, non sono valide. Tanto per fare un esempio, se il lavoratore firma un documento con il quale rinuncia alle ferie oppure ai permessi retribuiti previsti dal Ccnl tale atto di rinuncia non è valido.

Rinunce del dipendente: come devono essere impugnate?

La legge [2] prevede che il lavoratore che abbia sottoscritto un atto di rinuncia relativo a diritti inderogabili di legge o di Ccnl debba far valere la relativa invalidità attraverso l’impugnazione che deve essere proposta, a pena di decadenza, entro sei mesi dalla data di cessazione del rapporto o dalla data della rinunzia o della transazione, se queste sono intervenute dopo la cessazione medesima. Il dipendente dovrà, quindi, impugnare la rinuncia inviando al datore di lavoro una lettera stragiudiziale in cui dichiara l’invalidità dell’atto stesso.

Verbale di conciliazione: cos’è?

C’è solo un modo per evitare il meccanismo di automatica invalidità delle rinunce e transazioni sottoscritte dal dipendente: firmare i relativi atti nelle cosiddette sedi protette.

La legge [3] prevede, infatti, che le disposizioni relative alla invalidità delle rinunce e transazioni non si applicano alle conciliazioni intervenute in apposite sedi protette, ossia innanzi a:

  • giudice del lavoro;
  • conciliatore sindacale;
  • commissione di conciliazione istituita presso le commissioni di certificazione dei contratti di lavoro;
  • commissione di conciliazione istituita presso l’Ispettorato territoriale del Lavoro.

Il verbale di conciliazione sottoscritto in queste sedi è, dunque, pienamente valido ed efficace e non può essere impugnato dal lavoratore. La sottoscrizione in sede protetta, infatti, viene considerata dal legislatore una garanzia per il lavoratore che, in questa sede, riceve una adeguata assistenza ed è messo in condizione di comprendere pienamente il significato di ciò che sta firmando ed i relativi effetti.

Verbale di conciliazione: quando è impugnabile?

Per poter contare sulla piena validità del verbale di conciliazione sottoscritto in sede sindacale, però, è necessario che il conciliatore sindacale svolga una effettiva attività di assistenza verso il lavoratore.

La Cassazione [4] ha, infatti, affermato in molte occasioni che le rinunce e le transazioni aventi ad oggetto diritti del prestatore di lavoro previsti da disposizioni inderogabili di legge o di contratti collettivi, contenute in verbali di conciliazione conclusi in sede sindacale, non sono impugnabili, a condizione che l’assistenza prestata dai rappresentanti sindacali sia stata effettiva, così da porre il lavoratore in condizione di sapere a quale diritto rinunci e in quale misura, nonché, nel caso di transazione, a condizione che dall’atto stesso si evinca la questione controversa oggetto della lite e le “reciproche concessioni” in cui si risolve il contratto transattivo.

Se la sede protetta, invece, non offre tali garanzie al lavoratore il verbale potrà essere impugnato entro sei mesi dalla cessazione del rapporto di lavoro (se è stato firmato durante l’esecuzione del contratto di lavoro) oppure entro sei mesi dalla sua sottoscrizione, se avvenuta dopo la cessazione del rapporto di lavoro.


note

[1] Art. 2113 co. 1 cod. civ.

[2] Art. 2113 co. 3 cod. civ.

[3] Art. 2113 co. 4 cod. civ.

[4] Cass. n. 24024/2013.


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